Incesto, mostro giuridico o sbocco logico del teorema relativista?

(di Alfredo De Matteo) Il parlamento italiano si appresta ad approvare un disegno di legge che ha come oggetto il riconoscimento giuridico dei figli nati da rapporti incestuosi: in poche parole, il primo passo verso il superamento normativo e culturale del tabù dell’incesto, ancora considerato un reato nel nostro paese ma già depenalizzato in Olanda, Francia e Belgio. La motivazione addotta dai promotori della modifica normativa dell’art. 251 del Codice Civile è la seguente: «la presunta tutela del minore non responsabile della condotta dei genitori e quindi portatore di diritti al pari degli altri».

Ma tale pseudo difesa del più debole appare del tutto strumentale dal momento che è proprio in quest’ottica che il legislatore ha inteso finora vietarne il formale riconoscimento e soprattutto perché altre leggi, come quelle sull’aborto volontario ed il divorzio, calpestano ferocemente i diritti proprio di chi abbisognerebbe di una maggiore tutela e protezione. In ogni caso, è quanto mai opportuno capire i motivi per cui la società civile è giunta a tal punto. Cominciamo col constatare che le cosiddette “conquiste di civiltà” raggiunte negli ultimi decenni da quasi tutti i paesi del mondo, sono consistite nel clamoroso superamento di quei limiti etici e morali che mai erano stati messi in discussione: divorzio, aborto, eutanasia e normalizzazione dell’omosessualità rappresentano delle deviazioni straordinarie dal diritto naturale, che illumina da sempre il cammino dell’uomo sulla terra.

La comune matrice filosofica che sottende e rende inevitabili tutte queste deviazioni dall’ordine precostituito è la negazione dei principi della legge naturale, inscritti nel cuore di ogni uomo. O esiste un codice universale attraverso cui è possibile valutare il comportamento umano oppure tutti gli atti, nessuno escluso, compiuti dagli uomini sono leciti o quantomeno espressioni della cultura propria del luogo e dell’epoca in cui si manifestano.

Nell’epoca in cui viviamo sono numerosi gli esempi di un tale modo di interpretare la realtà: molto di recente ha suscitato lo sdegno delle lobby omosessuali e della comunità dei benpensanti la scoperta dell’inclusione nel manuale dell’Arma dei carabinieri dell’omosessualità tra le degenerazioni sessuali, tanto che il comandante dell’Arma ha assicurato che il manuale verrà corretto nella parte incriminata ed ha tenuto a precisare che le valutazioni di ordine morale in esso contenute sono semplicemente il frutto di un modo di pensare ormai sorpassato dai tempi.

C’è da chiedersi quali espressioni rimarranno del manuale quando, in un futuro ormai prossimo, gli incestuosi, i necrofili ed i zoofili alzeranno la testa e pretenderanno, dati i presupposti filosofici generali, la cancellazione delle loro malsane tendenze dalle degenerazioni sessuali e magari anche il loro avallo giuridico. L’altro grimaldello filosofico che tende a scardinare l’ordine naturale e a puntellare l’ideologia relativista, è il consenso. In poche parole, una volta accertata la natura volontaria dell’atto in ambedue gli autori, esso diventerebbe automaticamente accettabile. In effetti, il principio base che sottende e regola l’intero impianto ideologico su cui si reggono le odierne strutture sociali è l’autodeterminazione: la libertà di scelta è la bussola attraverso cui l’umanità può efficacemente orientarsi e che determina la bontà o meno di un comportamento.

Pertanto, sta di fatto che, volenti o nolenti, una volta accettati i cardini del pensiero debole contemporaneo, ossia l’impossibilità di rintracciare un universale e condiviso sistema di valori al di fuori del tempo, il consenso e l’autodeterminazione come sostituti del diritto naturale, non c’è barriera etica e morale che, prima o poi, non possa essere abbattuta o scavalcata. (Alfredo De Matteo)

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