50 anni dal referendum sul divorzio: quali conseguenze?

50 anni dal referendum sul divorzio: quali conseguenze?
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Il 12 e il 13 maggio 1974 si votò per il referendum abrogativo dell’iniqua legge n. 898, intitolata Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio, che entrò in vigore il 1° dicembre 1970. Sul sito della Camera dei Deputati si legge che «33.023.179 elettori si recarono alle urne, 19.138.300 elettori (59,26%) votarono contro l’abrogazione della legge. I voti favorevoli furono 13.157.558 (40,74%)». I giornali stanno riportando in termini entusiastici questa notizia.

Eppure, gli italiani, forse per la maggior parte ignari delle conseguenze di quel “no” all’abrogazione, votavano per uno dei più gravi attentati all’istituzione familiare e, di converso, all’educazione e alla sana crescita della prole. In tal modo, condannavano l’Italia a seguire il pessimo esempio della Francia rivoluzionaria, capofila della diffusione del divorzio. Ciò, soprattutto dietro la spinta della massoneria rivoluzionaria che ben comprendeva quale colpo avrebbe così assestato alla legge naturale e alla Chiesa. Basti pensare che il promotore della legge sul divorzio del 1884 in Francia, Alfred Joseph Naquet (1834-1916), ricevette le congratulazioni pubbliche della loggia massonica di Bar-le-Duc, che gli scrisse: «È una rivincita dello Stato sulla Chiesa e il modo per separare questi due vecchi alleati» (Lettera del 22 gennaio 1884, in La Franc-maçconnerie démasquée. Revue mensuelle des doctrines & faits maçonniques, Librairie Catholique internationale, Parigi 1884-1885, p. 189).

Ma torniamo al nostro Paese e vediamo a cosa ha portato l’approvazione del divorzio. I dati ISTAT sono abbastanza eloquenti: solo nel 2022, a fronte di 146.222 primi matrimoni, si sono avute 89.907 separazioni e 82.596 divorzi. Il trend di divorzi, afferma il rapporto ISTAT, è sempre stato crescente dal 1970, con un’impennata nel 2015 a seguito dell’introduzione del c.d. “divorzio breve” (legge 55/2015). E questo riguarda solo i matrimoni, perché la maggior parte delle coppie ormai, vista la perdita di senso di uno scambio di promesse eterne, opta per la mera convivenza. Con il divorzio, si è gravemente attentato al matrimonio e alle sue essenziali esigenze di unità ed indissolubilità. Afferma infatti il prof. Régis Jolivet nel suo Trattato di Filosofia (vol. V. Morale (II), tr. it. Morcelliana, Brescia 1960), che «l’unità del matrimonio è la condizione più sicura della buona educazione fisica e morale dei figli, la quale esige, per essere condotta a buon fine, il buon accordo dei genitori, il reciproco affetto dei figliuoli e, da parte di questi ultimi, un uguale rispetto per il padre e la madre» (p. 197). D’altro canto, il matrimonio esige «l’indissolubilità del vincolo coniugale, da un lato, perché il divorzio è gravemente contrario ai fini della società domestica, e, dall’altro, perché la semplice possibilità del divorzio porta in sé conseguenze nefaste per la stabilità e la fecondità dei focolari» (ivi).

La Chiesa ha sempre ricordato le conseguenze di tale funesta violazione della legge naturale. I figli, affermava Pio XII in un’allocuzione ai novelli sposi del 29 aprile del 1942, «ricevono dai genitori tre somme cose: l’essere, il nutrimento e l’educazione, e per il loro sano sviluppo hanno bisogno di un’atmosfera di letizia; ora una serena giovinezza, un’armonica formazione e istruzione non sono concepibili senza la indubitata fedeltà dei loro genitori. Non alimentano forse i figli il vincolo dell’amore coniugale? La rottura di questo vincolo diventa crudeltà verso di essi e misconoscenza del loro sangue, umiliazione del loro nome e rossore del loro volto, divisione del loro cuore e separazione di fratelli e di tetto domestico, amarezza della loro felicità giovanile, e, ciò che è più grave per il loro spirito, scandalo morale» (Insegnamenti Pontifici, Ed. Paoline, 1958, vol. 3, p. 357).

Infatti, ricorda Jolivet, il figlio è la prima vittima del divorzio in quanto esso «lo priva del focolare domestico e ne fa una specie di bambino abbandonato. Testimone delle liti dei propri genitori, egli è portato a giudicarli; quando essi sono separati, il suo cuore è crudelmente diviso fra sentimenti contrari, che mettono a dura prova il rispetto da lui dovuto ai genitori stessi; introdotto in un nuovo focolare, qualunque sia l’affetto con cui vi viene circondato, egli vi si sente più o meno come un estraneo. L’opera tanto delicata della sua educazione è in pericolo per il difetto d’autorità del nuovo coniuge e la mancanza d’affetto profondo da parte del bambino» (pp. 199-200).

Ma il figlio non è l’unico che soffre del divorzio. Infatti, i genitori, «che divorziando pensavano soltanto a se stessi, escono anch’essi diminuiti da una separazione con la quale essi rinnegano le loro promesse più solenni, o, in ogni caso, il voto più naturale del mutuo dono, che essi si erano fatti, delle proprie vite. Messi dal divorzio in una situazione altrettanto falsa quanto quella in cui essi pongono i loro figliuoli, la loro vita porta in sé ormai una piaga segreta che non si chiuderà, la coscienza di un fallimento che, distruggendo la loro fiducia, li vota ad una decadenza morale che tutti gli artifici della legalità riescono ormai solo a dissimulare» (pp. 200-201)).

Per di più, la possibilità del divorzio, una volta ammessa dagli sposi, induce alla sterilità volontaria. Infatti, in una tale situazione, si «vedrà nel bimbo soltanto un nemico, nella famiglia soltanto una servitù, nell’indissolubilità del vincolo coniugale soltanto una schiavitù». Proseguiva Jolivet notando che se «il principio del divorzio può risiedere, in fin dei conti, unicamente nelle esigenze egoistiche mascherate sotto il nome di “diritto alla felicità”, “diritto all’amore”, “diritto alla libertà”, il bambino, da questo punto di vista, si presenterà sempre come un intruso: egli crea dei legami, fa nascere degli obblighi, impone sacrifici, limita la libertà, sostituisce definitivamente, per gli esseri morali, il principio del dovere a quello del piacere. Chi preferisce il piacere, sacrificherà il bimbo, spesso al punto di spingere sino all’assassinio la logica forsennata del piacere: non è un caso infatti che il diritto all’aborto risulti strettamente legato alle richieste fondate sul “diritto alla felicità”» (p. 201).

Quest’ultimo si basa sul falso principio che il matrimonio dovrebbe solo assicurare felicità e piacere agli sposi e risparmiare loro le pene. Ma in realtà «l’unione sessuale ha la sua prima ragion d’essere soltanto nei fini della specie. Allo stesso modo in cui il piacere di mangiare non può essere il fine per cui si mangia e allo stesso modo in cui si deve mangiare per vivere e non vivere per mangiare, così per il matrimonio il fine primario è il figlio e non il piacere» (p. 204).

La felicità è certamente uno dei fini del matrimonio, a patto che ci si intenda su cosa essa sia. Osserva il prof. Jolivet: «la vera felicità dell’uomo, che è spirituale, si acquista spesso a prezzo dei più duri sacrifici richiesti dalla fedeltà al dovere. Le rinunce, spesso assai estese, profonde e durevoli, che la vita coniugale esige talora da parte di uno dei coniugi, possono tradursi in un accrescimento di valore morale e raggiungere vette di grandezza eroica, che arrecano, anche in mezzo al dolore, più gioie profonde di quante non ne possano sognare tutti coloro per i quali il «diritto alla felicità» evoca soltanto un prosaico diritto al piacere» (p. 205).

E allora, concludiamo con le parole che Pio XII indirizzava ai novelli sposi: «stimate vostro onore e vanto, in un tempo pur troppo improntato di sì largo sviamento dalle leggi di Dio, lo svolgere, l’attuare e il professare in tutta la vostra vita coniugale la grande idea del matrimonio, quale fu stabilito da Cristo. Elevate nella quotidiana preghiera comune i vostri cuori a Dio, affinché Egli, che ve ne ha concesso benignamente l’inizio, si degni con la potente efficacia della sua grazia darvene il felice compimento».

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