ABORTO: il peccato originale del Movimento per la Vita

Pubblichiamo qui di seguito il fondo apparso sull’ultimo numero della rivista “Famiglia Domani Flash” (n. 3, 2010).

Il peccato di origine del Movimento per la Vita risale al 1981, quando l’associazione di Carlo Casini promosse un’iniziativa referendaria diretta a causare, mediante parziali abrogazioni, una nuova legge 194 che avrebbe previsto, tra l’altro, la legalizzazione dell’aborto largamente terapeutico per tutti i nove mesi della gravidanza e la distribuzione gratuita da parte dei consultori di contraccettivi, tra i quali abortivi precoci alle minorenni.

Occorre ricordare che, dopo l’entrata in vigore il 22 maggio 1978 della famigerata legge abortista 194, con il gennaio del 1980 si riaprì la possibilità giuridica di presentare la richiesta di referendum per abrogarne le norme omicide (Cfr. “Corrispondenza Romana”, 2 febbraio 1980).

Fin d’allora, come alternativa alla concreta e doverosa promozione di tale referendum, furono suggerite al mondo cattolico ipotesi diversive: differire il referendum con pretesti sempre nuovi; sperare in qualche sentenza “salvatrice” della Corte costituzionale; illudersi in un “superamento” della iniqua legge ad opera del Parlamento; infine, ipotizzare un referendum abrogativo minimale per modificare la 194 lasciando però sopravvivere l’omicidio-aborto terapeutico, considerato come un “male minore”. Contro queste false soluzioni, si svolse a Roma, all’Augustinianum, dal 25 al 27 aprile 1980, un congresso europeo per la vita, promosso da Alleanza per la Vita e da Alleanza Cattolica, che ribadì i principi dell’ordine naturale e cristiano per la difesa del diritto alla vita e dei diritti della famiglia (Cfr. “Cristianità”, n. 61, maggio 1980, pp. 1-8).

Il Movimento per la Vita, con l’appoggio del quotidiano cattolico “Avvenire”, propose una duplice iniziativa referendaria presentata come «strategia globale per la vita» (“Avvenire”, 6 luglio 1980), che prevedeva una iniziativa di referendum “massimale”, già determinata come verosimilmente perdente, e una soluzione abortista “minimale”. La prima ammetteva la somministrazione di contraccettivi da parte dello Stato, per limitare l’aborto; la seconda conteneva larghe concessioni alle disposizioni abortiste della legge 194, tra cui:

–    la conferma della legalizzazione dell’aborto terapeutico per tutti i nove mesi della gravidanza;
–    la conferma del finanziamento pubblico per l’esecuzione legale degli aborti;
–    la conferma dell’obbligo per gli enti ospedalieri di eseguire in ogni caso gli aborti richiesti;
–    la distribuzione gratuita, da parte dei consultori, di contraccettivi tra i quali abortivi precoci alle minorenni.

Ai cattolici si chiedeva la firma per le due richieste, lasciando intendere che si sarebbe comunque votato contro l’aborto. In realtà, il referendum massimale serviva da specchietto per le allodole per ottenere le firme dei cattolici al referendum minimale. Era già previsto che il referendum massimale si arenasse e rimanesse lettera morta. La legge abortista minimale sarebbe stata direttamente introdotta dal voto referendario attraverso l’abolizione parziale di parole, incisi, commi, della 194. Il fine oggettivo del voto, considerato nel suo valore morale, sarebbe stato l’introduzione di una normativa abortista, posta in essere mediante le diverse abrogazioni. Ciò contraddiceva frontalmente la morale cattolica che afferma che non è lecito fare un male minore per impedirne uno maggiore. Il male minore si può tollerare, ma non promuovere direttamente, come proponeva l’iniziativa referendaria del Movimento per la Vita.

Con le due nuove leggi che sarebbero state causate da un vittorioso voto referendario, il male sarebbe stato non già tollerato, ma positivamente causato, legalizzato, organizzato, finanziato, come osservava il filosofo e moralista salesiano don Dario Composta, decano della Facoltà filosofica della Pontificia Università Urbaniana.
Sul piano giuridico, l’infondatezza della soluzione “minimale” del Movimento per la Vita era dimostrata, tra gli altri, dai magistrati Carlo Alberto e Francesco Mario Agnoli, e dal prof. Mauro Ronco dell’Università di Torino.

Le ragioni dell’intervento referendario del Movimento per la Vita nascevano dall’esigenza di evitare la crescita e la maturazione autonoma di un movimento radicalmente anti-abortista, sgradito sia alla Democrazia Cristiana che alla Conferenza episcopale di quegli anni.

Il referendum, svoltosi il 17 maggio 1981 – e nel quale i cattolici coerenti non poterono che astenersi – fu una disfatta per il Movimento per la Vita. Esso segnò anche l’inizio di un modus procedendi cedevole e compromissorio che avrebbe pesato per un trentennio sul mondo pro-life italiano differenziandolo profondamente da quanto accadeva in altri Paesi di Europa e di America dove si costituivano movimenti per la vita rigorosi e combattivi. Forse è giunta l’ora di una radicale inversione di rotta.

Donazione Corrispondenza romana