Una partita a scacchi per il nuovo Presidente

presidente della repubblica(di Danilo Quinto) Grande è la confusione nei Palazzi della politica in vista dell’elezione del Presidente della Repubblica. Mentre il Movimento di Grillo coglie l’occasione per convocare a Roma una manifestazione sul tema dell’onestà, facendo intendere, per l’ennesima volta, che la cosiddetta società civile sia esente da ogni responsabilità – bisognerebbe raccontarlo al Presidente della Corte d’Appello di Milano, per il quale la mafia ha occupato l’intero territorio del Nord, dove ci sarebbero persino imprese definite “mafiose” – la minoranza del Partito Democratico prova a convergere con Sinistra e Libertà sulla candidatura di Romano Prodi.

Silurato nel 2013, il “professore”, che 38 anni fa, durante il sequestro di Aldo Moro, partecipava a sedute spiritiche, come egli stesso dichiarò, e che a cavallo del secolo scorso è stato il protagonista assoluto della scellerata decisione dell’entrata nella moneta unica, sembra essere il candidato di un ampio schieramento. Assieme a quelli di Valter Veltroni e Giuliano Amato, il nome di Prodi – che si staglia su tutti – viene anche fatto da Eugenio Scalfari, nel suo editoriale di domenica 25 gennaio, dove affronta il problema del suo “nemico” di sempre, Silvio Berlusconi.

Fortuna vuole che il fondatore di “Repubblica” di rado abbia azzeccato le sue previsioni, anche se i nomi che egli fa sono, per ragioni diverse, i più suffragati, in questo momento. Hanno almeno una caratteristica in comune: navigano da qualche decennio nella politica e garantirebbero l’assetto di potere che il “Patto del Nazareno” – di cui non si conosce ancora il testo, ma solo gli effetti – ha sancito un anno fa.

Il consolidamento del dominio di Renzi – che conosce dagli ultimi rilevamenti una lieve diminuzione nel gradimento degli italiani – se da una parte riduce, in base ai sondaggi, ai minimi termini il consenso di Forza Italia, torna a rendere politicamente centrale il ruolo di Silvio Berlusconi, che da un lato punta a riassorbire il Nuovo Centro Destra – la candidatura di “bandiera” di Antonio Martino ha questo significato – e dall’altro deve fare i conti, al suo interno, con la “fronda” dei parlamentari che hanno come portavoce Raffaele Fitto, forte delle quasi 300mila preferenze ottenute alle ultime elezioni europee e, all’esterno, con il “fenomeno” Salvini, che ha lanciato una Opa sull’intero schieramento. Sia la minoranza di FI sia quella del PD hanno un elemento in comune: possono solo far credere di voler fare una scissione. In ragione degli sbarramenti previsti dalla legge elettorale, a nessuno gioverebbe la disaggregazione dal partito elettoralmente più forte, che rischierebbe di rendere marginale la presenza politica. Meglio, molto meglio, fare finta di fare opposizione.

Se il “gioco” di Renzi e di Berlusconi andasse in porto – attraverso l’elezione di un Presidente della Repubblica accettabile per entrambi – e se soprattutto questo avvenisse nell’ambito dei tre scrutinii iniziali, in cui è prevista la maggioranza dei 2/3, sarebbe certa la durata della legislatura fino al 2018. Inevitabile, di conseguenza, l’entrata nel Governo Renzi “bis” di FI, che avrebbe solo il problema di superare il paradosso che da troppo tempo sbandiera: «lavorare per creare un’alternativa a Renzi e fare le riforme insieme».

Il problema è: con quale nome si può concludere quest’operazione? Lasciando perdere, con tutto il rispetto, il nome di Giancarlo Magalli, che raccoglie grandi successi sulla rete, azzardiamo un nome che non circola: Gianni Letta. Le sue grandi capacità “ecumeniche”, tanto in voga in questi tempi, potrebbero rivelarsi vincenti e potrebbe festeggiare la sua elezione il prossimo 20 febbraio all’Università di Teramo, quando insieme al Presidente della Regione Abruzzo, Luciano D’Alfonso, consegnerà la Laurea Honoris Causa in Comunicazione a Marco Pannella. (Danilo Quinto)

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