Un re “in vitro” nel futuro di Londra

william e kate(di Gianfranco Amato su La Nuova Bussola Quotidiana del 10-04-2013)  La deriva demenziale del politically correct riesce a raggiungere vette ineguagliate di parossismo in Gran Bretagna. La ferma intenzione da parte del governo conservatore di legalizzare il matrimonio omossessuale sta allargando, infatti, lo spettro delle inevitabili conseguenze di ordine giuridico. I Pari d’Inghilterra, ad esempio, stanno discutendo di cosa possa accadere nel caso in cui una regina lesbica decidesse, insieme alla propria consorte, di ricorrere alla fecondazione assistita eterologa, grazie alla donazione di sperma.

A sollevare la questione è stato il Barone conservatore Lord Nicholas Edward True, favorevole al matrimonio gay, che ha presentato un emendamento al disegno di legge sulla successione al trono attualmente in esame alla Camera dei Lord e che dovrà essere discusso, in terza lettura, il prossimo 22 aprile. Si tratta di quel disegno di legge, per intendersi, con il quale si propone l’abrogazione, tra le altre cose, della regola del maggiorasco – quella per cui solo i primogeniti maschi possono succedere al trono –, in quanto considerata forma di discriminazione di genere. Lo imporrebbe la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

Consapevole di rischiare il ridicolo, il governo di Cameron si è ufficialmente opposto all’emendamento di Lord True in favore dei reali eredi in provetta, e per bocca di Lord Wallace of Tankerness ha dichiarato alla Camera dei Lord l’inutilità di tale proposta, in quanto la vigente normativa in materia, risalente al XVIII secolo – si tratta del Royal Marriages Act 1772 –, già prevede espressamente che «l’erede al trono deve essere il figlio naturale di un marito e di una moglie». Non sarà politicamente corretto, ma è assolutamente necessario per evitare crisi istituzionali. E, comunque, ciò che vale per la plebe – a cui si può concedere un “matrimonio gay” – non deve valere per la Casa Reale, dove esigenze di ragionevolezza, serietà, e dignità istituzionale impongono la regola di un matrimonio vero. Noblesse Oblige!

Il tema, peraltro, era già stato sollevato all’inizio di quest’anno da un altro parlamentare, il deputato laburista Paul Flynn, il quale aveva fermamente sostenuto che il figlio di un “royal gay marriage” avrebbe dovuto legittimamente succedere al trono, «anche se non se non geneticamente collegato alla linea dinastica regnante». Secondo Flynn, infatti, «la legge dovrebbe regolare e proteggere i diritti delle future generazioni della Casa Reale, tutelandoli da eventuali conflitti o discriminazioni».

Ad essere sinceri, già l’anno scorso un altro parlamentare, il deputato conservatore Peter Bone, in una lettera indirizzata al Ministro per le Pari Opportunità Lynne Featherstone, aveva paventato le possibili conseguenze costituzionali che sarebbero potute derivare dal riconoscimento del matrimonio omosessuale, sostenendo che, a quel punto, nessun impedimento di ordine legale avrebbe potuto evitare la possibilità di due regine consorti.

Tutta questa buffa vicenda è destinata a complicarsi ulteriormente se si considera, poi, che il sovrano britannico riveste anche il ruolo di Supreme Governor della Chiesa d’Inghilterra, la quale oggi si oppone fermamente, per bocca dell’Arcivescovo di Canterbury, al riconoscimento del matrimonio tra persone dello stesso sesso.
La possibilità di un “royal gay marriage”, avrebbe, dal quel punto di vista, implicazioni istituzionali ancora più drammatiche e imprevedibili.

C’è da chiedersi davvero dove sia finita la Merry Old England, la cara e vecchia Inghilterra del buon senso, nota per il suo equilibrato raziocinio e la sua sana concretezza. L’onda anomala del politicamente corretto sembra veramente inarrestabile anche di fronte a ciò che la stessa ragione umana percepisce come evidente. E ad onta di tutto, il governo britannico per tenere insieme la baracca ed evitare il collasso costituzionale del suo Paese, deve ricorrere a una legge del 1772 per dire una cosa assai semplice: «il vero erede è il figlio naturale di un marito e di una moglie». Con buona pace, questa volta, della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

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