ABORTO: la coscienza dei Capi di Stato

In questi giorni due fatti accomunano il dibattito politico del Sudamerica e dell’Europa.
Il granduca Enrico del Lussemburgo non firmerà la legge che legalizza l’eutanasia, di cui si prevede la fine dell’iter parlamentare entro dicembre.

In tema, invece, di legalizzazione dell’interruzione volontaria della gravidanza, dall’altro capo del mondo ecco arrivare un altro caso di “coscienza” di un Capo di Stato, del tutto diverso quanto a impostazione politica. Infatti, il presidente dell’Uruguay, Tabrez Vazquez (il primo presidente progressista nella storia del paese), si è rifiutato di promulgare la legge sull’aborto e si è dimesso dal suo partito, quello socialista.

Questo caso di “coscienza” è differente da quello del granduca, poiché ispirato alla professione “laica” di medico del presidente, che ha sempre dichiarato di essere contrario all’aborto: «L’aborto no. L’aborto mai, sono un medico, sono per la vita e credo nella difesa dei diritti dell’uomo, anche di quelli più indifesi».

Come hanno reagito le maggioranze politiche che hanno approvato queste leggi?

Sia in Lussemburgo che in Uruguay cercheranno di togliere ai rispettivi Capi di Stato la potestà di approvare le leggi, che è una prerogativa tipica e caratterizzante la funzione di chi è posto al vertice dello Stato. Non stupisce pertanto la reazione in tal senso dei progressisti uruguayani, che rispettano tutti meno quelli che dissentono dalle loro posizioni, ma amareggia quella del premier lussemburghese Jean Claude Juncker in tal senso, che è un cristiano sociale.

Da cattolico “adulto”, saprà che la nozione di “norma”, definita da San Tommaso d’Aquino come «rationis ordinatio ad bonum commune, ab eo qui comunitatis curam habet promulgata», impone di pensare al bene comune di tutti i componenti la società, inclusi quelli che, pur avendo diritto di esistere, non sono in grado di pronunciarsi in tal senso?

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