Vallaud-Belkacem, una femminista alla Pubblica Istruzione

Vallaud-Belkacem(di Paul Rutten) Tra le nomine dei nuovi ministri, in occasione del rimpasto avvenuto nel governo di Manuel Valls, quella di Najat Vallaud-Belkacem al dicastero della Pubblica Istruzione è stata senz’altro la più spettacolare e la più commentata.

Già potrebbe sorprendere l’arrivo ad uno tra i ministeri-chiave dell’esecutivo di sinistra di una giovane donna, oltre tutto priva di esperienza, fatta eccezione per qualche corso compiuto presso gli istituti superiori. Ma questo apparatcik socialista, vicino tanto a Ségolène Royal quanto ad Arnaud Montebourg, sconcerta per ben altri motivi – motivi per i quali le sue origini marocchine e musulmane non costituiscono neppure l’aspetto più eclatante –.

Certamente il fatto che la giovane e spigolosa portavoce dei primi governi Ayrault non fosse sbarcata in Francia che dopo la sua nascita in Marocco, a titolo di ricongiungimento familiare, provenendo da un ambiente islamico, ha fatto scrivere fiumi d’inchiostro. E subito si è gridato alla discriminazione ed al razzismo, come se le sue origini dovessero proteggerla da qualsivoglia critica. Ma Najat Vallaud-Belkacem ha apparentemente rotto con gli aspetti più conservatori di una società tradizionale spesso e volentieri disprezzata dalla stampa francese.

Anche se ha molto lottato, durante la sua rapida ascesa all’interno del Partito Socialista, per i diritti degli immigrati, ha a ciò aggiunto anche un impegno in campo femminista, che fa di lei un’ideologa compiuta di tutte le aberrazioni proprie di una cultura di morte. Al suo primo incarico come ministro per i Diritti delle Donne, «NVB» ha promosso l’aborto, il «matrimonio per tutti», la «parità reale» in ossequio alle concezioni dell’ideologia “gender”. È stata lei ad attivare i percorsi «ABCD dell’uguaglianza» imposti in alcune accademie per sponsorizzare l’eliminazione degli «stereotipi di genere», percorsi ritirati sotto la pressione delle famiglie di nuovo impegnatesi con forza contro la legge Taubira.

Certo, quest’ideologia, già massicciamente presente nei programmi scolastici ufficiali, è stata fatta uscire dall’ingresso principale per farla rientrare subito dopo dalla porta secondaria. Ma Najat Vallaud-Belkacem, lei, irrompe sulla scena col suo bilancio non negoziabile pronto in valigia. Ha portato con sé in dote il progetto di legge sull’«autentica eguaglianza tra donne e uomini», adottato d’urgenza prima della fine della scorsa legislatura.

In apparenza, è una norma onnicomprensiva, che assicura ad un tempo sia la condivisione dei compiti nelle giovani coppie con un’equa suddivisione nella custodia dei bambini, sia una più concreta «parità» nel mondo dell’impresa, sia un monitoraggio circa l’effettiva eguaglianza dei salari tra uomini e donne.

In realtà, però, si tratta di una legge profondamente segnata dal femminismo più radicale. Oltre ad adottare per la famiglia il «modello svedese» – nonostante l’esperienza l’abbia mostrato capace solo di produrre adolescenti a rischio e madri depresse per il precoce inserimento dei figli in un sistema socializzato –, si è proposta di cancellare per quanto possibile i vincoli propri della femminilità e della maternità, trasformando per via legale l’aborto in diritto. Non è un caso che l’eliminazione della condizione di depressione post-aborto sia stata giuridicamente iscritta in tale normativa.

Non si tratta di una semplice coincidenza nemmeno il fatto che l’antica nozione giuridica di «buon padre di famiglia» sia stata definitivamente emendata dal codice civile e da tutti gli altri testi di legge, ove la si ritrovasse con la sua rassicurante solidità e la sua potenza evocatrice: ormai, la gestione dovrà essere «ragionevole», poiché il «buon padre di famiglia» viene considerato un insulto ai diritti delle donne e, di conseguenza, anche a quelli dei bambini… Che farà Najat Vallaud-Balkacem alla testa di un ministero nevralgico tanto per la Repubblica quanto per la sinistra, luogo ove stabilire in che modo riempire le teste e svuotare gli spiriti? Non si può dubitare ch’ella, in merito, abbia già molte idee – e chiare – in testa. (Paul Rutten)

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