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Acies ordinata a Monaco di Baviera contro la Conferenza episcopale tedesca

E’ stata, in Germania, la prima manifestazione pubblica di cattolici contro la Conferenza episcopale tedesca quella che, con il nome di “Acies ordinata” si è svolta nella centralissima Odeonsplatz di Monaco di Baviera. Tra i sacerdoti che accompagnavano la manifestazione con la preghiera, ai lati della piazza, era presente l’arcivescovo Carlo Maria Viganò, giunto a Monaco in incognito per sostenere con la sua presenza i partecipanti.

L’evento si è svolto per lo spazio di un’ora, dalle ore 14.00 alle 15.00, nella centrale Odeonsplatz, davanti alla Theatinerkirche e alla Feldernhalle, la loggia costruita nel XIX secolo per celebrare gli eroi cattolici della Baviera. I manifestanti, soprattutto tedeschi ed italiani, ma anche americani, austriaci, brasiliani, canadesi, cileni, estoni, francesi e inglesi, si sono ordinatamente schierati, secondo il modello precedenti delle precedenti manifestazioni svoltesi a Roma il 19 febbraio e il 29 settembre 2019, recitando il rosario, in silenzio, per lo spazio di un’ora. La grande piazza, era delimitata ai suoi angoli da quattro stendardi riproducenti i simboli degli Evangelisti Matteo, Marco, Luca e Giovanni. La manifestazione si è conclusa con il canto collettivo del Credo, in cui, per esprimere il loro amore alla Chiesa, i partecipanti hanno alzato il tono della voce al canto delle parole Et unam Sanctam Catholicam Ecclesiam.

I manifestanti hanno chiesto chiarezza a Papa Francesco “che non ignora le posizioni dei vescovi tedeschi né il loro obiettivo, che è quello di estendere alla Chiesa universale le decisioni “vincolanti” del loro “sinodo permanente” e ai vescovi tedeschi chiedono “di essere coerenti nel seguire il percorso sinodale fino al suo logico traguardo, che è la costituzione di una nuova chiesa dal volto germanico-amazzonico, separata dalla Chiesa cattolica, apostolica, romana.

“Acies Ordinata” è un titolo tradizionalmente attribuito alla Madonna per raffigurarla come un esercito schierato a battaglia in maniera combattiva e ordinata. In un comunicato stampa affermano: “Siamo laici, provenienti da tutto il mondo, perché ciò che è in gioco è il futuro non solo della Chiesa tedesca, ma della Chiesa universale. E’ l’ora della chiarezza e della coerenza e chiediamo la fine delle dissimulazioni e degli inganni. Lo chiediamo, con il rosario in mano, in una città in cui, nel 1609, fu stipulata, in difesa della fede, una santa Lega tra gli Stati tedeschi cattolici. L’8 novembre 1620, 400 anni fa, nella battaglia della Montagna Bianca, le forze unite del Sacro Romano Impero e della Lega cattolica, guidata dal duca Massimiliano di Baviera, costituirono un’Acies ordinata che, al grido di “Santa Maria”, combatté e vinse l’esercito nemico.  Costituiamo anche noi un’Acies ordinata e chiediamo alla Regina degli Angeli e dei santi, in particolare a san Gaetano di Thiene, davanti alla cui chiesa siamo riuniti, di assisterci nella nostra pacifica difesa della fede e della civiltà cristiana”. 

In prima fila, tra gli altri,  Michael Matt, direttore del giornale americano Remnant (USA); Alexander Tschugguel, il giovane austriaco noto per avere buttato nel Tevere l’idolo del Pachamama; John-Henry Westen – direttore del blog internazionale LifeSiteNews; Roberto de Mattei – presidente della Fondazione Lepanto (Italia); John Smeaton – presidente della Society for the Protection of the Unborn Children (UK); la baronessa Edwig von Beverfoelde, leader pro-life tedesca; la scrittrice tedesca Gabriela Kuby, il conte Peter zu Stolberg; il prof. Thomas Stark, il dott. Thomas Ward, presidente dei medici cattolici inglesi e tanti altri.

 

Il vero pasticcio è la coabitazione dei due Papi

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(Roberto de Mattei) L’ultima polemica, esplosa dopo la pubblicazione del libro sul sacerdozio del cardinale Sarah e di Benedetto XVI, conferma la situazione di penosa confusione in cui oggi versa la Chiesa.

La notizia di un testo scritto a quattro mani dal Papa emerito e dal cardinale Robert Sarah è scoppiata come una bomba il 12 gennaio. Il libro, curato da Nicolas Diat, uomo di fiducia del cardinale Sarah, è stato pubblicato dall’editore Fayard con il titolo, Des profondeurs des nos coeurs (Dal profondo dei nostri cuori) e contiene una ferma difesa del celibato ecclesiastico. La lobby mediatica progressista è subito partita all’attacco, negando che il Papa emerito avesse mai scritto un libro con il cardinale Sarah e accusando quest’ultimo di avere intrapreso un’ “operazione editoriale” contro papa Francesco. Il cardinale Sarah ha reagito da parte sua con estrema fermezza: «Dichiaro solennemente che Benedetto XVI sapeva che il nostro progetto avrebbe preso la forma di un libro. (…) Alcuni attacchi sembrano insinuare una menzogna da parte mia. Queste diffamazioni sono di una gravità eccezionale».

Il 14 gennaio però monsignor Georg Gänswein, segretario di Joseph Ratzinger e prefetto della Casa Pontificia, ha parzialmente smentito il cardinale Sarah, chiedendo di togliere la firma del Papa emerito come coautore del libro: «Il Papa emerito sapeva che il cardinale stava preparando un libro e aveva inviato un suo testo sul sacerdozio autorizzandolo a farne l’uso che voleva. Ma non aveva approvato alcun progetto per un libro a doppia firma né aveva visto e autorizzato la copertina. Si è trattato di un malinteso senza mettere in dubbio la buona fede del cardinale Sarah».

Il cardinale guineano non ha accettato di essere indicato come il responsabile del malinteso e ha pubblicato tre lettere, con le date del 20 settembre, 12 ottobre e 25 novembre 2019, da cui emerge la piena sintonia tra lui e Benedetto XVI, che dà il via libera alla pubblicazione con queste parole: «Da parte mia il testo può essere pubblicato nella forma da lei prevista». Però la richiesta di mons. Gänswein è stata accettata e nelle prossime edizioni sarà tolta la doppia firma dal volume, il cui autore risulterà il «Card. Sarah con il contributo di Benedetto XVI». D’altro canto «il testo completo resta assolutamente immutato», ha precisato il cardinale Sarah in un tweet. Un vero “pasticcio”, la cui responsabilità sembra essere del collaboratore del Cardinale, Nicolas Diat, che ha probabilmente enfatizzato l’iniziativa più del dovuto, e soprattutto di mons. Gänswein, che ha certamente ceduto alle pressioni di chi ha voluto depotenziare il contenuto del libro, anche con l’obiettivo di squalificare il cardinale guineano, impropriamente presentato come “ultraconservatore”.

Dalla vicenda emerge però un ben più grave pasticcio, che è quello della innaturale coabitazione in Vaticano dei due Papi, soprattutto quando uno di loro, Benedetto XVI, dopo aver rinunciato al pontificato conserva il nome, mantiene la veste bianca, impartisce la Benedizione Apostolica, che spetta solo al Sommo Pontefice e rompe ancora una volta il silenzio a cui si era votato dimettendosi. In una parola si considera Papa, sia pure “emerito”.

Questa situazione è la conseguenza di un grave errore teologico del cardinale Ratzinger. Conservando il titolo di Papa emerito, come avviene per i vescovi, egli sembra ritenere che l’ascesa al Pontificato imprima sull’eletto un carattere indelebile analogo a quello sacerdotale. In realtà i gradi sacramentali del sacerdozio sono solo tre: diaconato, presbiterato ed episcopato. Il pontificato appartiene ad un’altra gerarchia della Chiesa, quella di giurisdizione, o di governo, di cui costituisce l’apice. Quando viene eletto, il Papa riceve l’ufficio della suprema giurisdizione, non un sacramento dal carattere indelebile. Il sacerdozio non si perde neanche con la morte, perché sussiste “in aternum”. Si può invece “perdere” il pontificato, non solo con la morte, ma anche in caso di volontaria rinuncia o di manifesta e notoria eresia. Se rinuncia ad essere pontefice, il Papa cessa di essere tale: non ha diritto a indossare la veste bianca né ad impartire la benedizione apostolica. Egli, dal punto di vista canonico, non è neanche più un cardinale, ma torna ad essere un semplice vescovo. A meno che la sua rinuncia non sia invalida: ma questo, nel caso di Benedetto XVI, dovrebbe essere provato. Di fatto il titolo di Papa oggi viene attribuito sia a Francesco che a Benedetto, ma certamente uno di essi è abusivo, perché uno solo può essere il Papa nella Chiesa.

La storia della Chiesa ha conosciuto Papi e antipapi che si sono combattuti, ma ognuno di essi scomunicava l’altro e la chiarezza imponeva delle scelte, come avvenne nel Grande Scisma d’Occidente, in cui tutta la Cristianità si trovò scomunicata, dall’uno o dall’altro Papa e i fedeli furono costretta a prendere posizione Ciò che non è mai accaduto è che due Papi si riconoscano entrambi come legittimi e manifestino reciprocamente rispetto e riverenza, salvo combattersi dietro le quinte per interposta persona. Cercare di metterli pubblicamente uno contro l’altro, è un’impresa improba, smentita dai fatti e destinata al fallimento. Non c’è un Papa “buono”, e un “papa “cattivo”. Non ci sono due Papi. C’è solo una grande confusione, destinata ad aumentare.

Che cosa accadrà infatti quando il processo di liquidazione del celibato ecclesiastico, avviato ufficialmente dal Sinodo sull’Amazzonia, sarà portato avanti dal “percorso sinodale” della Conferenza episcopale tedesca? Lascerà papa Francesco via libera ai vescovi tedeschi? E cosa dirà Benedetto XVI di fronte al “percorso” dei suoi confratelli tedeschi, che annunciano di voler dare «valore obbligatorio» alle loro decisioni in Germania? Da parte sua il cardinale Sarah confermerà la «filiale obbedienza a papa Francesco» che manifesta nel suo comunicato stampa del 14 gennaio o unirà la sua voce a quella dei cardinali che intendono resistere al processo di autodemolizione della Chiesa, seguendo l’insegnamento apostolico: «si deve obbedire più a Dio che agli uomini» (At 5, 29)? E’ l’ora della chiarezza, non della confusione. 

Colombo ha ragione, i cannibali c’erano (e ci sono)

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(Mauro Faverzani) Gli studi più recenti smentiscono in modo chiaro e netto quanti ritengano pure invenzioni i racconti macabri, redatti dai primi coloni giunti in America Latina e confermano le pratiche antropofaghe delle popolazioni indigene. Quando Cristoforo Colombo giunse nelle isole oggi chiamate Bahamas, nel corso del suo primo viaggio in America, ebbe la fortuna di incontrare i pacifici Tainos, un popolo ch’egli definì infatti «gentile e semplice». Ma quando si spostò nella vicina isola di Guadalupa, l’accoglienza che ricevette fu decisamente più ostile. Nei suoi racconti e nelle cronache spagnole dell’epoca si descrivono uomini feroci, abili con archi e frecce, abituati a divorare carne dei loro simili. Ne conservavano poi le ossa dentro cesti, mentre teste e gambe ancora sanguinanti venivano appese alle travi dei loro alloggi. Colombo, ancora convinto di trovarsi in Oriente, li chiamò «cannibali», ritenendoli i sudditi asiatici del Gran Khan. Qualche decennio dopo, però, gli spagnoli corressero la definizione in quella di «caribi», indicando con tale nome gli indios del Continente, della costa del Venezuela, della Colombia e della Guyana. Ad essi fu attribuita la pratica dell’antropofagia, ritenendola dovuta a motivi rituali: erano convinti di potersi “appropriare” così della forza del nemico. Finora però gli archeologi ritenevano che i «caribi» non fossero mai giunti sino alle Bahamas, trovando le tracce più vicine a quasi 1.600 chilometri a sud: per questo, pensavano che le macabre storie dei coloni spagnoli fossero frutto di pura fantasia. Non è così.

Un nuovo studio morfologico, pubblicato su Scientific Reports e condotto su oltre 100 crani datati 800 a. C.-1542 d.C., appartenuti agli abitanti dei Caraibi, confermano come Colombo abbia detto la verità. L’analisi ha consentito di accertare come i «caribi» avessero invaso la Giamaica, l’Española e le Bahamas: ciò costringe a riscrivere ex novo oltre mezzo secolo di ipotesi, rivelatesi infondate, ridando credito viceversa alle narrazioni dei colonizzatori. Il prof. William Keegan del Museo di Storia Naturale della Florida, co-autore dell’articolo dal titolo «Dobbiamo reinterpretare tutto quanto credevamo di sapere», ha dichiarato: «Ho passato anni con l’intento di dimostrare che Colombo avesse torto, invece aveva ragione: c’erano caribi anche a nord dei Caraibi, proprio quando lui vi giunse».

Ann Ross, docente di Scienze Biologiche presso l’Università Statale della Carolina del Nord e principale autrice dello studio in oggetto, ha utilizzato «parametri di riferimento» facciali in 3D, come la dimensione delle orbite degli occhi o la lunghezza del naso, sorta di indicatore generico per analizzare i crani utilizzati come campione: «Sappiamo che i caribi praticavano una sorta di appiattimento del cranio, per poter ottenere caratteristiche particolari. Ciò è abbastanza facile da individuare – ha spiegato – Ma, per tracciare veramente una popolazione, bisogna guardare alle caratteristiche ereditabili, cioè ai fattori che vengono trasmessi geneticamente». Come rivelato dal quotidiano spagnolo Abc, l’indagine ha consentito di individuare non solo la presenza di tre diversi gruppi di persone nei Caraibi, bensì anche le loro rotte migratorie. La prima ondata migratoria è stata quella che dallo Yucatan è giunta sino a Cuba ed alle Indie Occidentali, il che conferma quanto già in passato intuito, notando le analogie tra gli strumenti in pietra. La seconda ondata migratoria, quella del gruppo Arawak, che comprendeva anche i già citati Tainos, si è verificata tra l’800 ed il 200 a.C. dalle coste della Colombia e del Venezuela a quelle di Puerto Rico, come confermano le analogie tra le ceramiche ritrovate. C’è stata, però, anche una terza ondata migratoria, finora sconosciuta: i «caribi», infatti, dall’Amazzonia nordoccidentale, verso l’800 a.C., si diressero ancora più a Nord, verso l’Española, la Giamaica e le Bahamas. Furono loro i primi abitanti di queste zone, dunque, e non i cubani. Si erano già stabiliti qui molto tempo prima dell’arrivo di Cristoforo Colombo. Secondo la professoressa Ross, tutto questo «cambierà la prospettiva con cui guardare alle popolazioni caraibiche». Le diverse fasi di espansione in queste zone spiegano ora per quale motivo un particolare tipo di ceramica, nota come «meillacoide», apparve a Española nell’800, a Giamaica cento anni dopo ed alle Bahamas nel primo millennio. Questioni del passato? Non proprio. Ancora oggi vi sono popolazioni, come gli Yanomami, che praticano l’infanticidio e il cannibalismo rituale: nel corso di una cerimonia funebre bruciano il cadavere di un parente morto e mangiano le ceneri delle sue ossa, poiché credono che in esse risieda l’energia vitale del defunto, che in questo modo viene reintegrato nel gruppo familiare. Tutto ciò rende improponibile l’invito, suggerito, ad esempio, al n. 50 dell’Instrumentum Laboris utilizzato in occasione del recente Sinodo per l’Amazzonia, affinché si ascoltino l’«esperienza ancestrale, le cosmologie, le spiritualità e le teologie dei popoli indigeni». Di tutto questo facciamo volentieri a meno.

La Vergine Maria secondo la predicazione di padre Tognetti

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(Cristina Siccardi) Mentre oggi la Chiesa di Roma confonde continuamente le carte, minando la dottrina della Fede, destabilizzando ogni giorno di più il suo pensiero e con esso coloro che si professano cattolici, dicendo e contraddicendo, fino a creare il caso mondiale del libro Dal profondo del nostro cuore, scritto in difesa del celibato sacerdotale, prima firmato dal papa emerito Benedetto XVI e dal cardinale Sarah per poi darne la paternità solo al secondo, c’è chi produce pagine di profonda chiarezza sulla Tota pulchra. Possibile, in un tempo di frenesia e smania ecclesiastica fra scandali di omosessualità, di pedofilia, della Pachamama in San Pietro e nelle chiese, e di follie secolarizzatrici? Ebbene sì, c’è chi, nella cella monastica, riesce ancora a non guardare la tv, a non aprire facebook e a non twittare, per stare al cospetto unicamente di Dio, ragionando su Maria Santissima, l’Umile per eccellenza. Parliamo del libro appena uscito La Vergine Maria di padre Serafino Tognetti (Etabeta, pp. 245,  € 14,00), monaco e sacerdote della Comunità dei Figli di Dio. Fin dalle prime pagine, ci si trova di fronte a chi ha deciso di formulare un canto, un inno di riconoscenza alla Madre di Dio, alla quale l’autore afferma di essere grato per la scelta della sua vita religiosa e sacerdotale. Padre Tonetti prende in considerazione due apparizioni mariane ufficiali, La Salette, dove a 22 anni si fermò per un ritiro spirituale guidato da don Divo Barsotti, e Fatima. La chiave di lettura di questo testo è evidente: parlare della Madonna in un tempo in cui nessuno più sembra imitarla e seguirla, riproponendo ciò che la Madonna ha chiesto all’uomo di oggi, così attento al mondo e così lontano da Dio: «La Madonna dice di pregare il rosario? La Madonna chiede la consacrazione della Russia? La Madonna dice che possiamo contribuire alla salvezza del mondo offrendo i nostri sacrifici e facendo penitenza? La Madonna dice di santificare la domenica? Perché allora non obbediamo, credendo che questa sia la via tracciata per la Chiesa di questo tempo? […] che colpa ne ho se la Madonna a Lourdes, a La Salette, a Fatima, ovunque, chiede che il popolo di Dio faccia penitenza?» (p. 17).

Uno dei più grandi cultori e scrittori di Maria Santissima, san Luigi Maria Grignion de Montfort (1673-1716), sostiene che soltanto chi appartiene a Maria riesce a farsi umile sul serio per essere riempito della grazia di Dio e profetizza che i discepoli degli ultimi tempi, profondamente umili, saranno i prediletti della Madonna: «Non a caso, tutte le eresie che nascono all’interno della Chiesa vengono da coloro che pretendono di scrutare i misteri di Dio senza umiltà. Se vivesse in Maria, non diventerebbero eretici. Non a caso nell’inno Akathistos Maria è chiamata “Colei che distrugge tutte le eresie”, e il motivo è sempre quello: la Madonna è proiettata tutta su Dio» (p. 26). Don Divo Barsotti arrivò a dire che Fatima è l’evento più importante, come apparizione, dopo l’Ascensione del Signore e se lo si studia veramente e seriamente non si stenta a credergli: la portata del messaggio è così ampio e universale che abbraccia maternamente e con determinazione la Storia della Salvezza. Questa nostra epoca è sotto l’influenza di un’indubbia pressione diabolica, inondata dagli ego personali che si fanno dio, dove non c’è più distinzione fra bene e male, anzi, il male diventa trainante per la massa e finanche per i bambini, ai quali viene celermente tolta l’innocenza, subissandoli di false idee con una cattiva educazione, con una trapanante e promiscua messaggistica social, fatta di caducità e di molteplici immagini inutili quando non dannose. Come allontanare la presenza satanica e come arrestare i castighi divini, conseguenza della tracotante ribellione degli uomini e delle donne al loro Creatore? La Madonna è stata chiara a Fatima: penitenza, sacrifici, preghiere, rosari. Santa Giacinta e san Francesco di Fatima compresero alla perfezione la potenza di questi antidoti alla pandemia dei peccati e degli errori, e come loro molti altri santi bambini, che padre Tognetti elenca e ricorda preziosamente.

Il liberalismo ha forgiato, decennio dopo decennio, una società occidentale mostruosa nel pensiero e nell’agire, portando al nichilismo e al cinismo, al disfacimento dei valori cristiani e della famiglia. Affidarsi a Maria Santissima e non alla psicanalisi, fondata da Freud, colui che dichiarava che l’odio sta alla base delle relazioni umane, significa scoprire la pace interiore, l’umiltà, la serenità, la scelta di fare la cosa più saggia possibile in questa vita: seguire le leggi e la volontà di Dio. Questo è realismo, il resto sono teorie contro l’uomo, oltre che contro Nostro Signore. Il comunicare di Padre Serafino è potente, e non solo negli scritti, ma anche nella predicazione orale. San Francesco d’Assisi diceva che il Vangelo va interpretato «sine glossa», ossia senza interpretazioni, alla lettera, ed è ciò che si sperimenta quando si ascoltano le catechesi del monaco di origine bolognese, instancabile predicatore di città in città. Ai sacerdoti, alle comunità religiose e ai laici, a cui si rivolge di volta in volta, non porta se stesso agli altri, ma il Signore, indicando come è possibile scegliere fra il Regno di Dio e il Regno di Satana: o si sta dalla parte di Dio oppure dalla parte del principe di questo mondo. «Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui», scrive san Giovanni (1 Gv 2,15), mentre san Giacomo allerta: «Chi vuole essere amico del mondo, si rende nemico di Dio» (Gc 4,4). L’espressione «dio di questo mondo», usata da San Paolo (2 Cor 4, 4), indica che Satana costituisce la principale influenza sugli ideali, sulle opinioni, sugli obiettivi, sulle utopie e sui punti di vista della maggior parte delle persone. Come sappiamo, quando il cattolico scopre realmente l’abbondanza e la completezza della fede, è un uomo nuovo. Nuovo e gioioso. Allora non stupisce che l’omiletica di padre Tognetti attragga molte persone, anche attraverso Youtube e attraverso i Cd che circolano in molte realtà. La sua verace predicazione, comprensibile a tutti, che non cede alla retorica buonista, si riempie di logica e di annuncio della Buona Novella.

In un tempo di sordi, padre Tognetti fa breccia con un dire netto ed affabile insieme: «Gesù ci ha riscattati, ci ha salvati dal mondo del male, delle tenebre, del peccato e della morte e dell’Inferno incarnandosi […] Si incarna e la prima cosa che viene detta di lui, quando entra nella scena pubblica […] “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che sistema le cose del mondo”. No, non dice così?», chiede ironicamente, «Non dice, ecco colui che darà da mangiare a tutti, che metterà apposto le cose, che creerà la giustizia… No? Peccato… dice un’altra cosa: “Ecco colui che toglie i peccati del mondo”. Questa è la missione di Gesù Redentore. Ieri, oggi e sempre. Se Gesù avesse voluto risolvere i problemi della povertà, l’avrebbe fatto. Se avesse voluto dare la vista a tutti i ciechi del mondo, l’avrebbe fatto. Ma togliere i peccati, guardate, è mica facile, perché sistemare le cose del mondo tanti ci provano […] anche Carlo Marx voleva sistemare i problemi del mondo […] Ma togliere il peccato, provateci voi. […] [Cristo] morendo con il suo sangue, quel peccato viene cancellato, azzerato, perdonato, non c’è più […] ci riuscireste voi? Carlo Marx ci riuscirebbe? Buddha? Maometto? Nix, nada, nisba. Questo può farlo solo Dio. Ma Dio sceglie di farlo attraverso l’assunzione del peccato, della sofferenza, del sacrificio. Ma non è una buona notizia questa?» Qual è, allora, la missione della Chiesa? Togliere i peccati del mondo: «Punto e basta. Questa è la missione della Chiesa!». 

In memoriam: lo storico francese e il filosofo italiano

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(Roberto de Mattei) Il 15 dicembre 2019 ha reso la sua anima a Dio a Montauban lo storico francese Jean de Viguerie. Due settimane dopo, il 30 dicembre è ricorso il trentesimo anniversario della morte del filosofo italiano Augusto Del Noce. Cosa avevano in comune queste due personalità della cultura cattolica del Novecento?

Da sinistra verso destra: Roberto de Mattei, Augusto Del Noce, Jean de Viguerie

Jean de Viguerie, nato a Roma nel 1935, percorse una brillante carriera accademica divenendo professore emerito dell’Università di Lille-III, senza mai venire a compromessi con la cultura imperante. «La fede irrorava tutta la vita di Jean de Viguerie e alimentava la sua vita di professore» ha scritto un suo allievo, Philippe Pichot Bravard. Viguerie fu un conoscitore profondo e scrupoloso del XVIII secolo. La sua opera fondamentale è, a mio parere, Christianisme et Révolution. Cinq leçons d’Histoire de la Révolution française (Nouvelles Editions Latines, 1986). La lettura di questo libro, accanto a La Révolution française di Pierre Gaxotte (edizione a cura di Jean Tulard, Complexe, 1988) ci offre un quadro sintetico, ma illuminante di quanto accadde in Francia tra il 1789 e il 1795. L’opera più originale di Viguerie è però Les deux patries. Essai historique sur l’idée de patrie en France (Dominique Martin Morin, 1998). Lo storico francese dimostra come al concetto tradizionale di “Patria”, radicata in un luogo concreto e in una precisa memoria storica, se ne sovrappone, nel XVIII secolo, uno nuovo: la patria astratta dei diritti dell’uomo proclamata dagli illuministi e dalla Rivoluzione francese. Fu in nome di questa ideologia che la Francia scese in campo nella Prima Guerra mondiale. L’Union Sacrée del 1914, tra nazionalisti di sinistra e di destra, fu una continuazione dell’appello alle armi lanciato nel 1792, quando l’Assemblea Nazionale dichiarò “la Patria in pericolo”. È con la Rivoluzione Francese che nasce la parola d’ordine di “annientare il nemico”, interno ed esterno, come avvenne con le “colonne infernali” che tra il 1793 e il 1794 sterminarono gli insorti della Vandea. Il conflitto mondiale costò alla Francia un milione e trecentomila morti. La sola offensiva del 16 aprile 1917, tra Soissons e Compiègne, ricorda Viguerie, contò centodiciassette mila morti per guadagnare cinque chilometri; trecentosessantamila furono le vittime nella prima battaglia offensiva di Verdun dell’ottobre 1916. Queste vittime furono offerte al Moloch rivoluzionario come prezzo da pagare per la distruzione dell’Impero austro-ungarico, ultimo baluardo cattolico contro l’opera di distruzione politica e culturale della Rivoluzione francese.

Viguerie fu biografo di Luigi XVI e di sua sorella Elisabetta di Francia, a cui ha dedicato lo studio Le sacrifice du soir (Cerf, 2010), che certamente gioverà alla causa di beatificazione della principessa francese, ed è autore di molte altre opere, alcune autobiografiche, come l’Itinéraire d’un historien (Dominique Martin Morin, 2000) e Le passé ne meurt pas (Via Romana, 2016), ricco di episodi e di aneddoti che ci aiutano a comprendere non solo la sua vita privata, ma la Francia del Novecento.

Augusto Del Noce, di famiglia piemontese, nacque a Pistoia nel 1910, ma fece i suoi studi nella Torino del primo dopoguerra del Novecento. La sua produzione intellettuale può essere intesa come specularmente opposta a quel filone di pensiero progressista che si sviluppò nella stessa città di Torino e che ha avuto tra i suoi esponenti più conosciuti Norberto Bobbio ed Umberto Eco. Quando scoppiò la Rivoluzione del 1968 Augusto Del Noce, professore all’Università di Trieste, aveva al suo attivo opere imponenti di storia della filosofia, come i volumi Il problema dell’ateismo (Il Mulino, 1964) e Riforma cattolica e filosofia moderna (Il Mulino, 1965), ma la sua attenzione di filosofo si spostò da allora alla comprensione filosofica dell’epoca contemporanea. Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta apparvero Il problema politico dei cattolici (Unione Italiana per il Progresso della Cultura, 1967), L’epoca della secolarizzazione (Giuffrè, 1970) e Tramonto o eclissi dei valori tradizionali (Rusconi, 1972) Il suicidio della Rivoluzione (Rusconi, 1978) e, postumo, Giovanni Gentile. Per una interpretazione filosofica della storia contemporanea (Il Mulino, 1990). Del Noce mostra in questi libri la continuità culturale che esiste tra i diversi regimi politici che si sono succeduti in Italia nello spazio di un secolo: liberalismo, fascismo e antifascismo. Il pensiero di Francesco de Sanctis, ministro della cultura dell’Italia risorgimentale, di Giovanni Gentile, ministro della cultura e ideologo del fascismo e di Antonio Gramsci, principale teorico dell’antifascismo nella democrazia italiana del secondo dopoguerra, si alimenta all’immanentismo di Hegel e segue un percorso di progressivo abbandono dei valori tradizionali. L’epoca della Rivoluzione è per Del Noce l’epoca della negazione di questi valori in nome della secolarizzazione presentata come un processo storico positivo e necessario. Del Noce individuava il male della cultura italiana contemporanea nella categoria del “progressismo”, una visione della storia fondata sull’idea per cui il fascismo, e non il comunismo, avrebbe rappresentato il male radicale del secolo. Ciò comportava come conseguenza la necessità del tramonto, con il fascismo, di ogni ideale che ad esso potesse essere in qualche modo rapportato, a cominciare dai valori tradizionali su cui per secoli si era fondata la civiltà cristiana occidentale. All’idea di Rivoluzione e allo “spirito di modernità”, fondato sul primato del divenire e dunque sul mito della irreversibilità del progresso, Del Noce contrappone l’idea di Tradizione, fondata sulla filosofia del primato dell’Essere o della contemplazione, e inevitabilmente destinata, a suo avviso, a ritrovare Platone, così come la filosofia rivoluzionaria del primato del divenire ha la sua più coerente conclusione in Marx.

A differenza di Jean de Viguerie, che appartenne alla scuola contro-rivoluzionaria, Augusto Del Noce non si rifaceva ai grandi pensatori della Restaurazione francese, ma alla scuola italiana di Rosmini, e di Vico, il pensatore a cui avrebbe voluto dedicare l’ultimo libro, che la morte gli impedì di scrivere. Tuttavia, come Viguerie, anche Del Noce vedeva nella Rivoluzione francese uno spartiacque culturale che aveva segnato il declino politico e culturale dell’Occidente cristiano (cfr. R. de Mattei, La critica alla Rivoluzione nel pensiero di Augusto Del Noce, Le Lettere, 2019). Il cardinale Carlo Maria Martini, nell’ultima intervista rilasciata a pochi giorni della sua morte, disse che «la Chiesa è rimasta indietro di duecento anni». Con questa citazione, il 21 dicembre 2019, Papa Francesco ha concluso il suo discorso di Natale alla Curia Romana. La tesi del cardinale Martini è che la Chiesa è rimasta indietro di due secoli perché non ha fatto la sua Rivoluzione francese e papa Francesco, erede del cardinale Martini, si propone di colmare questa distanza, portando a compimento il Concilio Vaticano II. Sia lo storico francese che il filosofo italiano erano invece convinti che l’abbraccio al mondo moderno proclamato dal Vaticano II fosse la principale causa del processo di autodemolizione della Chiesa. Il 13 maggio 1989, si svolse a Roma, a Palazzo Pallavicini, un importante convegno sulla Rivoluzione Francese. Fu in quell’occasione che Augusto Del Noce e Jean de Viguerie si incontrarono. Ciò che li univa era il rifiuto dell’utopia rivoluzionaria, l’amore per la Tradizione, la preoccupazione per la crisi della Chiesa, di cui avvertivano la portata. Augusto Del Noce morì pochi mesi dopo, mentre il muro di Berlino si sgretolava. Jean de Viguerie gli ha sopravvissuto di trent’anni, assistendo allo sgretolamento e al crollo dell’Occidente e della Chiesa stessa. Essi appartengono alla nostra memoria storica, quello che Viguerie ha definito «il passato che non muore». 

Anche a Cremona la Messa tridentina

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(Mauro Faverzani) Han dovuto insistere dieci anni, alla fine però anche i fedeli cremonesi hanno ottenuto la S. Messa tridentina. Risolutivo in tal senso l’intervento della Congregazione per la Dottrina della Fede, intervento sollecitato dal locale Coetus Fidelium, constatando il nulla di fatto e la situazione di sostanziale stallo, cui era giunta la strada del dialogo tentata con l’Ordinario, prima mons. Dante Lafranconi e poi il suo successore, mons. Antonio Napolioni. Proprio da quest’ultimo, dopo le indicazioni giunte da Roma, è arrivato il sì finale, benché «in via sperimentale» e ad alcune “condizioni” quali: la frequenza mensile, anziché settimanale, della celebrazione liturgica nella forma «extraordinaria», oltre tutto nel giorno di sabato e non di domenica, come viceversa richiesto; non nella chiesa di San Luca, dove spontaneamente erano iniziate le celebrazioni nella primavera del 2018, e nemmeno in una chiesa parrocchiale, bensì in una cappella interna della Casa San Giuseppe, gestita dalle Suore Carmelitane del Divin Cuore di Gesù: per entrarvi, occorre, per così dire, bussare in casa d’altri. E poi il celebrante: non padre Giorgio, il giovane barnabita, che, sapendo celebrare Vetus Ordo, sin dall’inizio accolse la richiesta di un sempre più nutrito gruppo di fedeli, bensì il direttore dell’Ufficio liturgico diocesano, don Daniele Piazzi.

Ciò non ha scoraggiato il Coetus Fidelium: in occasione della prima celebrazione, svoltasi lo scorso 7 dicembre, infatti, la cappella prescelta era così gremita da costringere molti a restar fuori. Il che ha subito convinto a trasferirsi in uno spazio più adeguato ovvero nell’adiacente cappella grande delle Suore, completamente riempita in occasione della seconda celebrazione, tenutasi lo scorso 4 gennaio, primo sabato del mese.

Un centinaio i presenti: moltissimi i giovani, nonché le famiglie, ad indicare come l’esigenza sia liturgica e non certo frutto di nostalgie, evidentemente impedite dall’anagrafe. Molte e partecipate anche le altre iniziative, promosse contemporaneamente dal Coetus e sorte nell’alveo della medesima sensibilità, quali la Novena in latino con canto gregoriano in preparazione al S. Natale, la recita periodica comunitaria del Breviarium, nonché incontri di formazione mensile, la costituzione di una Schola Gregoriana «S. Antonio Maria Zaccaria» e di un gruppo di chierichetti.

Tutti riscontri sicuramente positivi, prima di tutto in termini spirituali, ciò che dovrebbe incoraggiare presto – questo è almeno l’auspicio – anche decisioni più incisive e determinate, quali, ad esempio, la frequenza non più mensile, bensì settimanale della S. Messa. Anche Cremona, inoltre, figura tra i Coetus Fidelium dell’area lombardo-veneta, che hanno messo a punto una dichiarazione congiunta, tradotta in più lingue (compreso cinese ed, ovviamente, il latino), in cui, ponendosi «nel solco della Tradizione della Chiesa» e sottolineando l’importanza della S. Messa nella forma «extraordinaria», i Coetus aderenti (oltre a Cremona, anche Bergamo, Brescia, Verona, Pavia, Piacenza, Mantova e Lodi) si propongono di «essere testimoni credibili, custodi della dolcezza della dottrina e della bellezza della fede», nonché del «tesoro della cultura cristiana, che trova nel culto la sua sorgente, via attraverso cui ripristinare l’ordine interiore ed esteriore del mondo». A questa Dichiarazione chiunque può aderire, a titolo personale oppure come gruppo, compilando il form predisposto sull’apposito sito www.coetusdeclaratio.it.

Suggerimenti librari per il nuovo anno

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(Veronica Rasponi) «Più leggi più sai leggere la realtà», recita uno dei tanti slogan pubblicitari per invitare le persone a leggere, sempre più assorbite, invece, dalla comunicazione per immagini e dai Twitter mordi e fuggi. Ma leggere che cosa? I libri possono essere, e per moltissime persone lo sono stati veramente, il sale della vita, e Corrispondenza Romana ne propone qualcuno per il nuovo anno. Cominciamo con un libro di Cristina Siccardi: San Francesco. Una delle figure più deformate della storia (Sugarco, pp. 296, € 23,00) con la prefazione di padre Serafino Tognetti. L’intenzione dell’autrice è quella di restaurare l’autentico san Francesco, deformato dalle ideologie dominanti del pensiero unico, globalista, ambientalista, animalista. Si tratta di una monografia che fonde storia e contemporaneità, lanciando uno sguardo sul travagliato panorama ecclesiale della nostra epoca. Padre Tognetti scrive che questo libro «è probabilmente il primo serio, profondo, autentico tentativo di riportare l’asse in carreggiata. […] Si arriva in fondo all’ultima pagina, letto il libro tutto d’un fiato, e ci si pone la domanda: “Ma davvero san Francesco è questo? Ah, ma che cosa meravigliosa…!”. […]In questo senso, il libro di Cristina Siccardi costituisce un’ideale e straordinaria introduzione alle Fonti Francescane».

Di Cristina Siccardi ricordiamo altri due libri: L’Arte di Dio. Sacri pensieri, profane idee (Cantagalli, pp. 455, € 29,00) e I primi anni di Papa Francesco raccontati su «Corrispondenza Romana» 2012-2018 (Solfanelli, pp. 560, € 32,00). Il primo è un compendio sulla realtà dell’architettura e delle arti figurative come servizio per la maggior gloria di Dio e per la salvezza delle anime. Vittorio Sgarbi, Jean Clair, Riccardo Muti, Antonio Natali, sono alcuni autori,che hanno contribuito alla realizzazione di questo importante volume. Il secondo, è un volume di agevole lettura, grazie alla sua organizzazione interna, suddivisa in capitoli, che raccoglie gli articoli sempre belli e attuali della Siccardi pubblicati su Corrispondenza Romana nei primi cinque anni del pontificato bergogliano.

Continuiamo con un originale romanzo di Alessandro Gnocchi: Liberaci dal male (Fede e Cultura, pp. 158, € 17,00). Gnocchi è conosciuto per essere un polemista arguto e implacabile, ma forse dà il meglio di sé stesso proprio in pagine come queste, in cui racconta la sua terra con lo stesso amore usato da Giovannino Guareschi per cantare la sua Bassa. Il romanzo è un thriller, in cui il vero protagonista è Villalta, un paesino del Bergamasco a cui Gnocchi dà vita con penna sicura, invitandoci a meditare sul mistero del male.

Sempre Fede e Cultura ci propone i Colloqui massimi. Andare a fondo per vederci meglio di Ettore Gotti Tedeschi (pp. 142, € 16,00) che fa seguito ai Colloqui minimi. L’arte maieutica della polemica (pp. 432, € 29,00) dello stesso autore: una serie di colloqui immaginari con importanti personaggi del passato per spiegare come la verità sia stata spesso modificata nel corso della storia. La capacità dell’autore di divulgare in maniera breve e accattivante difficili concetti di carattere economico, politico e perfino teologico, rende questo libro uno strumento apologetico adatto per ogni tipo di lettore.

Concludiamo con due libri di Roberto de Mattei: La sovranità necessaria. Riflessioni sulla crisi dello Stato moderno (I libri del Borghese, pp. 206, € 18,00) e La critica alla Rivoluzione nel pensiero di Augusto Del Noce (Le Lettere, pp. 118, € 16,00). Il primo è la riedizione di un libro apparso nell’anno 2000, quando ancora non erano nati i movimenti sovranisti, ma anzi si parlava apertamente di fine inevitabile della sovranità e degli Stati nazionali. L’autore, attraverso una disamina storica, politica e filosofica, riafferma il valore perenne del concetto di sovranità, riproponendola come una indispensabile linea di resistenza al caos contemporaneo. Il secondo libro è dedicato ad Augusto Del Noce, uno dei pensatori più originali e stimolanti del Novecento, di cui il 30 dicembre 2019 è ricorso il trentesimo anniversario della morte. Il prof. de Mattei, che con lui ebbe nello spazio di vent’anni un’intensa frequentazione, testimoniata dalle lettere inedite pubblicate nel volume, ne ricostruisce e valuta il pensiero.

L’incoronazione di Carlo Magno: Natale della Cristianità

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(Roberto de Mattei) Pubblichiamo la versione italiana di un articolo del prof. Roberto de Mattei pubblicato su The Remnant il 27 dicembre 2019.

Se c’è un momento di grazia e di conversione del cuore, questo è il Santo Natale, il giorno della Natività del Signore, il giorno da cui si contano gli anni del mondo. L’atmosfera familiare del giorno di Natale intenerisce i cuori più duri, ma soprattutto la bellezza della liturgia è capace di toccarli, come accadde allo scrittore francese Paul Claudel (1868-1955) il 25 dicembre 1886. Claudel era uno studente di diciotto anni che aveva abbandonato la pratica religiosa e vagava per le strade di Parigi, inquieto e insoddisfatto di sé, quando, la sera di Natale, entrò nella Cattedrale di Notre-Dame, mentre il coro stava cantando ciò che più tardi seppe essere il Magnificat.

«Io – racconta – ero in piedi tra la folla, vicino al secondo pilastro rispetto all’ingresso del Coro, a destra, dalla parte della Sacrestia. In quel momento capitò l’evento che domina tutta la mia vita. In un istante il mio cuore fu toccato e io credetti. Credetti con una forza di adesione così grande, con un tale innalzamento di tutto il mio essere, con una convinzione così potente, in una certezza che non lasciava posto a nessuna specie di dubbio che, dopo di allora, nessun ragionamento, nessuna circostanza della mia vita agitata hanno potuto scuotere la mia fede né toccarla. Improvvisamente ebbi il sentimento lacerante dell’innocenza, dell’eterna infanzia di Dio: una rivelazione ineffabile! Cercando – come ho spesso fatto – di ricostruire i momenti che seguirono quell’istante straordinario, ritrovo gli elementi seguenti che, tuttavia, formavano un solo lampo, un’arma sola di cui si serviva la Provvidenza divina per giungere finalmente ad aprire il cuore di un povero figlio disperato: ‘Come sono felici le persone che credono!’ . Ma era vero? Era proprio vero! Dio esiste, è qui. È qualcuno, un essere personale come me. Mi ama, mi chiama. Le lacrime e i singulti erano spuntati, mentre l’emozione era accresciuta ancor più dalla tenera melodia dell’’Adeste, fideles’ […]».

Paul Claudel comprese quella sera, in un lampo, con invincibile evidenza, che la vita di ognuno di noi si spalanca davanti a una inesorabile alternativa: l’amore infinito di Dio o la dannazione eterna. Egli ricorda ancora: «È vero – lo confesso con il Centurione romano -, che Gesù era il Figlio di Dio. Era a me, Paul, che egli si rivolgeva e mi prometteva il suo amore. Ma, nello stesso tempo, se non lo seguivo, mi lasciava la dannazione come unica alternativa. Ah, non avevo bisogno che mi si spiegasse che cosa era l’Inferno: vi avevo trascorso la mia stagione. Quelle poche ore mi erano bastate per farmi capire che l’Inferno è dovunque non c’è Cristo. Che me ne importava del resto del mondo, davanti a quest’Essere nuovo e prodigioso che mi si era svelato?».

La vita di Paul Claudel divenne il tentativo di rimanere fedele alla grazia di quel Natale del 1886, «il giorno di Natale in cui ogni gioia è nata», come egli scriverà nella sua opera più famosa, L’Annonce faite à Marie (1912).

L’aspetto sociale del Santo Natale

Ma la festa del Santo Natale non ha solo un significato individuale e familiare: ha anche, e ha avuto nella storia, un significato sociale. Il grande abate di Solesmes Dom Prosper Guéranger (1805-1875), nel suo Année liturgique, ci ricorda tre momenti del Santo Natale legati alla storia d’Europa, alle sue più profonde radici cristiane.

Il primo di questi momenti è il battesimo di Clodoveo, avvenuto, secondo la tradizione, il 25 dicembre del 496.

Clodoveo era il re dei Franchi, un popolo ancora pagano, mentre il Cristianesimo si andava diffondendo in un’Europa in preda al caos e all’anarchia, dopo la caduta dell’Impero romano di Occidente, avvenuta venti anni prima. Egli aveva sposato una principessa cattolica del popolo dei Burgundi, Clotilde. Fu lei, con l’aiuto del santo vescovo di Reims, Remigio, a portare Clodoveo alla religione cattolica, conquistandone il cuore. Clodoveo si fece battezzare, nella notte di Natale del 496.

Lo storico dei Franchi Gregorio di Tours scrive che Clodoveo «si avvicinò al lavacro come un nuovo Costantino, per essere liberato dalla lebbra antica, per sciogliere in acqua fresca macchie luride createsi lontano nel tempo. E quando Clodoveo fu entrato nel Battistero, il santo di Dio così disse con parole solenni: ‘Piega quieto il tuo capo, o si cauto; adora quello che hai bruciato, brucia quello che hai adorato’».

Il battesimo di Clodoveo fu quello di un popolo che, con lui, entrava nella storia: i Franchi. E secondo dom Guéranger il supremo Signore degli eventi volle che il regno dei Franchi nascesse il giorno di Natale per incidere più profondamente l’importanza di un giorno così santo nella memoria dei popoli cristiani dell’Europa. Clodoveo, il fiero barbaro, divenuto mite come l’agnello, fu immerso da san Remigio nel fonte battesimale della salvezza, dal quale uscì purificato per inaugurare la prima monarchia cattolica fra le monarchie nuove, quel regno di Francia, il più bello – è stato detto – dopo quello dei cieli.

 

La conversione dell’Inghilterra

Passarono cento anni dalla conversione di Clodoveo. Salì sul trono pontificio un grande Papa, san Gregorio Magno. Nel 596, secondo quanto si ricorda, Papa Gregorio restò commosso nel vedere un gruppo di giovani biondi e belli come angeli, sul mercato degli schiavi di Roma. Chiese chi fossero. Gli fu risposto: Angli.

«Non Angli, ma Angeli», replicò il Papa, che a partire da quel momento decise di affidare ai monaci benedettini l’evangelizzazione dell’Inghilterra. Un gruppo di quaranta monaci, guidato da Agostino, poi detto di Canterbury, partì per l’isola degli Angli per propagare il Vangelo.

Agostino, dopo aver convertito al vero Dio il re Eteiredo, si diresse verso la città, già romana, di York, vi fece risuonare la Parola di vita, e un intero popolo si unì al proprio re per chiedere il Battesimo. Così allora accadeva: il battesimo del Re era quello di un popolo intero, legato al suo sovrano da vincoli di indissolubile fedeltà. Fu fissato il giorno di Natale per la rigenerazione di quei nuovi discepoli di Cristo; e il fiume che scorreva sotto le mura della città venne scelto per servire da fonte battesimale a un’armata di diecimila di catecumeni, non contando le donne e i bambini. Il rigore della stagione non arrestò i nuovi e ferventi discepoli del Bambino di Betlemme che scesero nelle acque per purificare le loro anime. «Dalle acque gelide – scrive dom Guéranger – uscì piena di gaudio e risplendente d’innocenza tutta un’armata di neofiti; e nel giorno stesso della sua nascita, Cristo contò una nazione di più sotto il suo impero». Sant’Agostino di Canterbury fu l’evangelizzatore della Britannia. Dall’Inghilterra e dall’Irlanda partirono poi, al seguito un altro grande missionario, san Bonifacio, i monaci che evangelizzarono la Germania.

 

L’incoronazione di Carlo Magno

Un altro illustre evento doveva ancora abbellire l’anniversario del Natale. Nella solennità di Natale dell’800, con l’incoronazione di Carlo Magno, a Roma, nacque il Sacro Romano Impero al quale era riservata la missione di propagare il regno di Cristo nelle regioni barbare del Nord, e di mantenere l’unità europea, sotto la direzione del Romano Pontefice.
Correva l’anno 800. Era il giorno di Natale. A Roma, nella Basilica di San Pietro, entrò un uomo maestoso, quasi sessantenne, la cui statura quasi da gigante esprimeva la forza indomabile del guerriero, mentre i bianchi capelli e la barba rivelavano una dolcezza straordinaria. Non era un uomo qualsiasi, si vedeva immediatamente. Quest’uomo era Carlo Magno, re dei Franchi, il popolo di Clodoveo, chiamato a Roma dal Papa perché mettesse la sua spada al servizio della Croce, contro i Longobardi.

Il re dei Franchi nell’anno Ottocento dopo Cristo ha già sottomesso gli aquitani e i longobardi; ha attraversato i Pirenei per domare in Spagna il potere minaccioso degli arabi; ha represso l’insurrezione dei sassoni e dei bavari; e sta in piena lotta con gli avari. Egli non è solo un guerriero. Sotto il suo influsso, le arti e le scienze fioriscono in tutta Europa. Amato moltissimo dai suoi sudditi, venerato dai suoi guerrieri, estende nelle terre che conquista la benefica influenza della Religione cattolica.

Ed ora, Carlo Magno, l’erede di Clodoveo, entra nella Basilica di San Pietro, in una notte di Natale, fredda per i rigori dell’inverno, ma calda per l’atmosfera di entusiasmo che regna nella Basilica. Il re dei Franchi si inginocchia, abbassa il capo, adorando Dio fatto uomo e implorando misericordia per i suoi peccati. Si batte il petto e ricorre all’intercessione della Vergine Maria, senza accorgersi che qualcuno gli si avvicina in silenzio rispettoso. Non è un semplice sacerdote o vescovo, è un Papa, un Papa santo. Le cronache raccontano che «nel momento in cui il re si levava dall’orazione, durante la Messa, dinanzi all’altare della confessione di San Pietro Apostolo, il Papa Leone III gli giunse vicino e pose sulla sua fronte scoperta una corona. Una corona nuova, non di Re ma di Imperatore».

Il Papa, san Leone III poneva la corona imperiale sul capo di Carlo Magno; e la terra attonita rivedeva un Cesare, un Augusto, non più successore dei Cesari e degli Augusti della Roma pagana, ma investito di quei titoli gloriosi dal Vicario di Colui che viene definito della Scrittura, il Re dei re, il Signore dei signori. Il popolo romano lo acclamò con queste parole: «a Carlo Augusto, coronato da Dio grande e pacifico imperatore dei Romani, vita e vittoria», mentre i franchi, battendo le lance sulle spade, levavano il grido «Natale, Natale», un grido che, dai tempi di Clodoveo, ricordava l’entrata del loro popolo nella storia.

Due giorni prima dell’incoronazione un monaco di San Saba e un monaco del Monte degli Olivi a Gerusalemme avevano offerto al re dei Franchi, da parte del Patriarca, «le chiavi del Santo Sepolcro e del Calvario e quelle della città e del monte Sion con una bandiera». Era un omaggio simbolico, una nuova aureola di santità cinta alla fronte del re che aveva steso la sua protezione oltre i mari, che doveva proteggere i cristiani di Palestina, di Siria, di Egitto, di Tunisia.

In quel Natale, nella Cattedrale del Vicario di Cristo, nacque l’Impero Cattolico d’Occidente, pilastro della Civiltà cristiana medioevale – come 800 anni prima, nello stesso giorno, era nato in una mangiatoia il Bambino Gesù.

Fondando la Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana, Gesù Cristo aveva posto in essa, in seme, tutte le potenzialità per generare una grande civiltà. Con l’espansione della Chiesa, con la conversione dei popoli lungo otto secoli, il seme si sviluppò, divenne una possibilità concreta, sbocciò, infine, nell’anno 800, nell’impero di Carlo Magno, benedetto e ratificato dalle mani di un santo successore di Pietro. Si aprì un’epoca in cui, come insegna Leone XIII nella enciclica Immortale Dei, «il sacerdozio e l’impero erano legati tra di loro da una felice concordia e dallo scambio amichevole di servigi» e «organizzata in tal modo, la società civile diede frutti superiori ad ogni aspettativa».

Un altro Papa, Giovanni Paolo II, nel 1200esimo anniversario dell’incoronazione di Carlo Magno, ha ricordato che «la grande figura storica dell’imperatore Carlo Magno rievoca le radici cristiane dell’Europa, riportando quanti la studiano ad un’epoca che, nonostante i limiti umani sempre presenti, fu caratterizzata da un’imponente fioritura culturale in quasi tutti i campi dell’esperienza. Alla ricerca della sua identità, l’Europa non può prescindere da un energico sforzo di recupero del patrimonio culturale lasciato da Carlo Magno e conservato lungo più di un millennio».

Carlo Magno fu grande non solo per le sue guerre vittoriose da un estremo all’altro d’Europa, ma soprattutto per la sua opera di restaurazione giuridica, culturale ed artistica, ispirata ai principi del Vangelo. In un’epoca di decadenza e di disordine, egli può essere considerato come il fondatore dell’Europa cristiana. Con il primo imperatore cristiano l’Occidente per la prima volta acquista coscienza di sé e si presenta sulla scena della storia consapevole della propria unità cristiana e romana.

L’incoronazione di Carlo Magno è inoltre un atto pubblico e simbolico di importanza universale, destinato a esprimere, per più di un millennio, la concezione della sovranità cristiana. La fonte dell’autorità è il rappresentante di Dio in terra, perché – in terra – non esiste autorità che non provenga da Dio. In questo senso l’incoronazione di Carlo Magno può essere considerata come il Natale della Cristianità.

Quella che fu un tempo la Cristianità oggi agonizza, sotto gli attacchi dei nemici esterni e interni e noi attendiamo con trepidazione un nuovo giorno di Natale, un giorno di nascita e di risurrezione per le nostre anime e per la società intera: il giorno benedetto, annunciato a Fatima, del trionfo della Chiesa e della restaurazione della Civiltà cristiana.

In Europa un’ecatombe, ma dagli Usa una speranza

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(Mauro Faverzani) Aborto, un autentico dono di Natale è giunto dagli Usa, dove gli ambienti pro-life hanno riportato una colossale vittoria: la Corte Suprema ha stabilito che non esiste alcuna ragione al mondo che possa impedire ad uno Stato di votare una legge, che obblighi i medici a mostrare alle donne gravide il bambino che portano in grembo tramite ecografia.

Nulla di strano: in molte nazioni, anche europee, sono anzi previste tre ecografie obbligatorie, per verificare il regolare svolgersi della gravidanza. Eppure contro tale norma si sono scagliati diversi centri affiliati a Planned Parenthood ed i titolari di numerose cliniche abortiste americane, trascinando in tribunale il crescente numero di Stati della Confederazione, che l’hanno approvata come parte del pacchetto di 400 leggi studiate per depotenziare gli effetti del decreto «Roe versus Wade», quello che nel 1973 introdusse malauguratamente l’aborto negli Stati Uniti (si noti, sia detto per inciso, che Norma McCorvey alias Jane Roe, nome scelto ai fini processuali per tutelarne la privacy, colei cioè che con la propria querela avviò tutto l’iter giudiziario che rese legale l’aborto negli Usa, non ha mai abortito, anzi: resasi conto di esser stata strumentalizzata da un team agguerrito di avvocati pro-choice, si convertì al Cattolicesimo, divenendo una convinta militante pro-life).

Ciò che gli abortisti avrebbero voluto impedire è che le donne potessero vedere loro figlio dentro il grembo, notando così come sia un essere umano con un cuore che batte e non un grumolo di cellule. È evidente come questo susciti in loro, oltre ad una naturale commozione e ad un innato senso di maternità, anche molti interrogativi sulla propria scelta.

La decisione della Corte Suprema, favorevole a tale normativa, rende evidente anche come in essa non siano favorevoli alla vita solo quei 2 giudici supplementari pro-life su 9, che a fatica il presidente Trump riuscì a far nominare, bensì la maggioranza del collegio. Così come lo è, del resto, la stragrande maggioranza degli Americani.

Altra buona notizia, sempre dagli Stati Uniti: il comitato Michigan Values Life ha raccolto e depositato presso gli uffici competenti ben 379.418 firme per un nuovo progetto di legge, che proibisca l’aborto da smembramento, in termini clinici definito tecnica di «dilatazione ed evacuazione». Ciò in quanto si tratta, spiega il comitato, di una procedura «crudele, frequentemente utilizzata tra la 13ma e la 24ma settimana di gestazione»: richiede al medico di rimuovere dal grembo materno il bambino, «ancora non nato ma vivo, arto dopo arto, uno ad uno».

Nel 2018 in Michigan sono stati registrati 1.908 aborti da smembramento, secondo i dati diffusi dal Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani. Ora l’ufficio elettorale dovrà verificare la validità delle firme presentate, dopodiché l’iniziativa di legge verrà inviata al Congresso: la norma anti-smembramento richiesta potrà a quel punto entrare in vigore col solo voto a maggioranza semplice del Senato o della Camera dei Rappresentanti. Se viceversa in aula non si raggiungesse questa maggioranza o se il testo del progetto di legge venisse snobbato e non fosse discusso, si andrebbe direttamente alle urne per chiedere al popolo se approvarlo o bocciarlo.

Ci volevano davvero queste buone notizie a fronte di quella, pessima, relativa al bilancio demografico del 2018 in Europa, dati drammatici diffusi dopo la pubblicazione di quelli definitivi relativi alla Spagna: i nati vivi sono stati 7.307.685 in Europa, un altro 3,4% in meno rispetto ai 7.564.333 del 2017. Si tratta della cifra peggiore registrata tra il 1953 ed il 2018, con l’unica eccezione del 1999, quando si toccò proprio il fondo, col record negativo di 7.205.000 nati vivi.

Il conto si riferisce a 44 dei 45 Paesi europei, escludendo dal computo solo Cipro del Nord, che dal 1974 è occupata dalla Turchia. Tenendo conto che alla cifra complessiva contribuiscono anche i nati delle famiglie immigrate, è evidente come ci si trovi di fronte ad un impressionante crollo demografico, specie a fronte dei decessi, cresciuti ulteriormente dello 0,6% rispetto al 2017 e giunti a quota 8.173.525, record assoluto negli ultimi quattro anni.

Non solo: il numero di nascite nel 2018 ha raggiunto il proprio punto più basso dal 1945 in ben 13 Paesi europei, tra i quali l’Italia, oltre all’Albania, Bosnia-Erzegovina, Bulgaria, Finlandia, Grecia, Lituania, Macedonia settentrionale, Moldavia, Paesi Bassi, Romania, Serbia ed Ucraina.

In Europa, più che di «inverno demografico», sarebbe corretto parlare di autentica ecatombe. Ma c’è di peggio ed è l’ignavia propria di coloro che rinunciano alla battaglia per la Vita: come è accaduto a Siviglia, dov’era stata promossa per le ore 11 dello scorso 28 dicembre presso la parrocchia di S. Maria di Grazia una S. Messa in memoria di «tutti i bambini abortiti nel corso del 2019» con un’intenzione precisa rivolta alle donne «che meditino l’aborto», affinché tornino sui propri passi e salvino la vita dei loro figli, custoditi nel grembo materno.

Alla vigilia della celebrazione, però, vale a dire il giorno 27, su indicazione dell’Arcivescovado, la Messa è stata cancellata, per «evitare problemi». La realtà è un’altra. La realtà è che anche chi voglia evitar problemi e fastidi finisce col rendersi corresponsabile di quell’autentica strage degli innocenti, che è l’aborto. Il che è ancor più grave quando ciò coinvolga dei cattolici, che si tratti di ecclesiastici o di semplici fedeli. 

Depredati cuore e fegato al bambino scosso dalla madre

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(Alfredo De Matteo) Le cronache di questi ultimi giorni dell’anno hanno riportato il caso del bambino di cinque mesi scosso violentemente dalla madre, una donna di 29 anni originaria del vicentino la quale, nel tentativo di calmare il pianto del piccolo, l’avrebbe cullato troppo forte provocandogli gravissimi danni cerebrali e neurologici. In seguito alla chiamata fatta al 118 dalla madre stessa, il bimbo è stato ricoverato all’ospedale di Padova e le sue condizioni sono sembrate subito molto gravi, anche se un’Angio TAC disposta dai medici della terapia intensiva aveva riscontrato la presenza di flusso sanguigno al cervello. Purtuttavia, in tutta fretta è stata chiamata una commissione medica formata da un neurologo, un’anestetista e un medico legale con il compito di valutare la eventuale morte cerebrale del bambino. Le cronache riferiscono che dopo un secondo e approfondito esame della commissione che aveva dichiarato la morte cerebrale del piccolo, sono state staccate le macchine che lo tenevano in vita e cuore e fegato sono stati espiantati.

Come di consueto, quando si tratta di morte cerebrale ed espianto di organi le informazioni veicolate dagli organi di informazione risultano poco chiare, frammentate e contraddittorie. Del resto, la morte cerebrale è un’invenzione medico legale che non solo non ha nulla di scientifico ma che contrasta finanche col buon senso, per cui è facile cadere in veri e propri cortocircuiti logici.

Ora, gli organi vitali non possono essere prelevati da un cadavere perché altrimenti risulterebbero inservibili. E’ dunque necessario che la persona a cui devono essere espiantati i preziosi organi sia ancora in vita e gli stessi risultino perfettamente irrorati e ossigenati. Per cui, non corrisponde a verità che al piccolo siano stati tolti i supporti che lo tenevano in vita (ma non era già morto? …) e che solo successivamente sia stato sottoposto all’operazione di espianto, ma semmai il contrario: il bambino è stato tenuto in vita fino all’operazione di espianto, dopodiché, giocoforza, è deceduto.

C’è da tenere presente che i test atti a stabilire la presunta morte cerebrale sono molto invasivi e comportano la sospensione delle cure. E’ pertanto probabile che la commissione si trovi ad accertare la presenza dei parametri clinici indicatori della morte cerebrale a causa della natura invasiva della stessa procedura d’accertamento e della sospensione delle cure necessarie a ridurre il danno cerebrale incorso al paziente. In altre parole, è proprio la procedura d’accertamento della morte cerebrale che può causare ulteriori danni neurologici al soggetto, danni che possono anche diventare irreversibili.

Eppure, i primi esami effettuati sul bambino indicavano la presenza di attività cerebrale. Dunque, perché tanta fretta nel chiamare la commissione deputata a dichiarare l’eventuale morte cerebrale del bambino? Non sarebbe stato più sensato insistere con le cure adeguate volte a ridurre il danno cerebrale, anziché sospenderle e sottoporre il piccolo a test diagnostici altamente invasivi e peggiorativi della sua condizione clinica?

Il contesto attuale riconosce scarso valore alla vita umana, in specie quella più innocente e indifesa, e al contempo tende ad attribuire alle scienze, in particolare a quelle mediche, la capacità di risolvere tutti i problemi dell’uomo. La pratica dei trapianti d’organi vitali si inserisce perfettamente in tale quadro culturale e finisce per togliere valore sia alla vita umana che alla vera scienza.

Ora la madre del piccolo di cinque mesi sarà indagata per omicidio colposo anziché per il reato di lesioni gravissime. Ma non è stata certo lei a porre fine alla vita del suo bambino …