Un vescovo modello: san Francesco di Sales

(di Cristina Siccardi) Al grottesco funerale del novantenne monsignor Jaume Camprodon i Rovira, Vescovo di Girona (nei pressi di Barcellona) dal 1973 al 2001, non c’era il suo corpo nella bara e la cripta, predisposta nella cattedrale per accogliere le spoglie dei vescovi titolari, è rimasta chiusa. La salma, infatti, per volontà testamentaria del monsignore stesso, è stata donata “per gratitudine” (i medici lo avevano salvato da un infarto alcuni anni fa) alla sala di dissezione della Facoltà di Medicina di Barcellona per essere messa al servizio degli studenti di Anatomia. La diocesi di Girona si trova in una delle regioni più secolarizzate della Spagna, nel cuore della cultura catalana: quale cura avrà avuto per il suo gregge questo vescovo scientista che non ha voluto una degna e sacra sepoltura? La gravità del fatto non si chiude qui, ma prosegue nella reazione di Roma.

Monsignor Vincenzo Paglia, nominato lo scorso agosto da papa Francesco presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ha dichiarato, intervistato da Domenico Agasso JR e Fabrizio Assandri per Vatican Insider: «Conoscendo la personalità del Vescovo si tratta di un gesto di generosità, da parte sua […] In questo senso quel gesto, secondo me, ha una sua valenza simbolica che non è da generalizzare, ma a cui guardare con attenzione» (www.lastampa.it).

Fermiamoci un attimo e scendiamo dal treno dell’ignoranza dilagante: coloro che professano la religione del Credo (Symbolum apostolorum) sono chiamati a seguire con attenzione un vescovo come Camprodon i Rovira, oppure un vescovo come San Francesco di Sales, che si è festeggiato il 24 gennaio? Le difformità, nell’era del pluralismo sfrenato, oggi sono d’obbligo nello scempio che molti pastori compiono nelle proprie diocesi e ogni “esperienza”, in vita come in morte, è degna di essere presentata pubblicamente, a danno sia del clero che dei laici. Pier Luigi Oddifreddi potrebbe guardare con attenzione all’atto scientista del prelato di Girona, ma non certo un cattolico… Se di fronte ad una scelta come quella di Camprodon i Rovira si rimane stupefatti, davanti alla figura del vescovo Francesco di Sales si rimane folgorati, come realmente lo furono coloro che lo conobbero di persona. Al processo per la sua canonizzazione comparvero più di 500 persone come testimoni per rispondere ad un questionario di 55 domande relative ad ogni fase della sua esistenza, ma anche del suo pensiero, in modo da generare una mole impressionante di documenti.

In condizioni normali Francesco di Sales avrebbe dovuto prendere la sua residenza a Ginevra, sede della diocesi a cui era stato assegnato, ma dall’epoca della Rivoluzione protestante la sede vescovile era stata traferita ad Annecy e fu proprio qui che egli operò a tutto campo. Già i primi mesi di sacerdozio furono sufficienti per mettere in rilievo la figura luminosa del ministro di Gesù Cristo, che aveva preso coscienza delle linee principali della sua missione: combattere l’eresia e riconquistare la sede della diocesi; applicare, come san Carlo Borromeo a Milano, la Contro-Riforma del Concilio di Trento. Assolse con zelo straordinario e prodigioso l’incarico di evangelizzare la regione dello Chablais, dove su un totale di 25.000 abitanti soltanto un centinaio era rimasto cattolico.

La regione che si estende a sud del Lago Lemano, era passata 50 anni prima sotto il dominio di Ginevra, ma il trattato di Noyon l’aveva restituita alla cattolica Casa ducale di Savoia. Tuttavia l’invasione delle truppe di Berna nel 1589 aveva reso estremamente precaria la sopravvivenza del cattolicesimo. I notabili di Thonon (comune francese dell’Alta Savoia, nonché antica capitale della regione del Chiablese) erano calvinisti, pertanto legati a Ginevra e le chiese, perciò, abbandonate e in rovina.

Così, quando nel settembre del 1594, Francesco e suo cugino Luigi di Sales attraversarono il ponte della Chandouze vennero accolti con insulti e con lancio di pietre. Siccome era impossibile abitare nella ostile Thonon, la piccola missione era costretta tutte le sere a mettersi in salvo nella fortezza di Allinges, dove si trovava la guarnigione del Duca di Savoia Carlo Emanuele I. Affrontando seriamente il pericolo, il vescovo rifiutò di farsi accompagnare con picche ed alabarde, volendo orientare la sua opera di coinvolgimento con la preghiera ed il dialogo (quello convincente e non perdente, che avvantaggia errori e sbagli). Non più di cinque o sei parrocchiani osavano entrare in chiesa per udire le sue prediche, ascoltate da altrettanti ugonotti, ben nascosti.

Per attivare un’evangelizzazione più consistente scriveva dei fogli e li faceva circolare: sono queste le Controversie, che verranno pubblicate nel 1672. Nell’aprile del 1595 si convertì il giurista Pierre Poneet e la notizia si diffuse. A sua volta il barone d’Avully si convinse che la vera fede era praticata nella Santa Madre Chiesa, perciò abiurò a Torino. Queste conversioni divisero l’ambiente dei notabili della città. Dal marzo di quell’anno il vescovo prese residenza a Thonon e nella notte di Natale del 1596 gli fu possibile celebrare la Santa Messa. Benché non tutti i protestanti fossero d’accordo, il clima stava cambiando. La battaglia ormai si combatteva con gli argomenti e i versetti delle Sacre Scritture e non più con la polvere da sparo. Argomenti e versetti dovrebbero essere nuovamente il campo su cui agire in una Chiesa che rinnega la sua stessa linfa, ovvero la Tradizione, imbavagliandola, omettendola, esiliandola.

Il ministro protestante Antoine de la Faye accettò un dibattito pubblico. San Francesco di Sales si recò a Ginevra: il suo coraggio, il suo amabile cuore e la sua eloquenza, definita dai testimoni «dolce come il miele», produssero abbondanti risultati, tanto che nel dicembre 1596 a Thonon riaprirono i portoni di diverse parrocchie. Ebbe inizio perciò una nuova fase missionaria del Vescovo savoiardo. «Credo fermamente», scrisse ai ministri di Ginevra nell’ottobre 1598, «che non vi sia alcuna difficoltà religiosa che non si possa risolvere tra persone caritatevoli». Il confronto proseguì. Il pastore protestante Teodoro Beza accettò per ben tre volte un colloquio, pur non conseguendo risultati apprezzabili. Nel settembre 1597, alle porte di Ginevra, furono celebrate con imponenza, processioni e ceri, le Quarant’Ore di Annemasse e una gran folla accorse per ottenere delle indulgenze.

La Faye scrisse un discorso sull’idolatria, al quale Francesco replicò con la sua Défense de l’estendart de la Sainte Croix (Difesa dello stendardo della Santa Croce, pubblicata a Lione nel 1600). Con ancora più fasto che ad Annemasse furono celebrate, nel settembre 1598, le Quarant’Ore di Thonon sotto la guida di Monsignor de Granier e in presenza del Duca Carlo Emanuele I e del legato di papa Clemente VIII. I ministri ginevrini erano stati invitati ad un dibattito pubblico, ma non accettarono e la loro assenza venne interpretata come un’ammissione di impotenza. Famiglie intere di eretici abiurarono: circa 3.000 conversioni al mese. Con il serio, caritatevole, autorevole, sereno confronto, molti calvinisti tornarono all’unità della Chiesa. Grazie alla saggezza e alla dolcezza del loro Pastore, migliaia di fedeli trovarono equilibrio, armonia e pace.

Il corpo di san Francesco di Sales non venne messo a servizio della scienza, bensì della Chiesa, come lo era stato in vita. Il 24 gennaio 1623 le spoglie furono trasportate ad Annecy e poste alla venerazione dei fedeli nella basilica della Visitation, in seguito il Dottore della Chiesa fu sepolto nell’edificio sacro a lui intitolato nel centro della città. Il suo cuore è tuttora incorrotto ed è venerato a Treviso, nel Monastero della Visitazione. (Cristina Siccardi)

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