Biden e papa Francesco: le prime crepe in un’alleanza

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(Luca Della Torre) In queste settimane immediatamente successive alla presa di possesso della Casa Bianca da parte del Presidente Joe Biden, il coro della vulgata massmediatica si è lanciato in temerarie analisi sulla presunta piena assonanza culturale ed ideologica delle strategie diplomatiche planetarie che avrebbero unito a doppio filo il dialogo tra la Santa Sede di Papa Bergoglio e l’Amministrazione Biden a Washington. Cerchiamo invece di leggere quali siano esattamente i riscontri delle azioni delle Cancellerie, delle diplomazie, degli analisti, giuristi e politologi che guidano questa prima fase delle relazioni internazionali dell’Amministrazione Biden, e quali numerose criticità e scogli d’attrito si frappongano con l’agenda diplomatica intramondana dell’epoca bergogliana.

I dossier scottanti sono numerosi: gli USA sono tornati sulla scena politica internazionale forti delle solide argomentazioni della secolare dottrina dell’interventismo democratico, che ha caratterizzato tutte le principali azioni politico-militari sul pianeta dal XX secolo in poi. Da Wilson a Roosvelt, da Kennedy a Clinton, ed oggi Biden, il Partito Democratico incarna il prototipo della leadership mondiale politico-economico-militare che, attraverso un modello di multilaterismo a trazione USA, afferma con intransigenza il primato del sistema occidentale della democrazia parlamentare legata al libero mercato: un binomio inscindibile, che fa a pugni con le tentazioni balbettanti – sotto il profilo scientifico strutturale – delle terze vie che Papa Francesco va cercando nelle relazioni internazionali.

Il democratico Joe Biden è purtroppo un “cattolico adulto” – mutuando la triste qualificazione assunta in Italia da Romano Prodi – che ha sicuramente svilito la parola del Vangelo e l’insegnamento della Chiesa cattolica, piegandosi con opportunismo alla politica laicista del Partito Democratico nel settore dei diritti umani: riconosce e sostiene il crimine di aborto come un vero e proprio diritto civile, riconosce e sostiene la scellerata teoria del Gender che liquida il modello della famiglia eterosessuale come cellula naturale della società civile. Ma in politica estera, è un dato di fatto che egli abbia abbandonato la disastrosa linea diplomatica di dialogo e subordinazione all’aggressività comunista cinese dell’ex Presidente Barak Obama. Il primo dossier su cui gli USA di Biden e la Santa Sede avranno parecchi confronti e soprattutto scontri dialettici è la Cina: il Presidente USA ha espresso in molteplici occasioni, ufficialmente, la sua intransigente opposizione e critica al modello politico antidemocratico di Pechino. Durante la campagna elettorale Joe Biden non ha esitato a qualificare il leader Xi Jinping come soggetto privo di un briciolo di democrazia; nel corso del recentissimo Forum sulla Sicurezza di Monaco di Baviera, promosso da UE, NATO ed USA, il leader di Washington ha ribadito che la Cina è e sarà un avversario molto duro. Su Pechino Biden ha testualmente affermato che gli Usa, l’Europa e i loro alleati «devono prepararsi a una competizione di lungo periodo con la Cina e sarà una competizione dura». «Dobbiamo opporci agli abusi economici e alla coercizione del governo cinese che minano le fondamenta del sistema economico internazionale».

Un affondo molto pesante diplomaticamente che condanna le gravissime violazioni del criminale regime comunista di Pechino in materia di diritti umani, in materia di diritti dei lavoratori, in materia di diritto del commercio. Ma soprattutto una dichiarazione espressa di totale incompatibilità con il modello di Governance totalitaria cinese che attenta alla sicurezza internazionale.


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Ancora, Biden ha ripreso di petto la grave questione delle criminali violazioni dei diritti umani in Cina: la schiavizzazione della manodopera degli oppositori politici al regime cinese, il rifiuto di importazione dei prodotti cinesi frutto del lavoro coatto in condizioni spaventose delle minoranze uigure, l’ipotesi genocidaria del popolo tibetano al vaglio degli esperti di diritto internazionale da decenni.

Il colpo di grazia è giunto infine con l’Ordine esecutivo firmato nello scorso fine settimana dal Presidente USA: una disposizione normativa in qualità di Capo del governo con cui Biden dispone la limitazione delle importazioni dalla Cina in quattro settori critici per la sicurezza militare ed economica: i semiconduttori, le batterie ad alta capacità per i veicoli elettrici, le terre rare e i farmaci.

Il pressing bipartisan della politica estera americana, in particolare dei senatori Repubblicani, va nel senso di ridurre la dipendenza USA dalle forniture di Pechino nei delicatissimi settori delle cosidette “terre rare”, elementi chimici preziosissimi presenti in minerali necessari alla catena di comando e controllo delle tecnologie industriali, militari ed informatiche più avanzate.


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Come risponderà a queste misure la pencolante linea politica diplomatica vaticana, che ad oggi purtroppo si è distinta per un tremebondo assoggettamento ai diktat del governo di Pechino nel rinnovo degli accordi di collaborazione tra la Repubblica Popolare cinese e la Santa Sede? Altro dossier scottante per la discussa linea diplomatica vaticana: il ritorno in grande stile della NATO. Nella conferenza di Monaco, Joe Biden ha ottenuto il più ampio sostegno da parte del Segretario norvegese della NATO Jens Stoltenberg: «L’ordine internazionale è sfidato dalle potenze autoritarie, la crescita della Cina è un problema per la comunità transatlantica, con potenziali conseguenze per la nostra sicurezza, la nostra prosperità e il nostro modo di vita. Per questo la Nato dovrebbe rafforzare i rapporti con alleati come l’Australia e il Giappone».

Il riferimento è palese per gli addetti ai lavori: l’avvio del Trattato Quad, Quadrilateral Security Dialogue, rafforzato enormemente dal Presidente Trump, che prevede una alleanza militare operativa in ambito navale ed aeronautico tra i Paesi che temono l’assertiva aggressività antidemocratica cinese, Giappone, India, Australia, ed USA, è un evidente ritorno alla scelta di una politica del “bastone e della carota”. Ancora una volta: come risponderà la diplomazia di Papa Francesco a questo precisa road-map USA che non tiene in minimo conto le inconsistenti proposte di smilitarizzazione degli armamenti nucleari su cui insiste inopportunamente il Vaticano, di fronte al pericolo del Moloch totalitario comunista cinese?

Terzo dossier scottante. L’area del Medioriente, l’aggressività del regime dittatoriale teocratico iraniano, la questione di Gerusalemme Capitale, il privilegiato rapporto di cooperazione e reciproco riconoscimento raggiunto tra Israele ed i Paesi arabi del Golfo grazie ai cosiddetti Accordi di Abramo propugnati dal Presidente Trump, oggetto di uno emotivo bistrattamento da parte della stampa cattolica “politically correct”, da Avvenire all’Osservatore Romano. Su queste tematiche l’Amministrazione USA di Biden è chiara: nessuna concessione in termini di sospensione delle sanzioni economiche a Teheran fino a che non si impegnerà a fermare l’arricchimento dell’uranio al 20%, che permette lo sviluppo di una forza armata nucleare. Lo ha confermato lo stesso Biden, nel suo intervento al World Economic Forum del G7 di Davos, dicendo che gli Usa sono per il dialogo e la diplomazia «ma devono rispondere alle attività destabilizzanti dell’Iran». In questo solco si comprende la conferma del riconoscimento da parte del Presidente democratico di Gerusalemme come Capitale dello Stato di Israele, con tanto di trasferimento dell’Ambasciata USA nella culla millenaria della società politica del popolo ebraico: con tanto di furibonda reazione dei terroristici regimi islamici di Teheran, di Hezbollah in Libano, di Hamas in Palestina e tremebonde riserve della S.Sede.


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Agli occhi degli analisti diplomatici, dei giuristi e dei politologi questo è in tempi reali il vero Joe Biden, il democratico americano progressista, ma interventista e non alieno al ricorso ai muscoli della diplomazia militare, che ha scaldato i cuori puerili del pensiero progressista, dei cattolici “adulti” della Chiesa italiana, che si congratularono ingenuamente con lui: l’aria non è di festa molto probabilmente nella Terza Loggia o in Santa Marta.

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