AMERICA LATINA: molte amministrazioni di sinistra

Dieci anni fa Hugo Chávez si insediò alla presidenza del Venezuela. Da allora, un’elezione dopo l’altra, la lista delle amministrazioni di sinistra in America Latina ha continuato a crescere.

Anche se si tratta di una sinistra in cui, a fianco di presidenti radicali e estremisti alla Chávez, Morales o Correa, figurano personaggi più moderati: il brasiliano Lula, partner strategico nei progetti sul biocarburante dell’amministrazione Bush, l’uruguayano Tabaré Vázquez, un socialista che per le proprie convinzioni irrinunciabili ha messo il veto a una legge sull’aborto e anche altri presidenti che si sono messi con il modello chavista in netta rotta di collisione, come il peruviano Alan García.

C’è stato anche qualche moderato che ha retto: dal colombiano Uribe Vélez, ai governi dei messicani Foz e Calderón. In linea generale, però, in questi dieci anni nessun Paese latino-americano è passato da un governo più a sinistra a un governo più a destra, fino allo scorso 15 marzo, quando l’elezione a presidente dell’El Salvador del giornalista Mauricio Funes, indipendente ma appoggiato dagli ex-guerriglieri del Fronte Farabundo Martí, ha portato l’ondata a sinistra alla massima espansione.

Dopo, però, che le elezioni locali a ottobre in Brasile e in Cile avevano mostrato una prima controtendenza, il 3 maggio a Panama l’elezione a presidente di Ricardo Martinelli, la prima in America Latina dall’inizio del XXI secolo in cui si è passati da un governo di sinistra a uno più moderato, l’ha confermata. E la tendenza si accentua ora con i tre eventi di domenica 28 giugno: in Honduras, dove è stato destituito il presidente Manuel Zelaya, che dopo essere stato eletto col Partito Liberale aveva sterzato con mossa a sorpresa in direzione del “socialismo del XXI secolo” di Chávez; in Argentina, dove alle elezioni di mezzo termine il Fronte della Vittoria di Cristina e Néstor Kirchner ha sofferto una sconfitta devastante, perdendo la maggioranza assoluta; in Uruguay, dove il moderato Daniel Astori ha perso le primarie della coalizione di sinistra Frente Amplio a favore dell’ex-guerrigliero Pepe Mujica: un personaggio dal profilo troppo estremo per non rendere quasi sicura la sconfitta nei confronti del candidato del Partido Nacional Luis Alberto Lacalle. E, se non proprio il voto del 25 ottobre, quello del 29 novembre in Honduras dovrebbe poi confermare il quadro del post-Zelay, l’11 dicembre sarà possibile una vittoria del centro-destra in Cile e qualcosa di analogo si delinea anche per il 2010 in Brasile e per il 2011 in Argentina. Se dopo l’approfondimento della democrazia in America Latina era fisiologico che arrivasse un po’ dappertutto al potere una sinistra che non aveva quasi mai governato, adesso è altrettanto fisiologico che ci sia un’alternanza.

Il modo in cui le cose sono andate in Honduras, però, ha poco di fisiologico e anche di democratico, anche se la mossa traumatica con cui Congresso, Corte Suprema ed Esercito hanno destituito il presidente non ha fatto altro che prevenire la mossa anche più traumatica con cui Zelaya minacciava di mettere in mora la Costituzione a colpi di referendum in stile chavista.

In qualche modo, la reazione che il modello populista sta innescando rischia a sua volta di perdersi per strada in una deriva opposta, ma che finirebbe anch’essa per allontanare l’America Latina dall’Occidente, sia pure da un altro versante. Sul fondo, continua a mancare ancora in America Latina quella mediocrazia, la primazia dei ceti medi, che da Aristotele a San Tommaso e ai classici del pensiero politico moderno è sempre stata giustamente individuata come l’unico vero e invalicabile baluardo dei regimi rappresentativi.

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