A qualcuno interessa la grave crisi della fede nel mondo?

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(Mauro Faverzani) Sono due i testi, recentemente usciti, che documentano la profonda crisi religiosa, in cui sono precipitati i cattolici in Italia. Il primo è Gente di poca fede, scritto dal prof. Franco Garelli dell’Università di Torino, ed il secondo è L’incerta fede, scritto dal prof. Roberto Cipriani dell’Università di Roma Tre. Non rivelano nulla di nuovo, intendiamoci. Per rendersene conto, è sufficiente guardarsi attorno, non servono studi ed analisi, utili tuttavia per codificare la situazione, fotografarla e quantificare la gravità del fenomeno. Lo scenario è impressionante e desolante.

Basti un dato per tutti: le interviste condotte su di un campione rappresentativo della popolazione hanno evidenziato come ormai solo il 28,6% dei cattolici italiani creda in una vita oltre la morte. Era il 41% nel 1995, secondo un’analoga indagine dell’epoca; viceversa coloro che non credono in alcuna forma di vita futura sono passati dal 10,4 al 19,5%, quasi il doppio. È evidente quanto tali convinzioni, lontane anni-luce dalla Dottrina e dal Magistero su questioni oltre tutto fondamentali, pongano molti battezzati in una condizione di apostasia de facto. Senza che nessuno, apparentemente, se ne preoccupi più di tanto, per quanto tutto questo non rappresenti una novità, anzi sia in atto da decenni nel silenzio generale.

Ciò che però val la pena evidenziare, numeri alla mano, è quanto tale fenomeno sia diffuso a livello mondiale. In Europa, tra il 2013 ed il 2018, in soli cinque anni, il numero dei sacerdoti diocesani ha subito una flessione pari al 7%, ancora peggio quello dei sacerdoti religiosi, – 8%. Dati ancora peggiori si sono registrati in Oceania. Secondo Vatican News, tengono Nord e Sud America, a fronte di un numero delle vocazioni addirittura aumentato in Africa ed in Asia, ma non in proporzioni tali da riuscire a colmare il crollo verificatosi nel Vecchio Continente, per cui il bilancio globale è di un calo complessivo nel numero dei sacerdoti nel mondo pari ad un – 0,3%.

Anche in un Paese come la cattolicissima Polonia, secondo un rapporto diffuso dalla KAI-Agenzia d’Informazione Cattolica, oltre il 3% dei cattolici polacchi dichiara d’essere ormai assolutamente senza fede, il 59% non ha alcuna stima per la Chiesa e solo il 20% ha dichiarato di considerare moralmente sbagliata la convivenza prematrimoniale, senza preoccuparsi più di tanto di gettar così per aria l’adesione agli stessi Comandamenti. Non solo: la pratica religiosa tra i giovani si è sostanzialmente dimezzata negli ultimi trent’anni. Le cose non migliorano nemmeno considerando il dato complessivo, quindi includendo anche gli adulti: benché il 91,9% dei polacchi si dica cattolico a parole, solo il 36,9% risulta essere davvero praticante.


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Le cose non vanno meglio dall’altra parte del mondo. L’arcivescovo di Santiago de Cuba, mons. Dionisio García Ibáñez, ha dichiarato che, «sebbene il 70% della popolazione della regione sia battezzata, solo l’1% partecipa alla Santa Messa ed ha un ruolo attivo nella vita della Chiesa». Lì i danni maggiori li hanno prodotti decenni di ateismo socialista, la cui radice culturale non è tuttavia molto diversa da quella, che ha provocato e provoca ancora oggi la secolarizzazione dell’Occidente ed il devastante neomodernismo nella Chiesa.

Quando in una scuola un’intera classe registra pesanti insufficienze in una determinata materia, in genere non si ricercano le responsabilità tra gli alunni, piuttosto il preside mette in discussione le capacità del docente o il metodo da lui seguito, suggerendogli magari di tornare ai vecchi sistemi, qualora si fossero rivelati più efficaci.

Ecco, come mai tale principio di naturale saggezza ed ispirato al comune buon senso non vengono impiegati anche in questi casi? Come mai da sessant’anni a questa parte si lascia che le cose vadano a rotoli, senza non solo ergere argini, ma neppure gridare aiuto? (Mauro Faverzani)


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