Augusto Pinochet: una revisione storiografica

Augusto Pinochet: una revisione storiografica

La cattura e la conseguente destituzione del dittatore venezuelano Nicolás Maduro da parte dell’Amministrazione Trump, il 3 gennaio 2026, può essere considerata sotto diverse prospettive. Fra le tante che sono state adottate sui media e nei commenti politici vi è stata anche quella d’inquadrare tale operazione nell’ambito delle continue ingerenze realizzate nell’ultimo secolo dal Governo degli Stati Uniti in Sud America. 

È il caso, ad esempio, della ricostruzione storica offerta dal quotidiano “ufficioso” della Santa Sede L’Osservatore Romano, il quale ha annoverato nell’ambito della «storia delle ingerenze degli Stati Uniti in Sud America» anche il caso del «Cile di Allende». Ciò facendo, ha riportato nella descrizione del golpe militare dell’11 settembre 1973 che ha posto fine al regime di Salvador Allende (1908-1973) frasi letteralmente riprese dalla propaganda socialcomunista del tempo, come ad esempio quella per cui «il presidente socialista, Salvador Allende, democraticamente eletto, fu rovesciato da un colpo di Stato promosso dalla Cia, e dunque ucciso» (cfr. Roberto Paglialonga, Gli Stati Uniti e il Sud America. Un secolo di ingerenze, in L’Osservatore Romano, 5 gennaio 2026, p. 4).

In effetti, nel 1970, in Cile vinse le elezioni una coalizione di partiti di estrema sinistra comprendenti il partito socialista guidato da Allende, il partito comunista cileno e un movimento rivoluzionario, il MIR, che si ispirava alle idee del guerrigliero argentino Ernesto Che Guevara, fra i maggiori sostenitori del regime di Fidel Castro, anche se successivamente esule da Cuba e morto in Bolivia dove si era recato per guidare l’insurrezione armata contro il governo di quel Paese. Non appena eletto a capo del Governo Allende pose mano alle riforme promesse in campagna elettorale nazionalizzando l’industria mineraria del rame e dei nitrati, confiscando i latifondi e ponendo mano ad una “riforma agraria” espropriativa condotta in maniera così radicale e confusa da provocare la contrarietà degli stessi esperti incaricati di progettarla. Il risultato di tali misure fu che l’inflazione balzò nel 1972 al 150% su base annua e fece scomparire dai negozi anche le derrate necessarie alla vita di ogni giorno. Cominciarono a infittirsi gli scioperi, così come le manifestazioni violente per le strade e la repressione di ogni tipo di opposizione politica.

Il presidente Allende, pur democraticamente eletto nel 1970, nei successivi tre anni del suo governo portò l’inflazione a cifre con tre zeri, code lunghissime nei negozi di alimentari, mancanza di generi di prima necessità, fuga dei cervelli, nazionalizzazioni di terre e industrie che portarono l’economia al collasso e crescita esponenziale di bande paramilitari marxiste che, per effettivi e armamenti, non sfigurava rispetto a quelli dell’esercito regolare. Allende, poi, sul piano internazionale avviò una politica di esplicita alleanza con la Cuba castrista nonché con gli altri Paesi socialisti allineati nell’orbita sovietica, allora antagonista rispetto al “blocco occidentale”. È molto lunga, invero, la lista di vittime provocate in Cile dopo la caduta di Allende e l’avvento della dittatura del generale Augusto Pinochet (1915-2006) ma, allo stesso tempo, andrebbe ricordato che non pochi fra i desaparecidos risultarono vivi riapparendo vent’anni dopo il golpe con la divisa cubana in Angola, nei noti campi di addestramento voluti dall’URSS. 

Inoltre, nell’agosto 1973, pochi giorni prima del golpe di Pinochet, fu proprio il Congreso Nacional a denunciare il caos e il ricorso sistematico da parte dell’Amministrazione Allende ad arresti arbitrari e torture, mettendo così in minoranza il capo del Governo democraticamente eletto e invocando l’intervento dei militari. 

Nonostante ciò, l’icona di Allende è sbandierata da più di mezzo secolo come la prima (e unica) esperienza di una coalizione socialcomunista andata al potere «in modo legale». Lo stesso discorso, però, si potrebbe fare riguardo all’avvento in Germania di Adolf Hitler. Anche il Führer, infatti, fu democraticamente eletto nel 1933 ma, ben presto, a motivo dell’esercizio totalitario del suo governo trasformatosi velocemente in regime, divenne un dittatore illegittimo e tirannico.

L’icona negativa di Pinochet, all’opposto di quella di Allende, continua acriticamente ad essere riproposta nonostante abbia governato con il consenso del popolo cileno che gli ha riconosciuto di averlo liberato dalle angustie e dalle violenze perpetrate dalla precedente gestione marxista. Un dittatore che, lo ripetiamo, una volta realizzata la stabilizzazione politica e il risanamento economico-finanziario del Cile, ha volontariamente riconsegnato il potere ai partiti democratici, gli stessi che lo avevano chiamato in causa nel 1973, consentendo contestualmente un forte ridimensionamento del ruolo dei militari nella vita politico-istituzionale. 

A Pinochet si deve fra l’altro, nel 1980, il varo di una nuova Costituzione che, all’articolo 19, introduceva un principio fondamentale come quello della difesa della vita del concepito («colui che ancora deve nascere»), ciò che permise l’introduzione del divieto assoluto di aborto nel 1989, un divieto rimosso in Cile molto dopo la fine della dittatura militare (2017),

Secondo la propaganda sovietica degli anni Settanta, ripresa successivamente dai partiti socialcomunisti e dalla saggistica anti-americana di orientamento vario, «Allende fu ucciso dai soldati di Pinochet» e la successiva repressione militare «causò circa 30 mila morti».

Premesso che il Cile, fino al 1970, era stato il più stabile fra i Paesi latino-americani, a rendere problematiche, e quindi non prudentemente divulgabili le due affermazioni appena citate, militano diverse considerazioni difficilmente confutabili sul piano storico e politico. 

Anzitutto quella per cui l’esercito cileno, prima dell’avvento di Allende, non aveva una pratica e una mentalità “golpista”, ossia di intervento nelle questioni civili avendo, almeno dal 1952, il regime democratico del Paese dato buona prova di sé.

Una volta al potere Allende, per assicurarsi la fedeltà di almeno una parte delle forze armate, fece entrare nel governo alcuni dei generali più influenti, con una manovra che però indignò il movimento rivoluzionario alleato del MIR che, come reazione, occupò alcuni quartieri della capitale Santiago cominciando a distribuire al di fuori di ogni regola la terra ai contadini, senza il consenso del governo. 

Come seconda considerazione va ricordato che, all’inizio del 1973, Allende decise di nazionalizzare l’istruzione pubblica, introducendo programmi scolastici che offendevano direttamente la coscienza religiosa di gran parte dei cittadini. Fino a quel momento il clero cileno, influenzato da una vasta corrente di consenso in favore delle riforme e, non ultimo, da una teologia della liberazione che diceva d’ispirarsi al Concilio Vaticano II, non aveva preso posizione contro il regime di Allende. Quando però vide il Paese caduto nel caos e messa in discussione la sua stessa esistenza, la Chiesa cilena passò all’opposizione e alla resistenza al governo.

Terza considerazione: nell’aprile 1973, quando i lavoratori della più grande miniera di rame del Cile (El Teniente) attuarono uno sciopero, Allende reagì irresponsabilmente proclamando lo stato d’assedio. Fu allora che il Parlamento decise di porre in stato di accusa alcuni ministri ordinando ad Allende di rispettare la Costituzione. A ciò seguì l’occupazione, da parte di membri del MIR, di alcuni edifici pubblici, con aperta sfida alla polizia e la minaccia, da parte di tale gruppo paramilitare, di costituirsi in “guardia nazionale”. Un reparto dell’esercito agli ordini di Pinochet si vide quindi in dovere di assaltare il palazzo presidenziale con Allende che, sentendosi ormai spacciato e in completo isolamento (l’inflazione era arrivata in settembre al 300%), non fu ucciso dai soldati di Pinochet come ripetuto dall’Osservatore Romano, ma decise di suicidarsi.

In conclusione, dopo sedici anni di regime militare, il principale artefice dell’abbattimento dell’Amministrazione Allende, il generale Pinochet, andrebbe ricordato come l’unico esempio di dittatore che nel Novecento ha volontariamente ceduto il posto alla democrazia. Varrebbe quindi la pena, dopo tanti anni dall’abbattimento del Muro di Berlino, di fare uno sforzo per “storicizzare” la battaglia ideologica della guerra fredda, permettendo al passato del Cile di passare veramente e riconoscendo allo stesso tempo alla giunta militare di aver combattuto il comunismo e di aver difeso, con tutti i limiti ed i delitti comunque avvenuti, la libertà e l’unità dell’Occidente. 

Il “plebiscito nazionale” indetto in Cile il 5 ottobre 1988 dal regime militare in applicazione delle disposizioni transitorie della Costituzione del 1980, fu tenuto appositamente per determinare se il popolo volesse conferire a Pinochet un ulteriore mandato di 8 anni come presidente della Repubblica.

La vittoria del “no” ha comportato la convocazione di elezioni democratiche congiunte per presidente della Repubblica e parlamento per il dicembre 1989, evento che ha portato alla fine della dittatura. 

D’allora in poi il Cile ha vissuto secondo le regole e la vita istituzionale di un’ordinata democrazia. Ancora oggi il Paese è considerato il faro della democrazia competitiva e della stabilità nell’intera area latinoamericana. Secondo alcuni commentatori, infine, la vittoria del conservatore José Antonio Kast alle ultime elezioni presidenziali del 2025 segnerebbe l’avvio di un processo di “purificazione della memoria” e di recupero dell’esperienza della dittatura di Pinochet che rende giustizia al suo protagonista, nel 2004 finito per la seconda volta agli arresti domiciliari a seguito della decisione della Corte suprema di processarlo per reati militari e di natura fiscale (fu poi rilasciato nel gennaio del 2006, a pochi mesi dalla morte). 

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