Aborto: la retorica dell’emergenza

(di Davide Greco) C’è un metodo quasi infallibile nelle comunicazioni di massa. Potremmo chiamarla “retorica dell’emergenza”. Uno dei modi migliori per condizionare l’opinione pubblica è far credere che ci sia un’emergenza imminente, dalla quale dipende il benessere di tutti, e che bisogna risolvere subito. All’istante. Di solito, chi la esplicita ha anche già pronta la soluzione. Una soluzione drastica, che cambierà tutti i parametri finora conosciuti. Tuttavia, non si può fare altrimenti, dichiara la retorica, perché il male proposto come alternativa è di gran lunga minore di quello spaventoso dichiarato dall’emergenza.

È incredibile con quanta frequenza questa argomentazione venga presentata. Lo spiega bene Francesco Agnoli, in un articolo dal titolo L’aborto: orribile delitto (“Controriforme”, pp. 137-139). Ci sono tre passaggi fondamentali. 1. Nel 1971 il Psi presentò al Senato una proposta di legge sull’interruzione di gravidanza, con tanto di cifre alla mano. Secondo le loro stime, avvenivano in Italia fra i 2 e i 3 milioni di aborti clandestini all’anno, per colpa dei quali almeno 20.000 donne morivano. 2. Poco dopo, il 15 ottobre 1971, il Psi presentò un’altra proposta alla Camera. E visto che i numeri non erano sufficientemente impressionanti, si pensò di aumentare il numero di donne morte.

Gli aborti rimasero fra i 2 e i 3 milioni, ma i decessi annui salirono a 25.000. Le fonti per documentare questa strage? Sconosciute. Oltretutto la clandestinità (proprio perché clandestina) è un dato impossibile da dimostrare con certezza. Tuttavia questo dato venne ripreso, senza alcun approfondimento, dalla stampa nazionale che continuò a ripeterlo ad oltranza, per anni, nel terrore e nel raccapriccio di tutti. 3. Passata la Legge 194, otto anni dopo, si dispose finalmente di dati certi. Si tenga conto che prima l’aborto clandestino era a pagamento. La gratuità ospedaliera successiva al 1978 avrebbe dovuto condurre all’aborto non 2-3 milioni di donne, ma persino qualcosa in più. Quattro milioni, almeno.

Invece nel 1979 gli aborti legali furono 187.752. Neanche il 10% delle stime presentate. Agnoli riporta, poi, il numero di decessi totali delle donne in età feconda (14-44 anni) per il 1974. Per “totali” si intende tutti i tipi di morte: dall’incidente stradale, all’infarto, eccetera. Ecco, nel 1974 non morirono né 20.000 né 25.000 donne, ma 9.914 e non certo tutte di aborto clandestino. Sostanzialmente, passata la bufera e portato a casa il risultato, i numeri dell’emergenza si sgonfiarono subito. E dimostrò, di fatto, quanto poco consistente fosse la minaccia. Diciamolo pure: probabilmente senza la pressione dell’emergenza sull’opinione pubblica, una legge come questa non sarebbe mai passata.

Attualmente il numero di aborti annui è assestato tra i 110.000 e i 120.00. L’ultimo dato disponibile dall’Istat per il 2009 è di 109.109, circa 298 al giorno. Ora, questa non dovrebbe apparire come una vera emergenza? Prendendo solo il dato scientifico, senza colorarlo, chi vedesse il risultato della Legge 194 può benissimo, e lecitamente, porsi una domanda. È giusta una legge che giustifica la soppressione di oltre 100 mila esistenze all’anno? Soprattutto, è corretto esserci arrivati in questo modo? Con i risultati della Legge 194, adesso, sappiamo che la vera emergenza è un’altra: la disgregazione dell’unità culturale europea e la distruzione delle possibilità di sviluppo del nostro Stato.

A questo ha portato una legge che ha permesso quasi 5 milioni morti solo in Italia e che ha tolto tantissima “forza giovane”. Una forza che da anni i capi di stato vanno a cercare nell’immigrazione. Una lotta culturale contro le nascite che, ad esempio, fa uso e abuso del leitmotiv dei neo-malthusiani «siamo già in troppi, meno siamo e meglio staremo» sta portando al rapido declino del contesto europeo. L’Italia, ormai è chiaro, non avrà più la possibilità di crescere economicamente come negli anni passati, perché non ci sono più abbastanza giovani. Non almeno in rapporto alla popolazione adulta e anziana, e il motivo di questa perdita è anche la Legge 194.

C’è un’ultima conseguenza di questo suicidio sociale. Mentre i gruppi pro choice occidentali sostengono il diritto all’aborto, l’Islam mostra in questo senso molta più coscienza morale. Infatti abortire, secondo il Corano, è harām, «proibito», e viene considerato ancora più ingiusto in caso di motivazioni sociali o economiche. Ciò vuol dire che, dove agiscono le leggi abortive laiche, diminuiscono i figli di autoctoni mentre crescono quelli di immigrati. È un fenomeno registrato un po’ ovunque.

Mentre 500 neonati al giorno vengono abortiti in Inghilterra, circa un quarto di quelli che nascono, la popolazione islamica continua a crescere. Secondo l’anagrafe londinese Mohamed è il nome più diffuso nella capitale del Regno Unito (cfr. Gianfranco Amato, I nuovi Unni. Il ruolo della Gran Bretagna nell’imbarbarimento della civiltà occidentale, Fede & Cultura, Verona 2012, p. 120). Difficile credere che una tale perdita possa diventare una ricchezza.

Per quello che riguarda la situazione italiana, il cambiamento demografico riporta dati analoghi. «In alcuni decenni i figli di immigrati supereranno il numero dei figli autoctoni (allo stato delle cose è previsto in molte zone d’Italia attorno al 2050). La cosiddetta “italianità” sarà solo un ricordo. (…) Quando la percentuale di anziani ultrasessantacinquenni supera la soglia del 35% del totale della popolazione, di fatto quella popolazione è demograficamente morta» (p. 174). I toni appaiono drammatici, ma forse non è ancora troppo tardi.

L’importante è capire che si tratta di una questione della massima importanza e che non è solo un dibattito spurio, privo di fondamento. Perché proprio da questo dibattito dipenderà il nostro futuro. La vera emergenza, con la quale tutti dovremo fare i conti, non è più solo una questione statistica. (Davide Greco)

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