B-XVI sta capovolgendo il pensiero cattolico su Israele e sugli ebrei

Roberto de Mattei su Il Foglio del 12 maggio 2009
Il viaggio di Benedetto XVI in Terra Santa è molto diverso da quelli dei suoi predecessori. Giovanni Paolo II, in particolare, si recò a Gerusalemme nel 2000, l’anno del giubileo, quando il clima internazionale era dominato dall’ottimismo, il traguardo della pace sembrava vicino, l’icona di Arafat era universalmente venerata.



L’11 settembre ha spazzato le illusioni, riportando sulla scena gli stati nazionali, di cui si era sbrigativamente decretata la morte, mentre le religioni ritrovano il loro spazio pubblico nella vita dei popoli. In questo nuovo contesto storico, ridurre il viaggio del Papa a un “messaggio di pace” significherebbe non coglierne la novità e la potenzialità.

Quella di Benedetto XVI non è una missione politica per costruire improbabili “ponti di pace”, in nome di “valori condivisi”, ma è innanzitutto un pellegrinaggio spirituale intrapreso come Vicario e testimone di Cristo, nella convinzione che nessun ordine internazionale è possibile se non è fondato sul “principe della pace” (Is, 9,5) e sulla “pietra angolare” (Ef, 2, 20) della convivenza umana. Non si può dimenticare che Benedetto XVI è autore di un libro, ormai tradotto in tutte le lingue, dedicato a Gesù di Nazareth.

In queste pagine egli combatte il tentativo di scindere il Cristo della storia da quello della fede, caratteristico della teologia contemporanea. Fin dai primi secoli della Chiesa si era peraltro tentato di separare le due nature di Cristo, la divina e la umana, facendo dell’Uomo-Dio una divinità disincarnata, come pretendevano i docetisti, o una figura puramente umana, come affermavano gli ariani. Oggi antiche e nuove eresie si sovrappongono e confutarle è condizione necessaria per restituire a Cristo il suo ruolo che, come sottolinea Benedetto XVI, non è né quello di un “mite moralista”, né di un “rivoluzionario anti-romano”. Gesù di Nazareth non è neanche un’utopia, o un mito, ma una persona storica, nata, morta e risorta, duemila anni orsono nella terra che il Papa visiterà.

La lettura di questo libro è indispensabile per comprendere il viaggio di Benedetto XVI a Gerusalemme, che è anche quello del Buon Samaritano, che si china a soccorrere l’uomo ferito giacente sul ciglio della strada. Il Papa applica questa parabola all’umanità sofferente dei nostri giorni, a cui solo Cristo può offrire una parola di speranza e di conforto. E i primi “sofferenti” a cui il viaggio papale è dedicato sono i cristiani di Terra Santa, ormai ridotti a una minoranza, spesso fortemente penalizzata, che non supera il 2 per cento degli arabi e degli ebrei. Essi hanno manifestato il loro pessimismo nei riguardi della visita pontificia, ma il primo a condividerne le preoccupazioni è proprio Benedetto XVI, che non affida alla diplomazia il compito di risolvere la complessa situazione del medio oriente. Il suo appare piuttosto il realismo di chi conosce i mali profondi che aggrediscono l’uomo e sa che l’unica ricetta per guarirli non è politica o economica, ma spirituale e morale.

Ciò non toglie che il viaggio abbia anche una dimensione politica, perché la Chiesa di cui Benedetto XVI è il capo, è anche un soggetto giuridico internazionale, dotato della capacità di trattare con gli stati e con i governi. La Santa Sede, autorità costituzionale della Chiesa, ha in questo caso come interlocutore lo stato di Israele, di cui san Pio X, un secolo addietro paventava la nascita, prevedendo i problemi che ciò avrebbe creato, ma che rappresenta oggi una realtà sovrana di cui nessuno può negare l’esistenza e i diritti che da essa conseguono. Lo stato di Israele ha una sua specificità, dovuta al particolare rapporto che lo lega con la religione ebraica. La Legge del Ritorno (1950) che permette a tutti gli ebrei di diventarne cittadini è l’espressione più significativa di questo sottile ma inscindibile legame tra religione e politica. Ed è proprio su questo punto che il mondo cattolico è chiamato da Benedetto XVI a un capovolgimento di impostazione.

Negli anni del postconcilio, la posizione del mondo cattolico si articolava attorno a due assi: chiusura verso lo stato di Israele e apertura incondizionata verso la religione ebraica. L’ostilità politica verso Israele, alleato degli Stati Uniti e dell’occidente, si alimentava al terzomondismo e al filo-marxismo diffusi negli ambienti cattolici. Il cedimento teologico era la rinuncia ad affermare l’identità cristiana, non solo davanti al giudaismo, ma di fronte a qualsiasi interlocutore, religioso o secolare che fosse, secondo una concezione di “dialogo ecumenico”, che si traduceva generalmente, in puro e semplice “trasbordo”.

Il pontificato di Benedetto XVI invita i cristiani a rovesciare questa prospettiva, assumendo una posizione di aperto sostegno allo stato di Israele, estrema propaggine dell’occidente in una terra in cui si vorrebbe come unica legge la sharia, ma senza rinunciare a svolgere una rigorosa critica teologica di quanto nella religione ebraica è incompatibile con il cattolicesimo. Non si può dimenticare, in particolare, che la sintesi del cristianesimo sta nel mistero dell’Unità e Trinità di Dio, negato, come una blasfemia, dal giudaismo e dall’islamismo. I cristiani non possono rinunciare a proclamare questo mistero, se vogliono essere sé stessi, e non possono tacere il fatto che quando insieme agli ebrei e ai musulmani pronunciano la parola Dio non intendono la stessa identità divina. Esiste certamente un unico Dio, ma essi non pregano un Dio comune.

L’universalismo salvifico, secondo cui ogni esperienza religiosa fa parte dell’unico disegno di salvezza, è destinato a tradursi in indifferentismo religioso. Una volta ammesso questo principio non si vede infatti perché debba essere escluso dalla salvezza chi non ha alcuna fede religiosa e, professando magari il relativismo, ha tuttavia un’intensa esperienza di vita: tutti sarebbero, per dirla con Rahner, “cristiani impliciti”.

Nel dialogo interreligioso con gli ebrei si sentono spesso citare i riferimenti di san Paolo alla “santa radice” e alla “irrevocabilità dei doni” elargiti da Dio al popolo eletto. Tuttavia, la Lettera ai Romani (9, 4-5 e 11, 17- 24 e 28-29) va letta contestualmente con la Lettera agli ebrei, per quanto essa risulti poco gradita all’esegesi contemporanea. E’ innegabile che Cristo e gli Apostoli nacquero dal popolo ebraico e che, come afferma la dichiarazione Nostra Aetate, “grande è il patrimonio spirituale comune a cattolici ed ebrei” (4e); altrettanto incontestabile è però il rifiuto da parte degli ebrei di ieri e di oggi di innestarsi sulla Chiesa, nuova radice e nuova alleanza che si sostituisce all’antica.

Queste considerazioni teologiche non hanno niente a che fare con l’antisemitismo, ma esprimono ciò che Benedetto XVI affermava rivolgendosi ai membri dell’International Jewish Committee on Interreligious Consultations, il 30 ottobre 2008: “Il dialogo è serio e onesto quando rispetta le differenze e riconosce gli altri proprio nella loro alterità”.

Solo queste categorie forti permettono di comprendere la novità e le potenzialità del faticoso periplo in medio oriente di un Pontefice di 82 anni. Il bilancio sui risultati del viaggio naturalmente non può essere preventivo. Va ricordato peraltro che il suo significato sarà misurato non solo dai discorsi del Papa, calibrati in ogni sfumatura dalla segreteria di stato, ma dagli atti e dalle immagini che i media veicoleranno.

Nella società dell’immagine, il messaggio va al di là delle intenzioni e delle stesse parole ed è legato spesso a dettagli inaspettati e imponderabili. In questo senso le Messe che il Papa celebrerà nel Getsemani, a Nazareth e a Betlemme, acquistano un importante senso simbolico: riaffermano il sofferto primato della fede sulla politica, che è una delle cifre attraverso cui giudicare il pontificato di Benedetto XVI. (Roberto de Mattei su Il Foglio del 12 maggio 2009)

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