ABORTO: interpellanza di Cossiga sulla RU486

Il presidente emerito Francesco Cossiga ha firmato un’interpellanza al presidente del Consiglio dei ministri, al ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali sulla commercializzazione della RU486.


«Considerato che secondo la letteratura scientifica accreditata (v. ad es. Spitz et al., N England J Med, 1998; 338, 1241-1247) si stima che il 5% delle donne abortisca fra il primo e il terzo giorno, che l’80% abortisce entro le 24 ore dopo la somministrazione del secondo farmaco, in terza giornata, che un successivo 12-15% abortisce nei quindici giorni successivi, e che un 5-8% dovrà sottoporsi comunque successivamente a revisione delle cavità uterina per aborto incompleto o non avvenuto, e che comunque il metodo farmacologico intrinsecamente presuppone l’incertezza sul momento dell’espulsione», «considerato che l’efficacia della procedura medica (92-95%) è minore rispetto a quella dell’aborto chirurgico (99%)», «è evidente – continua l’interpellanza – la discrepanza fra l’uso, segnalato, che si fa di prassi di questa procedura abortiva, e quello consigliato da due diversi pareri del Consiglio Superiore di Sanità; in particolare, secondo il parere del 18.3.2004, “i rischi connessi all’interruzione farmacologica della gravidanza si possono considerare equivalenti all’interruzione chirurgica solo se l’interruzione di gravidanza avviene in ambito ospedaliero”.

Tra le motivazioni addotte c’è “la non prevedibilità del momento in cui avviene l’aborto”, e “il rispetto della legislazione vigente che prevede che l’aborto avvenga in ambito ospedaliero”». «Secondo il successivo parere del 20.12.2005 “l’associazione di mifepristone e misoprostolo deve essere somministrata in ospedale pubblico o in altra struttura prevista dalla predetta legge e la donna deve essere ivi trattenuta fino ad aborto avvenuto”».

«Considerato l’uso di antidolorifici nel corso della procedura medica, per la dolorosità del metodo; considerato che secondo la recentissima letteratura scientifica (M. Fjerstad et al., New England J. of Med., 2009, 391, 145-151) viene ritenuta necessaria anche una terapia antibiotica per diminuire il rischio di gravi infezioni; tenendo conto che secondo la letteratura del settore (P. Slade et al., Br. J. Obstetr. Gynaecol., 1998, 105, 1288-95 ), più della metà delle donne dichiara di aver riconosciuto l’embrione abortito durante la fase di espulsione».

«Considerando che è la donna stessa a gestire la procedura abortiva, che nelle due settimane di durata media presenterà perdite di sangue che lei stessa deve stabilire essere “normali” o “emorragiche”, per un eventuale ricorso di urgenza in ospedale; tenuto conto dei numerosi effetti collaterali che richiedono un follow-up preciso e costante dell’intera procedura, soprattutto riguardo al controllo dell’effettiva espulsione dell’embrione dall’utero e del completamento dell’aborto; considerato che secondo la letteratura scientifica del settore (MF Greene, New Engl. J. Med. 2005, 353, 2317-8 ), la mortalità per aborto chimico è dieci volte superiore a quella di aborto chirurgico».

«Se, visto quanto sopra detto, il metodo abortivo farmacologico rientra nella Legge 194, rispetto all’art. 15, che parla di “uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza”».

«Quali siano i costi di un aborto medico, effettuato in regime di ricovero ospedaliero per tre giorni almeno, e comunque sino ad espulsione avvenuta, rispetto a quelli di un aborto chirurgico», «se non si ritenga necessario fare chiarezza sulle notizie relative alle morti, rendendo pubblici il dossier della Exelgyn e il carteggio fra il Ministero e l’Aifa».

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