Aborto: vietato vietare, giudice condannato in Argentina

colabelliSe, in barba alla leggi vigenti ma a colpi di sentenza, ci si prende la briga di liberalizzare la fecondazione assistita eterologa o di autorizzare i matrimoni gay, nessuno fiata. Ma che nessuno si azzardi a fermare un aborto, perché allora sì che si scatena un pandemonio! Lo ha scoperto a sue spese il giudice penale di Esquel, José Oscar Colabelli. E’ stato condannato dalla Corte Superiore di Giustizia argentina a pagare 1.500 pesos di sanzione. Ma non solo. La sua carriera ne è uscita minata: la sua condotta è stata ritenuta «grave», il suo operato manifestamente «arbitrario» ed è stato accusato di «esercizio abusivo del potere conferitogli». La sentenza, emessa a maggio, è stata resa pubblica soltanto ora: vano il ricorso presentato contro di essa.

I fatti contestati risalgono al 2012, quando il Procuratore generale, Maria Bottini, chiese a Colabelli l’autorizzazione ad estrarre e conservare materiale biologico dal corpo di una 12enne, vittima di uno stupro: la ragazza era rimasta incinta a seguito della violenza subita; era ormai alla 16ma settimana di gestazione, quando fu sporta denuncia. Il dna avrebbe facilitato la cattura del colpevole. Ma il giudice non concesse quanto richiesto: se lo avesse fatto, sarebbe stato come concedere l’aborto. Una decisione che non intendeva assumere, poiché, benché permesso dalla legge argentina, andava contro i suoi principi. Lui si è detto «totalmente contrario e per ragioni fondamentalmente giuridiche, basate cioè sui principi costituzionali di tutela della vita dal concepimento sino alla morte naturale».Ed ha fatto notare come, in tutta questa vicenda, «nessuno abbia difeso la persona, che si trovava in grembo».

Addirittura per l’aborto era già stata scelta anche la clinica, l’ospedale zonale di Esquel. Era già stata predisposta ogni cosa. Come se tutto fosse scontato, una sorta di formalità, un impiccio burocratico. Dopo questa sua sentenza, il caso gli fu tolto ed affidato ad altri due magistrati, che viceversa non si fecero tanti scrupoli. Ritennero di non doversi nemmeno esprimere circa l’interruzione di gravidanza, per la quale non era richiesto un parere giuridico. Si limitarono ad autorizzare l’acquisizione del materiale biologico della ragazza. Che abortì. Come da copione. Per suo figlio non vi fu scampo.

Ma anche per quel giudice pro-life non vi furono né scampo, né comprensione: immediatamente si scagliarono contro di lui le lobby abortiste. Adriana Inés Guerrero, del Comitato dell’America Latina e dei Caraibi per la Difesa dei Diritti delle Donne, Karina Selva Andrade, della Fondazione Madre Luna, e Raymunda Medina, della Casa della Donna di Puerto Madryn, tutte denunciarono Colabelli davanti al Consiglio della Magistratura, chiedendone addirittura il licenziamento. Chi ha istruito il fascicolo a suo carico non ha ravvisato motivi particolari, che giustificassero un provvedimento tanto duro, per cui ne ha suggerito l’archiviazione. Ma i suoi colleghi si sono rivelati di parere esattamente opposto ed hanno multato il giudice Colabelli, lasciando all’Alta Corte decidere l’entità della sanzione, poi fissata in 1.500 pesos.

Vano il ricorso del singolare imputato, a maggio la sentenza è stata confermata, attribuendogli una «responsabilità amministrativa» ed accusando il magistrato di «scarso rendimento» in questo processo. Ma c’è di più. La Corte Suprema ha voluto ribadire l’indipendenza decisionale dei giudici, ritenuta «un pilastro della repubblica», ma ha aggiunto che ciò non li rende «immuni di fronte alla legge» e che le loro azioni non sono esenti da critiche circa «la qualità delle procedure o dei pronunciamenti». Ed ancora, rincarando la dose: «In quanto servitori della legge i giudici devono attenersi alle norme. I giudici devono avere chiaro il limite delle proprie funzioni e rispondono politicamente o amministrativamente delle loro condotte». Se queste dichiarazioni fossero rapportate ad altri casi e fatte leggere ad altrettanti magistrati, autori di quella “giustizia creativa”, capace di applicar le leggi con acrobazie tali da stravolgere quelle vigenti, di fatto inventandone di nuove, forse l’ambito bioetico sarebbe maggiormente preservato e tutelato da un far west decisamente inquietante.

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