Aborto: spazi diocesani a Modena per parlar di aborto e fecondazione assistita

(di Mauro Faverzani) La lettera enciclica “Evangelium Vitae”, scritta nel 1995 dal Beato Giovanni Paolo II, è molto chiara: dichiara illecito per i cristiani «cooperare formalmente al male», quand’anche ammesso «dalla legislazione civile», ma «in contrasto con la legge di Dio». E ciò «per un grave dovere di coscienza». Nemmeno «il rispetto della libertà altrui» può giustificare atti di questo tipo. Ora, concedere spazi a medici pro aborto, pro fecondazione assistita o pro eutanasia, lasciando che propugnino così le proprie convinzioni, ci pare rientri pienamente in tale ambito.

Il che è ancor più devastante, quando questi spazi siano diocesani. E’ quanto accaduto a Modena presso il Centro Famiglia di Nazareth, dove dal 29 al 31 marzo si è tenuto il congresso regionale “Donne allo specchio”, promosso da varie sigle di medici, ginecologi, farmacisti, ostetriche, pediatri, dove ‒ tra le altre cose ‒ si è parlato di sterilizzazione volontaria maschile e femminile, di aborto farmacologico, di contraccezione d’emergenza ed ormonale, argomenti trattati da un punto di vista tecnico come confronto di metodologie, col rischio di porre così in secondo piano o di far apparire implicita una valutazione almeno etica di tali tematiche.

Il che diviene particolarmente critico, quando si parli, di argomenti che di per sé imporrebbero un approccio morale, educativo e – perché no? – spirituale, prima ancora che un approccio “da laboratorio”. Non c’è da meravigliarsi se nel congresso la pillola contraccettiva, anziché esser valutata per ciò che è e per gli effetti indotti, è stata riproposta e rilanciata come terapia conservativa dei fibromi e quale “panacea” contro il dolore mestruale. Che poi a parlare di procreazione medicalmente assistita sia stato chiamato un suo dichiarato paladino quale il prof. Carlo Flamigni, ciò aiuta ad inquadrare la cornice dell’iniziativa.

Il prof. Flamigni, per intenderci, presidente onorario dell’Uaar (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti), non fa mistero sul suo sito web d’esser fiero avversario dell’obiezione di coscienza con la provetta, in farmacia, negli ospedali di ginecologia, ovunque. Tutti, cattolici o meno, dovrebbero essere costretti a praticare aborti, vendere pillole del giorno dopo, produrre embrioni sovrannumerari, per compiacere i voli pindarici della fecondazione “assistita”. Infischiandosene bellamente anche dei conseguenti provvedimenti canonici.

Sull’aborto, Flamigni invita i cattolici a non far «crociate» o «guerre di religione», dicendosi dalla parte delle donne «povere criste» (con la minuscola, così come ‒ in qualsiasi scritto, meticolosamente ‒ in minuscolo è scritta anche la parola “dio”). E via dicendo, il triste elenco potrebbe continuare.

Ora, se tutto questo si svolgesse in un contesto “neutro”, in una sala pubblica qualsiasi, resterebbe certo un problema culturale e morale, ma non stupirebbe più di tanto in una società relativistica e secolarizzata. Che, viceversa, a diventar cassa di risonanza di tutto questo, concedendo i propri spazi fisici per svolgere l’iniziativa, sia stata la Diocesi di Modena ‒ Nonantola, fa problema, eccome.

Il Centro Famiglia di Nazareth, infatti, è sede del Centro diocesano di Consulenza per la Famiglia e aderisce ‒ guarda caso ‒ alla Confederazione dei Consultori Familiari di ispirazione cristiana. Com’è possibile lasciar che a risuonare in questi ambienti siano concetti in contrasto frontale con la retta Dottrina della Chiesa. Sfuggono alla comprensione certi criteri di valutazione “ecclesiali”, tanto rigidi nel vietar le proprie strutture a cattolici ideologicamente ritenuti troppo “integralisti”, quanto generosi invece nel concederle ad altri, benché agli antipodi del Magistero. A meno che non ci si illuda di voler anche così “avvicinare i lontani”, senza rendersi conto che, in realtà, si stanno “allontanando i vicini”. (Mauro Faverzani)

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