Amare la Chiesa come l’hanno amata i santi

(di Cristina Siccardi) Che cosa significa amare la Chiesa? Che cosa significa amare il Papa? I santi sono i migliori esperti per rispondere a questi due quesiti e le loro risposte sono essenziali per ritenersi cattolici.

Scriveva san Girolamo, esausto dalle lotte intestine fra le Chiese d’Oriente, che «continuano a scontrarsi tra loro, e riducono a brandelli la tunica inconsutile del Signore, tessuta da cima a fondo senza cuciture. Delle volpi devastano la vigna di Cristo; in mezzo a cisterne spaccate e senz’acqua è difficile capire dove si trovi quel fonte sigillato, quell’orto chiuso da un recinto, di cui parla la Scrittura (cf Cant. 4, 12). Per questo ho deciso di consultare la cattedra di Pietro», prosegue il Padre della Chiesa nella sua missiva indirizzata a Papa Damaso, «dove si trova quella fede che la bocca di un apostolo ha esaltato; vengo ora a chiedere un nutrimento per la mia anima lì, dove un tempo ricevetti il vestito di Cristo [il battesimo ndr]».

Dove oggi troviamo nutrimento per le nostre anime? La Chiesa per il momento non dà risposte certe, ma fomenta dubbi e confusioni, è come in preda ad un’affannosa ricerca di autogiustificazioni e di rovinosi dribbling, invece di guardare in faccia all’unica Verità salvifica di Cristo.

Ma è questa Chiesa che i firmatari della Correctio filialis amano e bramano e con san Girolamo ci uniamo al suo grido: «No davvero! Né l’immensità del mare, né l’enorme distanza terrestre hanno potuto impedirmi di cercare la perla preziosa. Dove sarà il corpo, là si raduneranno le aquile(Lc 17, 37). Dopo che il patrimonio è stato dissipato da una progenie perversa, solo presso di voi si conserva intatta la eredità dei padri. Costì una terra dalle zolle fertili riproduce al centuplo la pura semente del Signore; qui il frumento nascosto nei solchi degenera in loglio e avena […]. Voi siete la luce del mondo, il sale della terra (Mt 5, 13)».

San Girolamo, con il classico ardore e zelo dei santi, ama la Chiesa e il Papa, non Damaso in sé, ma la figura petrina, infatti: «Io, vittima, attendo dal sacerdote la salvezza, e come una pecorella chiedo protezione al pastore. Metti da parte ciò che è invidiabile, sottraiti un momento al fasto dell’altissima dignità romana: ecco il successore del pescatore, con un discepolo della croce che desidero parlare. Io non seguo altro primato se non quello di Cristo; per questo mi metto in comunione [cioè unito alla dottrina e fedele all’autorità romana ndr] con la tua Beatitudine, cioè con la cattedra di Pietro. So che su questa pietra è edificata la Chiesa. Chiunque si ciba dell’Agnello fuori di tale casa è un empio. Chi non si trova nell’arca di Noè, perirà nel giorno del diluvio» (Le Lettere, I, 15, 1-2).

Molti secoli dopo, san Giovanni Bosco utilizzerà e dimostrerà con la sua difesa per la Chiesa e per il Papa lo stesso afflato, la stessa determinazione di un san Girolamo. Nel suo tempo chi voleva sovvertire la Chiesa piegandola alle politiche liberali giocavano sulla figura del Papa, a cominciare dal nome, così, invece di gridare «Viva il Papa», dicevano «Viva Pio IX», mentre Don Bosco insegnava ai suoi ragazzi a dire «Viva il Papa».

Ma Pio IX non era forse il Papa? «Avete ragione, replicava Don Bosco: ma voi non vedete più in là del senso naturale; vi è certa gente che vuol separare il Sovrano di Roma dal Pontefice,l’uomo dalla sua divina dignità. Si loda la persona, ma non veggo che si voglia prestar riverenza alla dignità di cui è rivestita» (G.B. Lemoyne, Memorie biografiche di don Giovanni Bosco raccolte dal sacerdote salesiano Giovanni Battista Lemoyne, vol. III, ed. 1903, capo XXI, § 241).

Riverenza dimostrò sempre Don Bosco nei confronti del Pontefice, ma non esitò a riprendere Mastai Ferretti e a sottolineare la sua imprudenza quando elargì delle libertà per cercare di assecondare l’accesa opinione pubblica. Queste disposizioni illusero coloro che cercavano di corrodere dall’interno la Chiesa e saranno gli stessi che dal falso mito del «Papa liberale», da loro propagandato, passeranno all’odio, fino a voler gettare le spoglie di Pio IX nel Tevere.

Nel XIV secolo santa Caterina, per amore della Chiesa e del Vicario di Cristo, ricordò al Pontefice, con scritti rimasti come oro puro nella Letteratura della Chiesa, i doveri a cui era chiamato. Ella tuonava, ma allo stesso tempo dimostrava, con il suo stesso esempio di vita, quanto le sue parole coincidessero con il vero bene della Chiesa.

Così si rivolgeva a Gregorio XI: «Reverendo padre in Cristo, dolce Jesù. Io Catarina indegna vostra figliuola, serva e schiava dei servi di Jesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo con desiderio di vedervi uomo virile e senza veruno timore servile, imparando dal dolce e buono Jesù, di cui Voi vicario sete, che tanto fu l’amore suo inestimabile verso di noi, che corse all’obbrobriosa morte della croce, non curando strazj, obbrobrj, villanie e vituperio […]. Or così voglio che facciate voi, padre: perdete voi medesimo da ogni amore proprio: non amate voi per voi, nè la creatura per voi; ma voi ed il prossimo amate per Dio, e Dio per Dio in quanto egli è degno d’essere amato, ed in quanto egli è sommo ed eterno bene: ponetevi per obietto questo agnello svenato, perocchè il sangue di questo agnello vi farà animare ad ogni battaglia; nel sangue perderete ogni timore, diventerete e sarete pastore buono, che porrete la vita per le pecorelle vostre (Job. 10). Orsù, padre, non state più; accendetevi di grandissimo desiderio aspettando l’adiutorio e la provvidenzia divina, perocchè mi pare che la divina bontà venga disponendo li grandi lupi, e facciali tornare agnelli». (Epistole della serafica vergine Caterina da Siena, a cura di Federico Burlamacchi, Tipografia e Libreria Pirotta & C, Milano 1842, Lettera 6, Tomo I).

Il Beato Cardinale John Henry Newman abbracciò la Chiesa per ragione e per amore. L’intelletto lo condusse allo studio costante, equilibrato, lucido che gli permise, pagando un gran prezzo, di scoprire la Verità. Approfondì l’Arianesimo e vi trovò un tossico simile al Protestantesimo.

I Padri della Chiesa lo convertirono, come egli stesso dirà, lo fecero cattolico, così come le chiese di Sicilia e di Milano, che ammirò nelle magnificenti architetture, nelle ricche iconografie, nelle meravigliose liturgie. E il Papa, tanto vessato e odiato nell’Anglicanesimo, diventava per lui sempre di più un punto di riferimento, paladino tutelare della dottrina di Cristo, trasmessa solo ed esclusivamente grazie alla Tradizione. Era l’estate del 1839 quando iniziò a studiare la storia dei monofisiti. Venne colto, per la prima volta, da un terribile dubbio: era ancora possibile sostenere l’Anglicanesimo? «Verso la fine di agosto ero seriamente allarmato».

La sua roccaforte era sempre stata l’antichità ed ora, nel mezzo del V secolo, vi trovò, proprio lì, la cristianità del XVI e XIX secolo. Fu così che «vidi il mio volto in quello specchio: era il volto di un monofisita» (Apologia pro vita sua, Jaca Book, Milano 1995, p. 144). La scoperta fu terrificante: lo specchio riflesse l’immagine di un eretico. Ne ebbe orrore: «Il dramma della religione, il combattimento della verità e dell’errore, erano sempre gli stessi. I principî e i procedimenti della Chiesa d’oggi erano identici a quelli della Chiesa d’allora; i principî e procedimenti degli eretici di allora erano quelli dei protestanti di oggi. Lo scopersi quasi con terrore; c’era una somiglianza spaventosa – tanto più spaventosa in quanto così silente e priva di passione – fra le morte reliquie del passato e la cronaca febbrile del presente. L’ombra del quinto secolo gravava sul sedicesimo. Era come se uno spirito sorgesse dalle torbide acque del vecchio mondo con la figura e i lineamenti del mondo nuovo. […]. A che serviva che io continuassi la controversia o difendessi la mia posizione se, a conti fatti, ciò equivaleva a fabbricare argomenti a favore di Ario o di Eutiche, e a far l’avvocato del diavolo contro il paziente Atanasio ed il venerabile Leone?».

Fu così che scelse la Tradizione, «La mia anima sia con i santi! Proprio a me toccherebbe alzare la mano contro di loro?» (Ivi, pp-144-146) Gli si presenta davanti la realtà: la Verità trasmessa dalla Chiesa di Roma in XIX secoli. E con le idee chiare e lucenti è, finalmente, a tu per tu con il suo Dio: «Coradcorloquitur».

Come non pensare in questo nostro tempo ai tanti adulatori di Papa Francesco, ai tanti opportunisti, che si comportano nel modo in cui Newman ritrae i pastori della Chiesa anglicana per i quali, in definitiva, era ed è il potere civile a dettare legge? Nella famosa Lettera al Duca di Norfolk, Newman scrive: «se sarò costretto a coinvolgere la religione in un brindisi al termine di un pranzo (cosa che in realtà non è proprio il caso di fare), brinderò al Papa – se vi fa piacere – ma, prima alla coscienza e poi al Papa» (Diff II 261).

Il teologo di Oxford ha sostenuto con forza che l’obbedienza sincera alla coscienza conduce l’uomo pian piano alla Verità, offuscata, oscurata, obnubilata dal peccato. La coscienza, formata alla Fede e ai sacramenti, plasmata non dalle novità, ma dalla Rivelazione e dalla Tradizione, è, sostiene Newman, «la messaggera di Colui […] che ci parla dietro un velo e ci ammaestra e ci governa per mezzo dei suoi rappresentanti. La coscienza è l’originario Vicario di Cristo, profetica nelle sue parole, sovrana nella sua perentorietà, sacerdotale nelle sue benedizioni e nei suoi anatemi» (Diff II 248).

Lo stato del Cattolicesimo attuale è tanto allarmante quanto drammatico, per questo il Papa è tenuto ad ascoltare la coscienza, sua, nostra, della Chiesa. (Cristina Siccardi)

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