ABORTO: obiezione di coscienza per i farmacisti cattolici

Ai farmacisti cattolici (e non) va garantita l’obiezione di coscienza. Il tema è stato affrontato nel corso del convegno “L’obiezione di coscienza del farmacista tra diritto e dovere”, organizzato dall’UCFI (Unione Farmacisti Cattolici Italiani) e svoltosi a Roma presso la casa “Bonus Pastor”, lo scorso 23 ottobre. Il segretario generale della CEI, mons. Mariano Crociata, ha aperto i lavori ribadendo i contenuti della dottrina sociale della Chiesa in merito alla cosiddetta pillola abortiva “del giorno dopo” (da non confondere con la RU486).

«La questione dell’obiezione di coscienza – ha spiegato il presule – nasce dal conflitto interiore dell’uomo posto di fronte all’alternativa, a volte lacerante, fra il comando della legge, che imporrebbe una determinata azione, e l’imperativo della propria coscienza, rispondente a motivazioni religiose, ma anche etiche o ideologiche, secondo cui quella azione risulta inaccettabile». Pertanto «il riconoscimento della possibilità di appellarsi alla “clausola di coscienza” è diretto appunto a superare tale conflitto interiore tra coscienza individuale e obbligo legale. Cercando di evitare gli esiti insanabili e gravissimi che derivano da una legge ingiusta di cui sia destinatario».

Da parte sua il presidente emerito della Corte Costituzionale, Antonio Baldassarre, ha ricordato che il diritto all’obiezione di coscienza è tutelato dalla stessa Costituzione Italiana, il cui articolo 2 garantisce i «diritti inviolabili dell’uomo», tra cui il diritto alla vita. Si rende pertanto necessario, secondo Baldassarre, un intervento del legislatore ordinario che estenda esplicitamente tale diritto ai farmacisti.

Giacomo Rocchi, giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Firenze, ha sottolineato le incoerenze del nostro sistema normativo in materia di obiezione di coscienza: se da un lato gli studenti vegetariani degli istituti alberghieri hanno diritto a non seguire le lezioni in cui venga illustrata la preparazione di pietanze a base di carne, dall’altro lato un farmacista che rifiuti di vendere la pillola del giorno dopo può essere passibile di denuncia. Secondo Rocchi, tuttavia, tale diritto sarebbe già insito nella legge 194 che non cita i medici, bensì «il personale sanitario ed esercente le attività sanitarie» (quindi anche i farmacisti).

Docente di filosofia del diritto e di bioetica presso l’Università Europea di Roma e l’Ateneo Regina Apostolorum, il professor Mario Palmaro ha ricordato che l’obiezione di coscienza non è affatto figlia di un etica relativista del “secondo me”.

L’obiettore non è un sovversivo, al contrario egli è in grado di ristabilire la normalità etica, disobbedendo ad una norma giuridicamente lecita ma moralmente malvagia. In altri termini, rifiutando di vendere la pillola abortiva il medico o il farmacista prendono le distanze da un’anomalia e da un’ingiustizia che l’ordinamento ha posto in essere. Secondo il professor Palmaro è opportuno che i farmacisti obiettori elaborino un “decalogo”, deontologicamente condiviso che «spieghi le ragioni del rifiuto della vendita della pillola abortiva».
La tavola rotonda successiva ha visto la partecipazione di Anna Rosa Racca, presidente di Federfarma, Giovanni Gerosa, membro del comitato centrale della Federazione degli Ordini dei Farmacisti Italiani, il senatore Stefano De Lillo e la professoressa Assunta Morresi, membro del Comitato Nazionale di Bioetica. I relatori hanno messo in luce la necessità di un intervento legislativo che faccia chiarezza sul diritto all’obiezione e di un interessamento diretto alla materia da parte degli ordini professionali.

A chiusura del convegno, il presidente dell’UCFI, Piero Uroda, ha esortato i farmacisti presenti a battersi strenuamente per l’obiezione di coscienza, punta dell’iceberg di una più ampia battaglia civile a difesa della cultura della vita e, in definitiva, della civiltà cristiana.

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