ABORTO: l’ipocrisia e la malvagità di una legge ingiusta

Nel nosocomio di Rossano, in provincia di Cosenza, è stato trovato vivo un piccolo essere umano di 22 settimane avvolto in un fagottino di tela bianca. La sconcertante scoperta è stata fatta per puro caso dal cappellano del nosocomio, avviatosi a pregare nella sala operatoria dove appena quattro ore prima era stato praticato un aborto cosiddetto terapeutico. In seguito alle proteste ed alla richiesta di aiuto del religioso, il bambino è stato messo in un’incubatrice nel reparto di neonatologia dell’ospedale di Cosenza, dove è morto ben due giorni dopo (“Il Giornale”, 27 aprile 2010).

Spesso si sente parlare della solitudine in cui viene a trovarsi la donna dopo un aborto fai-da-te e lo strazio che ella può provare nel vedere il sangue e il “materiale biologico” espulso dal suo ventre accompagnato da dolori lancinanti, e si punta l’indice verso coloro i quali sembrano non curarsi del trauma fisico e psicologico della donna, lasciata sola e abbandonata nel suo “personale dramma”.

Possiamo allora immaginare le atroci sofferenze del piccolo lasciato solo e agonizzante nella fredda sala operatoria tra l’indifferenza degli operatori sanitari; possiamo anche immaginare la triste fine delle centinaia di bambini strappati con violenza dal seno materno fra indicibili tormenti ogni giorno negli ospedali italiani, la cui sorte non sale alla ribalta delle cronache, non suscita sdegno fra i benpensanti, non solleva indagini giudiziarie per omicidio o mancato soccorso.

Il piccolo ed indifeso essere umano di Rossano non si trovava per caso nella sala operatoria del nosocomio né tanto meno per ricevere delle cure; era lì per venire violentato, ucciso e gettato tra i rifiuti ospedalieri in quanto portatore di qualche difetto genetico che ne faceva non più un uomo, ma un subumano. Eppure, episodi del genere suscitano sdegno ed orrore nell’opinione pubblica ma quasi mai conducono a serie riflessioni sulla intrinseca malvagità dell’aborto legale e della legge 194, che da oltre trent’anni regolamenta l’eliminazione selettiva di esseri umani innocenti.

È bene ricordare come la maggior parte degli aborti tardivi che comportano la possibilità di sopravvivenza extrauterina del feto, abbiano alla base motivazioni di carattere eugenetico. In teoria, tale prassi è vietata dalla legge ma in pratica essa prevede il ricorso all’interruzione di gravidanza dopo i primi novanta giorni nel caso di accertate anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

L’intenzione del legislatore è chiara: con l’escamotage del grave pericolo per la salute fisica o psichica si intende consentire alla donna di disfarsi del concepito praticamente per qualsiasi motivo, tanto è vero che anche nel caso in questione non sono ben chiare le cause che hanno indotto la madre ad abortire, per il semplice fatto che non sono determinanti ai fini dell’applicazione della norma, il cui vero asse portante è il principio di autodeterminazione.

Dunque, tutto ciò non contro (come qualcuno ancora si ostina a sostenere), ma nel pieno rispetto della legge 194 che di fatto lascia “carta bianca” alla volontà omicida della donna e di chi gli sta intorno.

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