«Sex addiction epidemic». Quando l’edonismo si fa epidemia

(di Giuliano Guzzo su Libertà e Persona del 29/11/2011) Tra scandali e presunti scoop, le inchieste giornalistiche, ogni tanto, portano ancora a galla dati e informazioni importanti,  che fanno pensare. Ne è un esempio il nuovo servizio proposto dal settimanale americano “Newsweek” a proposito di un’emergenza da molti ignorata che prende il nome di «sex addiction epidemic», epidemia di dipendenza da sesso
(Cfr. http://www.thedailybeast.com/newsweek/2011/11/27/the-sex-addiction-epidemic.html). Per capirci, si tratta di un problema che solo negli Usa, attualmente, interessa 9 milioni di persone.

E del quale, specie da noi, si fatica invece a parlare. Come mai? E dire che, almeno sul versante scientifico, non si tratta certo di una novità.
Già più di un secolo fa, infatti, lo psichiatra tedesco Richard von Krafft-Ebing spiegava che quando «l’appetito sessuale è intensificato in misura abnorme al punto da permeare tutti i pensieri e i sentimenti [dell’individuo], da non consentire altri scopi nella vita, da richiedere gratificazione nello stesso modo dirompente dell’estro negli animali» si è in presenza di una vera e propria «minaccia per chi ne è vittima, giacché lo mette nel pericolo costante di violare le leggi dello Stato e della morale, di perdere il proprio onore, la propria libertà e perfino la vita» (Psychopathia sexualis, Stuttgart – 1886).

Da queste considerazioni – a tutt’oggi attualissime – si è aggiunta una diffusione capillare della filosofia edonistica e, sul versante comunicativo, della pornografia. E i risultati, ahinoi, sono quelli sottolineati da “Newsweek”: una vera e propria epidemia. Che ha già fatto vittime eccellenti tra cui ricordiamo Tiger Woods, Michael Douglas e David Duchovny, tutti vip che hanno ammesso pubblicamente la loro dipendenza dal sesso.

Nemmeno il nostro Paese è estraneo al problema, anzi: sarebbero un milione e mezzo, secondo stime prudenti, gli italiani interessati da questa nuova dipendenza. Del resto, la conferma della serietà della questione ci giunge dall’inaugurazione – avvenuta qualche anno fa a Bolzano – della prima sede gestita dalla Società Italiana di Intervento sulle Patologie Compulsive e allestita, appunto, ad ascoltare e curare persone affette da forme di dipendenza sessuale.

Dipendenza grave non soltanto per le evidenti implicazioni di carattere morale, ma anche perché correlata ad altri disturbi da dipendenza tra i quali quelli da sostanze psicoattive (42%), quelli legati all’alimentazione (32-38%), al lavoro compulsivo (28%) e al gioco d’azzardo patologico (5%) (Cfr. Guerreschi C., «New addictions. Le nuove dipendenze», San Paolo, Milano, 2005).

Ma l’aspetto più significativo della «sex addiction epidemic» probabilmente è un altro e riguarda il definitivo fallimento di quella «liberazione sessuale» per anni simbolo di una società che ambiva a liberarsi da catene che invece, oggi, sembrano più robuste che mai.

Infatti, alla luce delle suesposte considerazioni, viene il dubbio che più che da vetuste convenzioni ci si stia liberando dell’unica cosa che andrebbe conservata: la capacità di amare veramente. Di guardare all’altro non come ad uno strumento di piacere, ma come un soggetto cui donarsi totalmente. Perché così, solo con l’amore generoso e a tempo indeterminato possiamo davvero sperare di guarire un mondo oggi spento, malato, con seri problemi di cuore.

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