Via libera della Corte di Cassazione all’adozione omosessuale

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(di Tommaso Scandroglio) Il 22 giugno scorso la Corte di Cassazione con la sentenza n. 12962 ha permesso ad una donna omosessuale di adottare la figlia della convivente, figlia avuta tramite fecondazione eterologa. Via libera quindi alla stepchild adoption per coppie omosessuali.

Già in altre occasioni i tribunali avevano aperto la porta alle adozioni alle coppie formate da persone dello stesso sesso, ma questa è la prima volta in cui si pronuncia favorevolmente la Corte di Cassazione. Gli ermellini – così come era successo in altri casi in precedenza – hanno applicato, consapevolmente in modo erroneo, l’art. 44, comma 1 lettera d) della legge 184 del 1983 sulle adozioni, la quale lettera prevede la possibilità di adottare da parte di coppie anche non coniugate «quando vi sia la constatata impossibilità di affidamento preadottivo» del minore.

L’errore sta nel fatto che per applicare la lettera d) occorre che il minore versi in stato di abbandono e che si tenti senza successo la strada dell’affidamento pre-adottivo. Queste due condizioni mancano nel caso di specie – come in casi analoghi occorsi nel passato – perché la bimba, che oggi ha ormai sei anni, non versava in stato di abbandono (era infatti accudita dalle due donne), né conseguentemente si era tentata la via dell’affidamento pre-adottivo, proprio perché la minore non era in stato di abbandono.

All’opposto i giudici precisano che l’adozione «prescinde da un preesistente stato di abbandono del minore e può essere ammessa sempreché alla luce di una rigorosa indagine di fatto svolta dal giudice, realizzi effettivamente il preminente interesse del minore».

Ma l’interesse del minore può essere soddisfatto inserendo o lasciando il bambino all’interno di una coppia omosessuale? L’omosessualità della coppia non può essere una condizione ostativa al reale benessere del minore? La risposta è negativa secondo la Cassazione: «l’esame dei requisiti e delle condizioni non può essere svolto – neanche indirettamente – dando rilievo all’orientamento sessuale del richiedente e alla conseguente natura della relazione da questa stabilita con il proprio partner».

La sentenza della Cassazione – fotocopia di altre precedenti di tribunali locali – ormai mette in evidenza alcune costanti che hanno legittimato la stepchild adoption nel nostro Paese. In primis il giudice non è più chiamato, come Costituzione comanda, ad applicare la legge, ma a creare la legge. Trattasi della famigerata giurisprudenza creativa. In questo caso l’aspetto creativo sta nella violazione della legge: quest’ultima nega la possibilità della stepchild a coppie omosessuali e il giudice invece accorda questa facoltà.

In seconda battuta il tramonto dell’istituto giuridico del matrimonio è favorito anche per via giurisprudenziale. Infatti l’adozione, secondo la ratio della legge n. 184, si deve ispirare al criterio dell’imitatio naturae. Ciò vuol dire tentare di inserire il bambino in una famiglia. E per famiglia la Costituzione intende una coppia di sesso differente coniugata (art. 29 Cost.). Di contro le pronunce che hanno legittimato la stepchild adoption a favore di coppie gay da una parte contra legem equiparano la convivenza omosessuale al matrimonio e dall’altra privilegiano non l’istituto giuridico del matrimonio, bensì una situazione di fatto: il minore da tempo vive all’interno di una relazione di convivenza e dunque è giusto concedere l’adozione al partner che da anni si prende cura dell’adottato.

In terzo luogo si usa strumentalmente il principio del supremo interesse del bambino, che non è più inteso come fine – dare una famiglia ad un minore che ne è privo – bensì come mezzo ideologico – dare un bambino ad una coppia gay che ne è priva. C’è quindi un evidente torsione del diritto per scopi metagiuridici. Inoltre la natura ideologica di queste sentenze è avvalorata ancor di più dal fatto che esistono moltissimi studi che comprovano che un minore che cresce in una relazione omosessuale soffre di differenti disturbi psicologici e comportamentali.

L’interesse del bambino, così sbandierato dai tribunali, dovrebbe configurare proprio il motivo principe per negare alle coppie gay la stepchild adoption. Infine l’indipendenza dei giudici dal potere politico è più asserita che realmente dimostrata laddove la materia del contendere sono i principi non negoziabili. Dalla legge sulle Unioni civili si è stralciata la stepchild adoption. Ciò a significare che tale forma di adozione non è consentita alle coppie omosessuali: altrimenti il legislatore l’avrebbe esplicitamente indicata.

Nonostante ciò la Cassazione ha deciso in senso contrario, proprio perché l’orientamento sposato – almeno in questo caso – è identico a quello dell’on. Cirinnà, prima firmataria del progetto originario sulle Unioni civili. Inoltre era facilmente intuibile che ciò che era stato buttato fuori dalla porta del Parlamento sarebbe rientrato dalla finestra dei tribunali. Inserire, come si è fatto, nel testo di legge sulle Unioni civili il rinvio alla disciplina ordinaria in materia di adozioni ha significato dire ai giudici: fate come sempre avete fatto in tema di richieste di stepchild adoption da parte di coppie omosessuali. Cioè accordatele. (Tommaso Scandroglio)

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