ABORTO: l’Umbria opta per l’interruzione chimica della gravidanza in day hospital

In contrasto con le linee guida del Ministero della Salute la giunta regionale dell’Umbria ha deciso di adottare per la somministrazione della pillola abortiva Ru486 la formula del day hospital anziché quella del ricovero ospedaliero. Contro tale decisione alcune associazioni stanno valutando l’opportunità di un ricorso, dal momento che la formula del day hospital incentiva, secondo Silvestrelli del Movimento per la Vita, «l’aborto a domicilio» e «non tutela la salute delle donne» (“Avvenire”, 29 luglio 2011).

L’associazionismo pro vita colpisce il bersaglio quando scorge nella delibera della giunta umbra i segni di una precisa strategia antiumana che ha tre mire principali: diversificare gli strumenti di morte (aborto chirurgico e aborto chimico), renderli sempre più accessibili alla massa (semplici pillole da ingoiare) e, soprattutto, rendere più difficile l’opera di smascheramento del male e di riduzione del danno (aborto fai-da-te oppure aborto inconsapevole con la cosiddetta “contraccezione d’urgenza”).

È sempre in quest’ottica che va inquadrata la recente sentenza del Tar del Piemonte che ha bocciato la presenza di volontari dei movimenti per la vita nei consultori adducendo la motivazione (in sé corretta) dell’evidente contrasto tra la loro finalità statutaria (la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale) e le disposizioni contenute nella legge 194.

Tuttavia è sempre doveroso mettere in evidenza come la deriva abortista in atto sia il risultato non solo di una precisa ed organizzata strategia antivita ma della coerente applicazione dell’assunto secondo cui abortire è un diritto della donna, sancito dalla legge 194/1978. In effetti, la dichiarazione di un diritto umano ha un triplice scopo: eliminare ogni ostacolo alla sua fruizione, renderlo alla portata di tutti e ottimizzare i costi sociali del suo utilizzo.

In ogni caso la diatriba in merito alla somministrazione della Ru486 in day hospital oppure in ricovero ospedaliero che vede schierate in prima linea, e non da ora, molte associazioni pro life, tende a banalizzare ulteriormente l’argomento e a veicolare un messaggio di sostanziale accettazione del fenomeno aborto purché scorra nei binari della tutela della salute psicofisica delle donne e della statalizzazione dell’interruzione di gravidanza. Tutto ciò rischia di rafforzare l’aborto come diritto umano per cui quello che veramente conta non è il fatto delittuoso in sé ma le modalità attraverso cui esso viene gestito e/o distribuito.

Ambedue le possibilità oggetto della disputa vanno a determinare una situazione di ingiustizia irreparabile per cui è inopportuno e controproducente prendere posizione verso l’una o l’altra. Il vero e unico intento del mondo pro life deve essere quello di radicalizzare lo scontro con la cultura dominante senza colludere in alcun modo con la mentalità abortista, al fine di rendere ben distinguibili i due schieramenti: l’uno in difesa della vita umana innocente, l’altro in difesa del falso e diabolico principio di autodeterminazione femminile.

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