Al Sinodo diocesano di Bolzano la retta Dottrina va al macero

SinodoC’è chi ha già deciso. Sinodo o no, ci sono Diocesi che han già chiaro il da farsi ovvero tutto quanto contrasti la Dottrina della Chiesa, la Sacra Scrittura, il Magistero e la Tradizione. E’ quanto emerso in occasione della V Sessione del Sinodo diocesano di Bolzano-Bressanone, svoltasi lo scorso 30 maggio a Pietralba. Sessione, di cui il n. 26 del periodico Egna del giugno scorso ha riportato ampi stralci, che qui riportiamo.

Certo, il Sinodo straordinario dello scorso anno, alla fine, non ha approvato né la Comunione ai divorziati risposati, né l’apertura alle coppie omosessuali, non raggiungendo la richiesta maggioranza dei due terzi; eppure a Bolzano dev’essere sfuggito questo passaggio, dato che il Segretario del Sinodo locale, Reinhard Demetz, è convinto del contrario, cioè che a Roma abbiano «abbozzato itinerari per rendere possibile la piena partecipazione alla vita ecclesiale ed ai Sacramenti alle coppie che, dopo un divorzio, vogliono dare una forma impegnativa alla loro relazione con il matrimonio civile». Il che proprio non risulta. Vi sono stati tentativi bocciati, questo sì. Tentativi, che – in quanto tali – non fanno testo. Nulla più.

Eppure, quella Diocesi va molto oltre. E plaude al fatto che agli adulteri venga consentito di accostarsi alla Santa Comunione, pur non mutando la propria condizione, in assenza di qualsiasi pentimento e senza emendare la propria vita: «Anziché concentrarsi sul fallimento, occorre porre attenzione al nuovo progetto di vita che le coppie intraprendono, all’assunzione di responsabilità, dimostrando una grande fiducia nell’istituzione del matrimonio». Sono affermazioni sconcertanti. E’ come se l’abitudine al peccato grave rappresentasse già in un certo senso un’unione autentica, infischiandosene della precedente, di quella tradita, una ferita rimasta aperta alle spalle, una palese violazione dell’indissolubilità sacramentale dell’unione coniugale, nonostante la Dottrina cattolica la proclami e la ribadisca.

Ma Bolzano rilancia e giunge a promuovere addirittura il sacerdozio femminile e laicale, valutando le «condizioni di accesso delle donne, di sposati e celibi al ministero ordinato (vescovo, sacerdote, diacono), che sono da ridefinire», afferma, auspicando in merito «una discussione libera e aperta nella Chiesa». Evidentemente, qui non è giunta nemmeno l’eco di ciò che Giovanni Paolo II scrisse nella Lettera Apostolica Ordinatio sacerdotalis, espressamente per togliere ogni dubbio in merito: «In virtù del mio ministero di confermare i fratelli, dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa» (n. 4). Ma non dev’essere giunta eco neppure del Codice di Diritto Canonico del 1917, che al can. 987, paragrafo 2, precisa come le persone sposate siano «impedite», quindi non possano accedere alla sacra ordinazione: «Sunt simpliciter impediti viri uxorem habentes». Concetto ribadito anche nel nuovo Codice, quello del 1983, che al can. 277, paragrafo 1, precisa: «I chierici sono tenuti all’obbligo di osservare la continenza perfetta e perpetua per il regno dei cieli, perciò sono vincolati al celibato». Punto e basta.

La V Sessione del Sinodo diocesano di Bolzano, tuttavia, pare ormai senza freni, al punto da esprimersi «a favore di una pastorale dei malati nella quale l’unzione degli infermi venga amministrata anche dai laici», dimostrando ancora una volta di avere la memoria corta, visto che il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 1516 scrive: «Soltanto i sacerdoti (Vescovi e presbiteri) sono i ministri dell’Unzione degli infermi». Non solo: a Bolzano piace il regime di parlamentarismo, proponendo una «co-decisione nei diversi organi della Chiesa, dove clerici e laici, uomini e donne contribuiscono, con pari dignità e diritti, a costruire in modo partecipato la vita della Chiesa», scordandosi ancora una volta del Catechismo, che parla espressamente di «costituzione gerarchica della Chiesa» (cfr. tutta la parte I, sezione II, cap. III, art. 9, par. 4).

Ma a Bolzano son saltati ormai gli argini. Così si legge nel documento programmatico ufficiale n.8, pubblicato sul sito diocesano (nella foto, la pagina web): «Vogliamo riconoscere la nostra parte di colpa per quanto riguarda l’ingiustizia recata alle persone con una pastorale dura di cuore nelle questioni morali, soprattutto nell’ambito del matrimonio e della famiglia. Pensiamo in particolar modo alla sofferenza recata attraverso umiliazione ed emarginazione alle madri non sposate, ai figli extra-matrimoniali, alle convivenze pre- e non matrimoniali e su persone separate e risposate. Pensiamo anche a persone con orientamento omosessuale o a persone disabili, come anche all’abuso sessuale. Per tutto ciò ci scusiamo e chiediamo perdono». Tradotto: si scusano di avere annunciato in passato la Verità di Cristo! Questa Diocesi dichiara di vergognarsi della retta Dottrina, dell’insegnamento della Chiesa e della Parola di Dio, essendo, quelli citati, tutti aspetti che proprio qui vengono codificati.

Quella che emerge dalla V Sessione del Sinodo di Bolzano è una Chiesa “arcobaleno”, pronta a tutto, aperta a tutto, disposta a tutto, perché, certo, come afferma il documento programmatico n. 8, «nel sacramento del matrimonio vede e promuove un bene prezioso», però (c’è sempre un però…) resta «aperta ad altre forme di convivenza, le quali sono accompagnate e sostenute, invitate e accolte nella comunità ecclesiale, affinché tutti vivano e crescano nell’amore e nel rispetto, nella responsabilità e nella cura reciproca». Insomma, siamo di fronte ad un acritico ed indiscriminato «embrassons nous» collettivo, ad un «volemose bene» senza più regole. Con un’apertura così ampia a tutto ed a tutti, a 360°, ci si potrebbe aspettare chissà quali risultati, un eccezionale consenso di popolo: oratori pieni, chiese piene, liturgie piene. Invece, evidentemente il modello alla gente non piace e non paga. Tanto che, alla V Sessione del Sinodo, è emerso anche come, nel 2020, si preveda di avere circa 70 sacerdoti e «d’età molto avanzata» per 281 parrocchie. Il che non ha suggerito d’interrogarsi e di affrontare il vero problema, quello dell’emergenza vocazionale, chiedendosi cosa allontani i giovani dai seminari; no, si è preferita un’altra strada, molto più semplice e senza impegno: quella di assumere personale, pagando veri e propri stipendi ai laici impegnati e quindi sollecitando la Cei a destinare per questo una parte dei fondi dell’8 per mille. Incredibile. Eppure assolutamente funzionale al sistema, tant’è vero che da qui han tratto spunto per invocare «un ruolo sempre più forte» per quei dipendenti (ormai possiamo chiamarli così!), che, pur non avendo un’ordinazione sacerdotale, si diano da fare. Anche perché i dipendenti, si sa, fanno sempre (o quasi) quello che dice il padrone.

Di fronte a situazioni come questa, non stupisce che poi chiese, seminari e parrocchie siano vuoti. Tutt’altro. Il 27 si apre la VII Sessione di questo Sinodo: non resta che pregare. Ma sarebbe anche buona cosa che chi può, si faccia sentire… (fonte: Corrispondenza Romana).

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