Bibbiano – censura per chi critichi Barbiana

(Mauro Faverzani) Di Bibbiano non si deve parlare: nonostante l’estrema gravità dei fatti contestati, la Sinistra, in altri casi forcaiola per molto meno, improvvisamente diviene ipergarantista e reclama anzi il bavaglio per chiunque osi anche solo interrogarsi ed approfondire l’inquietante argomento, ricercandone le cause per scongiurarne in futuro gli effetti. È la sorte occorsa al lodevole convegno, organizzato per il prossimo 30 novembre a Bergamo presso l’Auditorium San Sisto sul tema «Da Barbiana a Bibbiano», divenuto oggetto di un «incredibile attacco mediatico», nonché di un assurdo «tentativo di linciaggio (non solo morale)», come denunciato dai promotori ovvero dalle associazioni Caritas in Veritate Bergamo, Ora et Labora in difesa della Vita, Movimento per la Vita della Val Cavallina e Bibbiano lo scandalo degli affidi, con la collaborazione di Tradizione Famiglia Proprietà e di Comunione Tradizionale. Assolutamente di livello i relatori: già dai titoli si capisce come essi si propongano di analizzare ogni dettaglio, ogni indizio, ogni passaggio che dall’esperienza di don Milani conduca all’inchiesta «Angeli e Demoni» ed al dramma vissuto nel Reggiano. Così Pucci Cipriani, che è direttore della rivista Controrivoluzione e che da cinquant’anni studia i casi Barbiana e Forteto, parlerà di «Attacco alla Famiglia: dal “donmilanismo” allo scandalo del Forteto»; Jacopo Marzetti, avvocato, commissario straordinario del Forteto e garante dell’Infanzia e dell’Adolescenza della Regione Lazio, su «Dal Forteto a Bibbiano: le responsabilità delle Amministrazioni»; Francesco Borgonovo, vicedirettore del quotidiano La Verità ed autore del libro I fabbricanti di mostri, interverrà invece sul tema «Bibbiano: i fabbricanti di mostri». Al tavolo, moderati dal consigliere provinciale di Livorno, Lorenzo Gasperini, si alternerà insomma gente competente e preparata, non i primi che passano o funzionari dell’apparatčik, facilmente liquidabili…

«Lo scopo dell’iniziativa – ci spiega il consigliere comunale di Bergamo, Filippo Bianchi, che introdurrà i lavori – è quello di ripercorrere quella linea rossa, che conduce allo scandalo arcobaleno di Bibbiano, passando dalla catastrofe cattocomunista del Forteto, che senza il sistema Barbiana non avrebbe mai avuto luogo. Una tragica e degenerante evoluzione di un bagaglio culturale, che vuole sovvertire la società e l’ordine naturale con la complicità delle amministrazioni, dell’apparato giudiziario e di vari organi istituzionali». Che un legame vi sia sono i fatti ad evidenziarlo: dalla casa di don Milani nella toscana Barbiana, in provincia di Vicchio, provengono alcuni tra i fondatori del Forteto, comunità e cooperativa agricola del terrore nel Mugello; tra questi, Rodolfo Fiesoli, cui proprio recentemente la quarta sezione penale della Cassazione ha confermato una condanna definitiva a 14 anni e 10 mesi di carcere per maltrattamenti e violenza sessuale su minori nella cornice di un processo, che ha coinvolto altri 22 suoi collaboratori, tra cui una delle madri affidatarie, Daniela Tardani, condannata a 6 anni e 4 mesi. Per questo «da una rapida disamina dei fatti, l’accostamento di Barbiana a realtà come il Forteto è non solo assolutamente legittimo, ma piuttosto doveroso», prosegue Bianchi.
Sentenza rispetto alla quale il commissario del Forteto, Marzetti, ha evidenziato, ora, la necessità, anzi l’urgenza di capire «perché siano successi tali fatti, ma soprattutto per quale motivo per quarant’anni si sia supportato un sistema del genere. Oltre agli autori dei reati, chi altri risponderà per tale scempio?».

Ed ancora i fatti indussero anche i soci della sede di Bologna del Centro formazione e ricerca «Don Lorenzo Milani» e scuola di Barbiana a dimettersi e chiuder bottega, dopo aver descritto i collegamenti sussistenti tra alcuni discepoli del sacerdote ed il Forteto, dopo aver chiarito, ad esempio, come Edoardo Martinelli, socio fondatore dell’associazione di Vicchio e fondatore del Forteto, poi fuoriuscito, sapesse da anni delle violenze che vi venivano commesse. I documenti provano non solo le gravi responsabilità di molti ed anzi di un intero sistema, una macchina infernale votata a demolire il concetto stesso di famiglia naturale in nome di un’ossessiva voglia di istituzionalizzazione, bensì anche il silenzio complice ed altrettanto colpevole di troppi, compresi quegli enti, che avrebbero dovuto viceversa vigilare e non l’hanno fatto, erogando anzi contributi a pioggia, senza mai porsi domande.

In una pubblicazione dal titolo La contraddizione virtuosa. Il problema educativo, don Milani e il Forteto si afferma di voler tracciare «un parallelismo tra l’esperienza educativa di don Lorenzo Milani e l’esperienza di solidarietà e accoglienza della comunità del Forteto». Insomma, spiega Bianchi, proprio «loro hanno accostato don Milani a Forteto, ma adesso gli altri non possono neppure parlare di “sistema Barbiana”, perché fare questo significherebbe metterli davanti alle proprie responsabilità a livello mediatico, il che avrebbe un impatto devastante in termini di perdita di consenso per il Pd, soprattutto in Toscana». Stupisce e addolora, pertanto, l’immediato, incredibile anatema giunto tristemente sull’iniziativa dall’arcivescovo di Firenze, il card. Giuseppe Betori, dal presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, da alcuni Sindaci dei territori del Mugello verso chi, di fronte a bambini abusati ed oggetto di gravissime pressioni psicologiche, si proponga con questo convegno solo di capire, come dovrebbe essere doveroso per tutti fare. Che gli attacchi giungano dal senatore Pd, Dario Parrini, dal consigliere regionale Pd della Toscana, Paolo Bambagioni, o dal Pd del Lazio o da altri, guarda caso, dello stesso partito (con la grancassa di social e media, come il Tg3, il Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano, il Corriere Fiorentino o l’articolo apoditticamente fazioso e zeppo di insulti incredibilmente pubblicato sul sito delle Acli di Bergamo…), addolora ma non stupisce. Addolora, poiché è evidente comunque come una battaglia prima di tutto morale venga sacrificata alle logiche strumentali e ideologiche di bottega ovvero di partito. Ma che anche chi riveste l’autorità morale ecclesiastica o la responsabilità istituzionale si presti allo stesso gioco, amareggia e sconforta, poiché segno quanto meno di una superficialità davvero fuori luogo, vista la posta in gioco.

«Il fatto che il nome di Barbiana, passando per la vicenda del Forteto, sia stato accostato al nome di Bibbiano – commenta Bianchi – ha mandato su tutte le furie gli omologati al pensiero unico, che, prima di ascoltare le fedeli ricostruzioni dei fatti che verranno esposte, hanno innescato la “macchina del fango”, tentando di censurare la libertà di informazione e di pensiero. Ci sono state vere e proprie rappresaglie, condotte inizialmente da politici di sinistra e poi da ambienti cattocomunisti, che vogliono fregiarsi di essere i difensori del sacerdote rosso don Milani, per impedire che alcune informazioni, che potessero screditare il donmilanismo, venissero divulgate». Secondo Bianchi, «ennesima dimostrazione che la sinistra non vuole che venga fatta luce e chiarezza su tutto questo è riscontrabile proprio nel fatto che il governatore della Toscana uscente, Enrico Rossi, assieme al presidente del Consiglio della Regione Toscana, Eugenio Giani, si siano addirittura recati a Barbiana assieme alla Cgil ed a varie altre sigle (in realtà, una manciata di persone, erano quasi più le sigle aderenti) “in riparazione” alla conferenza organizzata il 30 novembre».

«Io non intendo rispondere agli insulti del Pd e dei suoi tirapiedi – ci dice uno dei relatori, Pucci Cipriani – ovvero agli insulti di coloro che, in via di estinzione, cercano almeno di salvare i loro idoli, come fecero con la mummia di Lenin i comunisti dell’Urss. Resto fedele alla Verità e ai miei Vescovi di cara e venerata memoria, che condannarono don Milani e il “donmilanismo”: il card. Elia Dalla Costa, mons. Giovanni Bianchi (che subì un “processo popolare” a Barbiana di fronte ai ragazzi di don Milani) e l’arcivescovo card. Ermenegildo Florit. Tutti e tre portarono sulle loro spalle la pesante croce della contestazione sessantottarda e cattocomunista dei “preti rossi” fiorentini».

E la posta in gioco è alta: spezzare l’orribile catena che per cinquant’anni ha comportato violenze su minori, rovinato centinaia di giovani vite e distrutto intere famiglie. Risuonano ancora, anche in rete, agghiaccianti, terribilmente crude, le parole scritte da don Lorenzo Milani in una lettera inviata a Giorgio Pecorini, pubblicata sull’opera omnia del sacerdote toscano, e che corre l’obbligo di riportare (chiedendo scusa ai lettori) per capire esattamente di cosa si stia parlando: «Come facevo a spiegare che amo i miei parrocchiani più che la Chiesa e il Papa? – scrive don Milani –. E che se un rischio corro per l’anima mia non è certo quello di aver poco amato, ma piuttosto di amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!)… E chi potrà mai amare i ragazzi fino all’osso senza finire … [si omette espressione irripetibile e immorale] se non un maestro che insieme a loro ami anche Dio e tema l’Inferno e desideri il Paradiso?». Come si può, di fronte ad espressioni di questo tipo, pretendere di «interpretare», di «contestualizzare», come vorrebbero le Sinistre? Ma chi vogliamo prendere in giro, strillando e censurando chi viceversa intenda far chiarezza? 

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