ABORTO: libertà di espressione e religione censurate in Polonia

Il Rev. Marek Garncarzyk, caporedattore del settimanale cattolico “Gosc Niedzielny” di Katowice (“L’Ospite della Domenica” – 300.000 copie diffuse ogni settimana in tutta la Polonia), è stato processato e condannato il 23 settembre scorso dal Tribunale di Katowice (nella fattispecie dal giudice Ewa Solecka) per il testo di un articolo del settimanale in cui si ravviserebbero elementi di reato ascrivibili ad una presunta “offesa personale”.


In sostanza, il giornalista ha scritto nel suo pezzo che l’aborto è definibile come omicidio e la madre che pratica l’aborto come omicida. Il Tribunale ha imposto di pagare 30.000 zloty di ammenda a favore della donna che sarebbe stata oggetto della “diffamazione” e di pubblicare delle scuse sul settimanale.

Si tratta – evidentemente anche al di là degli aspetti concernenti le singole persone coinvolte – dell’ultimo episodio dell’aspro dibattito pubblico in corso sull’aborto in Polonia.
In ogni caso le implicazioni della sentenza rischiano di restringere gli spazi di libertà del confronto politico, sociale e morale della libertà di parola, di stampa e anche della libertà di esposizione dei contenuti di una fede religiosa, in quanto, come noto, la dottrina cristiana condanna l’aborto.
Oggi la difesa della vita oggi viene punita in Polonia.

Inoltre si deve constatare che la fedeltà ai principi morali è l’oggetto di un processo penale in Paesi della libera e democratica Europa, in maniera simile a quando gli stessi popoli si trovavano sotto le dittature comuniste legate al blocco sovietico e, nella ricorrenza del ventennale della caduta del “Muro di Berlino”, non si tratta certo di un buon segnale.

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