ABORTO: l’embrione: un protagonista delle nostre vite

Per quale motivo dobbiamo parlare di embrione come di una “persona”? Perché, già nell’utero, tra lui e la madre, intercorre una “relazione”. A sostenerlo è Giuseppe Noia, in una applaudita conferenza sul tema Scienza e fede a servizio della vita: la dignità della persona umana nel grembo materno, tenutasi lo scorso 12 maggio nella sede di S. Balbina a Roma, su iniziativa dell’Associazione Famiglia Domani.

L’alleanza tra scienza e fede è stata fondamentale in ogni momento della storia del Cristianesimo e il prof. Noia, docente di Medicina dell’Età Prenatale presso l’Università del Sacro Cuore di Roma, ha ricordato in proposito l’affermazione del beato Piergiorgio Frassati: «La nostra fede è amica della gioia e dell’intelligenza».

In quanto persona, l’embrione «è anche “protagonista” ed è un paziente a tutti gli effetti», ha spiegato Noia. Il protagonismo dell’embrione si sostanzia nei seguenti 5 elementi: 1) l’identità umana determinata dai 46 cromosomi;

 

2) l’individualità e l’unicità;

3) l’autonomia biologica;

4) l’assunzione del piano-programma genomico;

5) il cross talk (impianto e tolleranza immunologia).

La dimensione relazionale madre-embrione è biologico-anatomica e psicodinamica. Il lato sorprendente è che tale relazione «fonda il benessere psico-fisico del nascituro ma anche la madre ne trae beneficio». Tali assunti cozzano in maniera clamorosa con una certa “cocciutaggine scientifica”, tipica dei nostri tempi, che continua a considerare l’embrione come un oggetto. Peggio ancora, come oggetto di manipolazione (crioconservazone, clonazione, diagnosi prenatale, ecc.). «Ciò è sintomo di una deriva razionale, prima ancora che morale», ha sottolineato Noia. La cultura abortista, tra i tanti suoi danni, produce la devastazione dell’animo della donna che lo compie. In merito alle donne reduci da uno o più aborti, Noia ha citato alcune statistiche preoccupanti: «Il 90% di queste donne soffre di danni psichici nelle stima di sé; il 50% inizia o aumenta il consumo di bevande alcoliche e/o quello di droga; il 60% è tentato dal suicidio; il 28% ammette di aver provato a togliersi la vita; il 20% soffre di stress post-traumatico». Significativo anche un altro dato: «L’introduzione della pillola Norlevo (abortiva, anche se molti si ostinano a credere il contrario) non ha provocato alcuna diminuzione degli aborti in nessun paese europeo: al contrario li ha aumentati».

Le nuove sfide in ambito bioetico (dalla fecondazione assistita alla Ru486, dalla clonazione alla diagnosi pre-impianto), tuttavia, non possono essere comprese in modo esaustivo se non si prendono in considerazione tutti gli “attori” in scena: oltre al feto e alla madre, vanno citati la famiglia (o la coppia) e il mondo medico legato alla scienza prenatale. A mediare tra il nucleo familiare e quello medico scientifico c’è un fattore assai più ampio e onnicomprensivo: il contesto socio-culturale.

È proprio il mondo “esterno” a determinare i problemi più seri nei confronti dell’infanzia e dell’adolescenza. Gli stessi problemi che, nella persona adulta (e spesso anche nell’adolescente), provocano comportamenti ed azioni contrarie alla vita. «L’infanzia è “deturpata” dal fenomeno della pedofilia, dalle violenze sui minori (il 60% delle quali è intra-familiare) e dalla prostituzione minorile, fenomeno, quest’ultimo, derivante dal turismo sessuale e dall’immigrazione clandestina», ha osservato Noia. L’adolescenza, da parte sua, fase delicatissima della vita nell’evoluzione della corporeità, dell’affettività e della sessualità, incontra il suo più grosso avversario nella «mancata educazione del cuore».

Questa età è minacciata da un lato «dalle malattie a trasmissione sessuale (HIV, HPV, Clamidia), dall’alto dalla scelta abortiva e dal mito del “sesso sicuro”». «La cultura della contraccezione – ha osservato Noia – si spiega nella sua stessa etimologia: contra-accipio, ovvero contro l’accoglienza della vita. Ci si illude di cancellare la sofferenza, eliminando il sofferente. Siamo di fronte ad un tipo di vita orientata al non-essenziale». Accompagnata da un paradosso: «Molte donne passano metà della loro vita a rifiutare i figli e l’altra metà a volerli a tutti i costi…». Di qui il ricorso alla fecondazione artificiale. Le aberrazioni della cultura anti-vita mettono in luce la forza dell’embrione il quale, oltre che protagonista, «è segno di contraddizione», ha osservato Noia. «Non solo Dio si è fatto uomo ed embrione come tutti noi ma l’embrione, come il Signore, vive la sua passione, finendo schernito e “cosificato”…». Vengono a questo punto in mente le parole profetiche – citate dal prof. Noia – di G.K. Chesterton: «Noi ci ritroveremo a difendere l’incredibile sensatezza della vita umana».

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