Attacco da 3 miliardi di euro alla Chiesa

13 settembre 2012
Un mossa giustificata dalla crisi economica. In Spagna, come in altri Stati dell’eurozona, si sta valutando la possibilità di tassare i beni immobili della Chiesa, almeno quelli non utilizzati a scopo religioso.

Secondo l’articolo del Washington Post, che riporta la notizia il 13 settembre, il nuovo regime fiscale “potrebbe essere devastante” (could be devastating), con un conto salatissimo dell’ordine 3 miliardi di euro all’anno. Il promotore dell’iniziativa è il consigliere comunale di Alcalà, Ricardo Rubio che, come molti altri, è alla ricerca di denaro contante per tappare le magagne del capitalismo e delle amministrazioni statali.

Che non si tratti di un’azione neutra sono però le parole stesse del Washington Post a rivelarlo, con la solita dialettica delle sproporzionate ricchezze ecclesiastiche. La Chiesa Cattolica viene infatti definita “l’ultima intoccata fonte di ricchezza”, così che “migliaia di funzionari pubblici […] stanno considerando di smantellare le agevolazioni fiscali e i privilegi dei quali la Chiesa ha goduto per secoli”.

La motivazione è quella di un’equa distribuzione dei costi della crisi globale, espressa con l’innocenza di chi finge di non costruire barricate. Da un lato la buona e solerte amministrazione pubblico-laica, dall’altra la parassitaria e scroccona Santa Sede di Roma. Come se la Chiesa non si fosse mai occupata (e ben prima della formazione del concetto di Stato laico) di povertà, di aiuto ai bisognosi, di formazione scolastica e professionale, di salute e di costruzione di ospedali.

A testimonianza di quanto siano utili manovre come queste, il Washington Post riporta alcuni esempi. In Irlanda “il ministro dell’istruzione sta combattendo per mettere fine al controllo della Chiesa di molte delle scuole elementari del paese, e il governo ha ridotto a metà le sovvenzioni per le prime comunioni delle famiglie povere”. Inoltre: “Più della metà dei consigli comunali inglesi hanno soppresso i sussidi statali per il trasporto pubblico verso le scuole confessionali, portando ad una caduta vertiginosa delle iscrizioni”. Un risultato sicuramente degno di lode.

Tuttavia se la frase è bella, molto più difficile sarà capire come poter distinguere un edificio destinato ad uno scopo religioso-sociale da uno che non lo è. Passino i ristoranti, giustamente da tassare quando sono un esercizio commerciale, ma come discriminare scuole, case, parchi, campi sportivi, spesso destinati ad un uso sociale, religioso e culturale?

Perché, per quanto ciò possa far arrotolare di rabbia i suoi oppositori, la Chiesa è utile al territorio e il suo aiuto verso i più deboli è da sempre documentato e diffuso capillarmente (senza distinzione di credo).

Il senso, invece, di queste manovre è quello di indebolire la Chiesa e di spostare molti servizi “sociali” verso lo Stato laico e la res publica, con la motivazione di togliere agli scrocconi per dare tutto ai solerti. Non si capisce che, al limite, bisognerebbe investire su entrambi, e conservare ciò che di buono è stato fatto, e non distruggere quello che ancora funziona.

Come difendersi un giorno, domani, quando finalmente tutti i laici servizi saranno a completo carico dello Stato, dalle amministrazioni che decideranno di sopprimerli per motivi economici?

Redazione

Donazione Corrispondenza romana