BIOETICA: a novembre un nuovo congresso mondiale a favore dell’eutanasia

In Gran Bretagna, e precisamente ad Oxford nell’ormai lontano 1980, fu fondata la World Federation of Right To Die Societies (Federazione mondiale delle società per il diritto a morire), alla quale aderirono trentotto organizzazioni facenti parte di ventitre nazioni dell’intero globo.





In Gran Bretagna, e precisamente ad Oxford nell’ormai lontano 1980, fu fondata la World Federation of Right To Die Societies (Federazione mondiale delle società per il diritto a morire), alla quale aderirono trentotto organizzazioni facenti parte di ventitre nazioni dell’intero globo. Non bisogna pensare però che questa fosse la prima volta che si confrontavano: infatti il precedente raduno mondiale si era tenuto appena quattro anni prima, nel 1976 a Tokio, dove vi avevano partecipato, oltre al Giappone, rappresentanti dell’Olanda, del Regno Unito e degli Stati Uniti.

Nell’occasione della fondazione venne varata una risoluzione che impegnava i Paesi membri, che erano tutti dichiaratamente a favore dell’eutanasia, a diffondere dati e notizie a riguardo di tale materia.
Nel prossimo mese di novembre si terrà la sedicesima conferenza internazionale della Federazione, il cui Presidente per l’anno in corso è stata nominata l’avvocato belga, Jacqueline Herremas.

Quest’ultima, attraverso la newsletter periodica, fa sapere di ritenersi soddisfatta di come la propria nazione abbia recepito questa direttiva. Le statistiche pertanto sostengono che sono lo 0,5 per cento le morti avanzate attraverso l’eutanasia di tutti i decessi del Belgio, che corrispondono a 1830 richieste nel periodo relativo agli anni 2002 (quando cioè la legge è entrata in vigore) 2007.

Riportando questi dati la Herramas vuole, pertanto, dimostrare come si sia evitato il tanto paventato aumento di richieste di morte, ma che abbia, dall’altra parte, fatto emergere il fenomeno delle eutanasie clandestine. La Federazione, intanto, negli ultimi anni ha sostenuto coloro che, nonostante la legislazione dei relativi Paesi lo impedisse, hanno combattuto per potersi vedere accettata la richiesta della “dolce morte”. Questo è il caso di Piergiorgio Welby, malato da molti anni di distrofia muscolare al quale è stato interrotto il trattamento che ne ha causato il decesso, e che per mezzo di un comunicato apparso nel dicembre 2006 e firmato a due mani dalla Herremas e dal Presidente della sezione europea della stessa organizzazione, Baezner, esprime tutta la loro solidarietà per il coraggio del medico che lo ha assistito, il dottor Mario Riccio, e per come Welby si sia fatto carico di mantenere aperto un simile dibattito.

Ma cosa ne pensa il Magistero della Chiesa a riguardo? Come si pone la Santa Sede nei confronti di una discussione che ai giorni nostri è così accesa? Se si potesse riassumere brevemente una tale questione, cristalline sono state le parole del Pontefice durante il suo intervento presso la Pontificia Accademia della Vita, il 25 febbraio, in cui ha affermato che è costante la condanna etica di ogni forma di eutanasia diretta.
Inoltre il Santo Padre teme che soluzioni come queste possano essere adottate proprio dove vigono condizioni di maggiore indigenza, e ricorda che secondo i criteri di proporzionalità medica, bisogna sempre tener conto del dovere morale di somministrare (da parte del medico) e di accogliere (da parte del paziente) quei mezzi della preservazione della vita, che nel caso concreto, risultino ordinari.

Per quanto riguarda, invece, le terapie da giudicare “straordinarie”, Benedetto XVI ha ribadito la tradizionale posizione della morale cattolica, per la quale il ricorso ad esse sarà da considerare moralmente lecito ma facoltativo. Similmente si esprime l’Oncologa dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano, Sylvie Menard, che dice: «Da medico ero assolutamente favorevole all’eutanasia. Oggi, da malata, rivendico il mio diritto a vivere». È questa la testimonianza forte di una donna, prima che medico, che oggi combatte per far sì che l’eutanasia non diventi una scorciatoia per evitare di curare il dolore dei malati terminali.

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