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Berlusconi e i referendum radicali

(di Danilo Quinto)  «A questo punto la riforma della giustizia dovete inserirla tra le priorità, è un’emergenza democratica e può riguardare qualunque cittadino, lo pretendo». Così, avrebbe detto Silvio Berlusconi all’indomani della sentenza del Tribunale di Milano che lo ha condannato a 7 anni di reclusione, con annessa la misura dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Che il problema giustizia riguardi ogni cittadino, non c’è dubbio. Che sia un’emergenza democratica, altrettanto. Sta di fatto, che negli ultimi vent’anni, chi si è alternato al Governo non ha saputo e voluto intervenire sui problemi di carattere strutturale. Sulle ceneri della Prima Repubblica, fatta fuori proprio dalle inchieste giudiziarie, il potere legislativo si è “arreso” dall’intervenire per porre un argine allo strapotere di quello giudiziario e, per di più, si è rinunciato a proporre ed attuare qualsiasi tipo di riforma.

Le conseguenze sono quelle che si vivono e che hanno creato “il” vulnus democratico più devastante della storia repubblicana. C’è chi ha compreso, con la campagna sull’amnistia, che dura da alcuni anni e con le riforme che propone, che questo problema avrebbe potuto diventare dirompente, in ragione del numero incredibile di processi ai quali è stato sottoposto Berlusconi e della volontà di toglierlo di mezzo attraverso la via giudiziaria.

Le proposte di referendum dei radicali di Pannella presentate all’inizio di giugno (responsabilità civile dei magistrati, eliminazione della custodia cautelare per il rischio di reiterazione nel caso di reati non gravi, misure restrittive per il lavoro dei magistrati fuori ruolo, ergastolo, separazione delle carriere), sembrano essere state confezionate proprio per dare uno strumento operativo a chi ora parla di «emergenza democratica», senza che i suoi collaboratori – questo è il vero problema del Presidente del Consiglio – abbiano saputo “servire” la sua politica come dovrebbe fare qualsiasi collaboratore: con autonomia e libertà. Ora, quelle riforme vengono “offerte” in qualche modo su un “piatto d’argento”. Non a caso – come ha riferito “Italia Oggi” dello scorso 6 giugno – alla stesura di quei referendum ha collaborato Peppino Calderisi (ex deputato del Popolo della Libertà, radicale da sempre, collaboratore del capogruppo Renato Brunetta e nominato consigliere politico del ministro per le Riforme Gaetano Quagliariello). «L’iniziativa radicale – ha sostenuto “Italia Oggi” ‒ è stata sottoposta all’attenzione di Berlusconi che l’ha definita “molto interessante”, da prendere in seria considerazione al punto di aver dato il via libera a un sostegno attivo nella raccolta delle 500 mila firme necessarie».


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Non importa che dietro quei referendum si celi qualche insidia. Infatti, chi condividerà e sosterrà i referendum sulla giustizia – non a caso distinti in un “pacchetto” a parte – sosterrà di fatto anche i referendum che davvero “contano” per i radicali. Sono quelli del “pacchetto” denominato “Cambiano Noi”: sul divorzio breve, per eliminare l’obbligo dei 3 anni di separazione obbligatoria prima di ottenere il divorzio; sull’immigrazione, per abrogare il reato di clandestinità; sul finanziamento ai partiti, per abolirlo; sulle droghe, per evitare il carcere; sull’8xmille, per lasciare allo Stato le quote di chi non esprime una scelta e restituire l’effettiva libertà di scelta ai cittadini, cioè per distruggere le opere caritatevoli della Chiesa Cattolica. Sono proposte che si situano nel solco di quella cultura libertaria e relativista tanto cara a Pannella e Bonino, ma anche ad una parte maggioritaria del centrodestra. Su queste macerie, su questi presupposti e con questi “compagni di Strada”, non si costruirà nulla di buono. (Danilo Quinto)