ABORTO: vietato manifestare in camice, ma solo se si è pro life

(di Mauro Faverzani) Oggi manifestare le proprie idee in Italia può costare anche il posto di lavoro: è l’incredibile vicenda, questa, capitata a Giorgio Celsi, infermiere professionale finito sul banco degli imputati, per così dire, solo per aver manifestato contro l’aborto in tenuta da lavoro, distribuendo volantini pro life assieme ad altri volontari dell’associazione Ora et labora in difesa della vita davanti agli ospedali, ove gli aborti vengono praticati.

Non è la prima volta: ha manifestato anche davanti alla struttura, che ha ospitato e che ha visto morire Eluana Englaro, dopo la sospensione di cibo ed acqua. La cosa non è andata giù al Collegio degli Infermieri di Milano-Lodi, che gli ha inviato un’ammonizione, eccependo come il suo comportamento “nuoccia” al decoro della professione. «Risposi loro che quando la categoria degli infermieri smetterà di collaborare agli interventi di aborto ed eutanasia, io smetterò di uscire in tenuta da infermiere. Loro si sono fatti due risate, però non hanno capito che io facevo sul serio».

Del resto, all’art. 38 il Codice deontologico degli infermieri prevede che non si attuino e non si partecipi «ad interventi finalizzati a provocare la morte».
Secondo l’art. 43 si è, invece, tenuti a «segnalare abusi o atteggiamenti dei colleghi contrari alla deontologia». Sempre nel Codice deontologico c’è scritto che «il medico non deve somministrare, nemmeno se richiesto, farmaci mortali, né tanto meno consigliarli»: “Allora è contrario sopprimere bambini”, deduce conseguentemente Celsi.

Ma Celsi non si è dato per vinto ed ha risposto tramite avvocato come, in realtà, non vi sia nulla di indecoroso e che anzi il suo diritto alla libertà di espressione è garantito dalla Costituzione. Dal Collegio gli è arrivata allora una seconda lettera, con cui lo si informava dell’avvio di un procedimento disciplinare: «Me l’aspettavo – afferma, da noi intervistato – perché mi avevano già avvisato telefonicamente».

Se Celsi fosse, in virtù di tale procedimento, sospeso o addirittura radiato dal Collegio, non potrebbe più esercitare la propria attività: «Oggi sono ancora più motivato – prosegue – Vogliono ledere la mia libertà di manifestare, come disposto dall’art. 21 della Costituzione. Io vado avanti in qualunque sede. –Mi si minaccia di una sanzione–. Io aspetto, poi ciascuno si assumerà le proprie responsabilità in ogni sede».

Anche il presidente del Collegio Milano-Lodi, il dottor Mutillo, che ha firmato la diffida inviatami, è di parte: – ha dichiarato infatti sulle DAT, le (dichiarazioni anticipate di trattamento), – «che l’unica speranza per garantire l’autodeterminazione dei malati sarebbe quella di prendere un treno per Lugano», dove c’è la casa di cura “Dignitas”, quella dove si praticano le eutanasie.

«Con l’aborto si sopprimono bambini innocenti nel ventre della madre. Ed ogni anno, in Italia, ci sono 135 mila aborti legalizzati, senza parlare poi delle varie pillole abortive, la Ru486, quella dei “tre giorni dopo” e quella dei “cinque giorni dopo”. Ciascuna interruzione di gravidanza, – spiega Celsi –, è gratuita per chi la richiede, ma i contribuenti pagano con le tasse circa 5 mila euro, per farli eseguire dalle strutture preposte».

Giovanni Paolo II evidenziava come una Nazione, che uccida i propri figli, sia una Nazione senza futuro. Se andiamo avanti così, il futuro ce lo stiamo “giocando”. Come? Celsi lo proclama a chiare lettere: «Ricorriamo all’adozione: se una mamma non vuole suo figlio, lo affidi ad una delle tante famiglie, disposte invece ad accoglierlo come proprio». (Mauro Faverzani)

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