Una nuova minaccia, la rivoluzione alimentare: questi i pericoli

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(di Mauro Faverzani) A certificarlo, è l’Istituto Nazionale di Economia Agraria: ogni anno dalla Cina giungerebbero sulle nostre tavole prodotti alimentari per oltre 500 milioni di euro, molti dei quali trattati con pesticidi vietati in Italia.

La notizia è stata ripresa dall’agenzia Laogai Research, che ha evidenziato come di tali pesticidi, assieme a fertilizzanti ed erbicidi, si faccia viceversa largo uso nella terra del Regno di Mezzo.

Ciò nonostante, da qui le importazioni nel nostro Paese sarebbero in costante e rapida crescita. Per lo più si tratta di pomodori, legumi secchi, zenzero, ortaggi, cereali – in particolare, riso -, ortofrutta – come mele e funghi o aglio -, spaghetti di riso, gamberetti e pesce in genere, salsa di soia e thé.

Ma non basta: molte aziende italiane acquistano dalla Cina grassi vegetali e olii di semi, che poi utilizzano come ingredienti per i propri prodotti, anche biologici o tipici. Il problema nasce alla frontiera, dove si accettano per buone le documentazioni fornite dallo Stato di provenienza, senza sottoporre la merce ad ulteriori controlli. L’assenza di accordi tra Europa e Cina complica le cose circa il rispetto delle normative da noi vigenti.

Del resto, proprio a questo argomento è stato dedicato anche il dossier del numero di febbraio del mensile Radici Cristiane, che denuncia: in Italia, le frodi alimentari sono più che triplicate. Si registra, infatti, un incremento record del 248% del valore di cibi e bevande sequestrati perché adulterati, contraffatti o falsificati. Lo rivelano i dati raccolti dai Nas dei Carabinieri tra il 2007 ed il 2013, ma anche quelli diffusi dal Rasff-Sistema di Allerta Rapido europeo per Alimenti e Mangimi, ente che consente un veloce scambio di informazioni tra gli Stati dell’Ue e la Commissione, in caso di rischi per la salute umana. Da qui, la conferma: la Cina deterrebbe il primato delle notifiche per prodotti irregolari e contaminati da micotossine, additivi e coloranti fuorilegge.

Su un numero complessivo di 3.291 “allerta”, ben 418 riguardano prodotti cinesi (il 13% del totale), 250 si riferiscono a prodotti indiani e 248 ad alimenti provenienti dalla Turchia. Il peperoncino vietnamita, ad esempio, risulta essere la merce meno sicura in vendita in Italia (61,5% di campioni irregolari per presenza di residui chimici).

Eppure, nel 2013 da noi ne sono stati importati ben 273.800 chili per la preparazione di sughi, insaporire l’olio o condire i piatti, senza alcuna informazione per i consumatori, come denunciato dal dossier La crisi nel piatto degli Italiani nel 2014, messa a punto da Coldiretti, che ha redatto anche una speciale classifica dei cibi più contaminati, in base alle analisi condotte dall’Efsa-Agenzia europea per la sicurezza alimentare. A far problema sono anche le lenticchie provenienti dalla Turchia, irregolari nel 24,3% dei casi (in pratica, 1 su 4) per residui chimici in eccesso: in Italia nel 2013 ne sono stati importati 1,6 milioni di chili. Il 19% dei campioni di arance giunte dal Paraguay hanno rivelato la presenza di pesticidi proibiti nel nostro Paese. Ma «nella lista nera – si legge su Radici Cristiane di febbraio – figurano le melagrane turche (40,5% di irregolarità), i fichi brasiliani (30,4%), l’ananas ghanese (15,6%), le foglie di thé cinese (15,1%), il riso indiano (12,9%), i fagioli del Kenya (10,8%) ed i cachi israeliani (10,7%)».

Valori allarmanti, quasi una beffa per un Paese, come l’Italia, che vanta una produzione interna con altissimi livelli di sicurezza ed un numero di prodotti agroalimentari con residui chimici oltre il limite di appena lo 0,2%. Il pericolo colpisce soprattutto quanti possano contare su di una ridotta capacità di spesa e debbano quindi orientare le proprie scelte alimentari verso prodotti a basso costo.

La questione è resa ancor più intricata dal diffondersi di mode alimentari estranee alle nostre tradizioni ed alla nostra cultura, come quella della carne halal ovvero conforme alla sharia, la legge islamica. La giornalista francese Anne de Loisy ha visitato questi specifici impianti di macellazione, documentandone le precarie condizioni igieniche, benché il mercato sembri in espansione. Oppure l’esser vegani, che non significa soltanto abolire latte, uova e lana: la filosofia sottostante tale stile di vita, spesso sconosciuta, è infatti quella antispecista, cioè «una ecosofia basata su uno smarcamento dalle enfasi antropocentriche dell’ambientalismo costituito e degli attuali movimenti ecologisti. L’uomo non starebbe alla sommità della gerarchia dei viventi, ma sarebbe solo una parte del tutto», come evidenziato dal dettagliato dossier di Radici Cristiane.

Insomma, non resta che augurare… buon appetito! (Mauro Faverzani)

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