Arci, il braccio politico-culturale delle giunte ‘rosse’

ArciSulle politiche culturali pare proprio essere l’Arci, ormai, l’interlocutore privilegiato dei Comuni “rossi”. Accade un po’ ovunque, dalle piccole alle grandi realtà, da Terni a Bologna, da Narni a Modena. Ultima in ordine di tempo, si è aggiunta anche l’amministrazione municipale di Cremona, che ha atteso proprio l’ultimo giorno del 2015, per sottoscrivere con l’Arci un protocollo d’intesa addirittura quadriennale, al fine di «valorizzare progetti», che siano «di contrasto alle discriminazioni ed all’esclusione, di difesa dell’interesse collettivo, di crescita democratica». Il che, tradotto dal politichese, significa appaltare le politiche culturali, giovanili e sociali «di rigenerazione urbana» ai vati dell’ideologismo di sinistra, del genderismo e del terzomondialismo spinto.

Sinergie di questo tipo, infatti, son tutt’altro che asettiche e non spingono verso forme ed espressioni culturali neutre, bensì esplicitamente faziose, partigiane, politicamente etichettate. Non fanno “cultura”, bensì “quella” cultura. E questo, i Comuni, lo sanno.

In cosa si riconosce l’Arci

E’ opportuno, allora, fare alcune puntualizzazioni. L’Arci, Associazione Ricreativa e Culturale Italiana, nacque nel 1957 nell’alveo della Sinistra comunista. Vincenzo Santangelo, ricercatore presso l’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea, nel suo libro Le Muse del popolo, ne precisa le componenti politiche («il Pci, il Psi, la Cgil»), nonché la «vigorosa contrapposizione nei confronti di tutti quegli organismi assimilabili allo Stato o alle grandi imprese», compresi i Dopolavoro ed i Cral aziendali. Una forza, dunque, dichiaratamente antisistema ed anticapitalista. Di quella storia, l’Arci di oggi non rinnega alcunché, anzi è vero l’opposto: lo Statuto, approvato il 14 giugno dell’anno scorso, precisa già nella premessa come essa rappresenti e voglia rappresentare «la continuità storica e politica con l’Arci delle origini fondata a Firenze il 26 maggio 1957». Chiarissimo.

Il 9 dicembre 1980, nel suo alveo, si costituì l’Arcigay. Fu voluta da un sacerdote omosessuale, un teologo della liberazione sospeso “a divinis”, don Marco Bisceglia (riammesso nella Chiesa solo poco prima di morire, malato di Aids, dopo la supplica da lui inviata alla Congregazione per la Dottrina della Fede, supplica in cui si pentì di quelli che chiamò «i miei errori e traviamenti»). Con lui collaborò a quest’avventura anche un allora giovane obiettore di coscienza in servizio civile presso l’Arci, Nicola Vendola detto Nichi, che poi divenne suo convivente e che oggi è il presidente di Sinistra Ecologia Libertà. Non a caso, l’Arci, promuove, tra le altre, anche la campagna Giàfamiglia, che, a dispetto del nome, punta al riconoscimento delle “nozze” gay.

Con la sua adesione al World Social Forum, l’Arci sostiene, inoltre, l’antagonismo e la «globalizzazione alternativa» terzomondista, ribadendo la sua natura «antiliberista» ed «antimperialista», categorie che evidentemente si cerca di far sembrare obsolete più di quanto in realtà, per taluni, non siano.

E’ ovvio, quindi, come le grandi manovre dell’allegra macchina da guerra amministrativa di Sinistra non promuovano ingenuamente protocolli, accordi ed intese con l’Arci. Ed è altrettanto ovvio come, proprio tramite queste intese, sia possibile con soldi pubblici veicolare nelle scuole, negli assessorati, nei circoli, nel terzo settore, nel volontariato, nelle iniziative culturali, negli eventi, nelle manifestazioni, ovunque, i cavalli di battaglia della Sinistra spinta.

Essere politici cattolici

Il che fa ancora più specie in una città come Cremona, il cui Sindaco, Gianluca Galimberti, è stato presidente diocesano di Azione Cattolica dal 2002 al 2008. Il che non ha impedito alla giunta municipale, di cui è a capo, di predisporre un regolamento comunale per il riconoscimento delle unioni civili, anche «dello stesso sesso», ora al vaglio di una commissione municipale; né ha impedito di approvare il registro dei testamenti biologici. Insomma, una capitolazione totale proprio sui temi – famiglia e bioetica -, che più dovrebbero essere cari ai cattolici impegnati in politica.

E’ bene, a tale proposito, ricordare, allora, come nella Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei Cattolici nella vita politica, messa a punto dalla Congregazione per la Dottrina della Fede ed approvata da San Giovanni Paolo II il 21 novembre 2002, si vieti esplicitamente di «favorire con il proprio voto l’attuazione di un programma politico o di una singola legge, in cui i contenuti fondamentali della fede e della morale siano sovvertiti dalla presentazione di proposte alternative o contrarie a tali contenuti»: quali riconoscimento delle coppie gay ed eutanasia, ad esempio, dovendo le leggi civili «salvaguardare la tutela e la promozione della famiglia, fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso», senza equipararvi «in alcun modo altre forme di convivenza», nonché «tutelare il diritto primario alla vita a partire dal suo concepimento fino al suo termine naturale». Ciò su cui non v’è alcuna unione civile, né alcuna dichiarazione anticipata di trattamento che tengano.

Non ci si può dire politici cattolici e poi agire all’opposto. E’ questa schizofrenia amministrativa, che ha generato aberrazioni quali il divorzio e l’aborto sotto governi a guida democristiana. Purtroppo pare che, da allora, nulla sia cambiato, la Storia nulla abbia insegnato e la lezione, di cui un giorno verrà chiesto conto, non sia stata ancora capita… (fonte: Corrispondenza Romana)

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