31 luglio festa di sant’Ignazio di Loyola

(di Cristina Siccardi) I suoi Esercizi spirituali sono stati un mezzo efficacissimo di difesa contro il paganesimo rinascimentale e il protestantesimo. Lo scopo di sant’Ignazio di Loyola (24 dicembre 1491 – 31 luglio 1556) era quello di schierare uomini rinati interiormente e pronti a dedicarsi alla salvezza delle anime. Tali Esercizi furono fondamentali per la restaurazione cattolica. Restaurazione che la cattolicità auspica nuovamente e, dunque, la festa liturgica di sant’Ignazio, che si è celebrata  il 31 luglio, può essere di buon auspicio per ricordare la spiritualità combattiva di un santo che ha lasciato all’umanità intera un patrimonio inestimabile.

San Carlo Borromeo si servì proprio degli Esercizi ignaziani per riformare il clero, san Francesco di Sales ne raccomandò l’uso, mentre san Vincenzo de’ Paoli ne trasse ispirazione per i celebri ritiri che organizzava per i futuri sacerdoti a San Lazzaro e Pio XI dichiarò Ignazio «patrono dei ritiri spirituali». Nel 1953, prima del Concilio Vaticano II, in 174 case di ritiro spirituale della Compagnia di Gesù, fondata da sant’Ignazio nel 1534, furono organizzati 20 mila ritiri con 948 mila partecipanti, fra cui 44.500 sacerdoti. Oggi, nella triste età postconciliare, tali numeri sono un’utopia.

Gli Esercizi costituiscono un piccolo libro di inesauribile fecondità lungo i secoli, idoneo ai sacerdoti, ai religiosi, ai laici, indistintamente. Il titolo completo riassume le intenzioni dell’autore: Esercizi spirituali per vincere se stesso e ordinare la propria vita senza farsi influenzare da alcuna affezione che non sia secondo l’ordinamento. Presi in senso letterale, gli Esercizi dovevano preparare una milizia di volontari pronti ad arruolarsi sotto la bandiera di Cristo, una compagnia di apostoli che, per la loro disciplina interiore, fossero capaci di servire la Chiesa «per la maggior Gloria di Dio». Esiste un legame molto stretto e organico fra gli Esercizi, la fondazione della Compagnia di Gesù e la vita del santo. L’intera sua esistenza e tutta la sua attività sono dominate dalla sua ascesi interiore e dai suoi laboriosi tentativi per scoprire la volontà di Dio. Favorito da grazie eccezionali, questo quasi illetterato in realtà divine, divenuto maestro di orazione nonché uno dei più grandi mistici della Chiesa, ha testimoniato con forza la sua Fede e ha formato uomini di preghiera e uomini d’azione.

Íñigo López de Recalde nacque nel castello di Loyola, nella provincia basca di Guipuzcoa  nel 1491: ultimo di 13 figli, sognava prodezze cavalleresche. Si legge nell’Autobiografia: «Fu un uomo dedito alle vanità del mondo che si dilettava soprattutto nell’esercizio delle armi nel grande e vano desiderio di acquistare onore». Quando le truppe francesi, nella primavera del 1521, attaccarono la piazzaforte di Pamplona, Ignazio fu incaricato della difesa. Durante l’assedio una pallottola gli ruppe la gamba destra. Rimase zoppo per tutta la vita. Immobilizzato per lunghe settimane, dopo tre interventi chirurgici (un «vero macello» dirà in seguito), terminò di leggere i romanzi cavallereschi a disposizione, a questo punto si fece prestare una Vita di Cristo di Ludolfo di Sassonia e il Fiore dei santi, adattamento spagnolo della Legenda aurea di Jacopo da Varagine.

Il suo spirito iniziò a vacillare: a volte sognava imprese mondane, altre volte pensava alla vita eroica dei santi e al coraggio dei martiri… Una notte, ancora sveglio, gli apparve Maria Santissima con il Santo Bambino Gesù. Ed ecco che Ignazio cambiò drasticamente vita e intraprese un pellegrinaggio verso Gerusalemme. Prima tappa: l’abbazia benedettina di Montserrat. Si affidò al monaco Chanon e in tre giorni presentò una confessione scritta. Poi si spogliò degli abiti da soldato e prese la grezza tunica da pellegrino. Attaccò le armi all’altare di Nostra Signora e trascorse la notte, fra il 24 e il 25 marzo del 1522, in veglia di preghiera, come un cavaliere pronto alla vestizione. (Cristina Siccardi)

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