10 mila siti web nel mondo inneggiano alla «jihad globale»

IsisI servizi segreti di numerosi Paesi l’hanno accertato: ad oggi, vi sono circa 10 mila siti web nel mondo collegati in un modo o nell’altro al terrorismo islamico. Un incremento spettacolare, quando si tenga conto di come, nel non lontano 1998, se ne registrassero soltanto 12. E’, questa, la strategia della «jihad» globale, che non conosce frontiere e che molte volte sfugge alla sicurezza internazionale.

Non tutti questi siti sono militanti, però un’elevata percentuale d’essi diffonde contenuti radicali utilissimi per un eventuale reclutamento di occidentali “conquistati” all’ideologia tramite una progressiva opera di indottrinamento. Twitter e Facebook hanno adottato, per questo, crescenti misure difensive, ad esempio chiudendo gli account più farneticanti. Ma non possono certo impedire ai loro promotori di aprirne di nuovi, ciò che regolarmente accade, secondo quanto affermato dagli esperti. La quasi totalità dei siti “pirata” sta diffondendo video, proclami e servizi realizzati da esponenti di fondazioni legate ad al-Qaeda ed all’Isis, tutto materiale propagandistico, per “legittimare” le loro barbarie. Come quello di mercoledì scorso, in cui si vedevano tre membri francesi del sedicente “Stato islamico” – presentatisi come Abu Osama, Aby Maryam e Abu Salman al-Faranci – fare appello ai propri connazionali, perché imbraccino le armi e attacchino la Francia. E «con tutti i mezzi possibili». Con minaccia finale: la telecamera li ha mostrati, intenti a bruciare i propri passaporti. Una provocazione, che ha scosso Oltralpe, anche perché giunto subito dopo la notizia dei due francesi identificati tra i carnefici di Peter Kassig e di altri soldati siriani, tutti sgozzati.

Illudersi, però, che i terroristi stiano tutti e solo su Internet, sarebbe un errore fatale. Ad affermarlo, è Samuel Laurent, consulente internazionale ed autore del libro L’État islamique: «E’ falso – ha dichiarato, intervistato dal periodico on line La DépêcheOggi fa tutto capo alle moschee, che pullulano di elementi salafiti, indipendentemente dal fatto che l’imam sia dei “loro” o meno. Il reclutamento non è virtuale, avviene anzi nelle nostre città, nei nostri quartieri. Dove agiscono vere e proprie cellule, dove avvengono movimenti che favoriscono tale epidemia jihadista».

Tra l’altro, Laurent fa notare il “salto di qualità” compiuto, passando da al-Qaeda all’Isis: «La prima era un’organizzazione volutamente decentrata, una sorta di franchising ideologico. Era un programma con una struttura alquanto paranoica. La seconda è esattamente l’opposto, è uno Stato, deciso a reimpiantare il califfato islamico, creato dal profeta. Mentre al-Qaeda diceva che sarebbero occorsi decenni oppure secoli per ripristinarlo, l’Isis dice che è adesso. Fatalmente, è un’immagine più diretta, un denominatore più semplice e ciò attira molto la gente. E soldi. La struttura dell’Isis è estremamente pesante. Ma rappresenta una trappola. Ha bisogno di capitali, quelli che giungono dai proventi del petrolio. Che gli attacchi aerei hanno prosciugato. E adesso si è scatenata una corsa contro il tempo rispetto alla tattica di strangolamento, posta in essere dall’Occidente. Si tratterà di vedere chi caschi per primo…».

La Francia, nel frattempo, sta cercando di passare al contrattacco, rafforzando i propri attacchi sull’Iraq ed irrobustendo il proprio dispositivo militare. Ma il primo ministro, Manuel Valls, ha tristemente riconosciuto come «oltre un migliaio» di connazionali sia passato tra le fila della jihad in Siria. Una stima forse ancora sin troppo ottimistica. Da brividi…

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