Un nuovo modello familiare la “maternità surrogata“ di Niki Vendola

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(di Tommaso Scandroglio) Il quotidiano Repubblica, lo scorso 15 giugno, ha dedicato una lenzuolata alla vicenda di Nichi Vendola che, volato insieme al compagno Ed Testa a Sacramento in California, ha ritirato presso una clinica per la fertilità Tobia, un bebè nato tramite maternità surrogata e che ora ha tre mesi e mezzo. Tobia è un bambino assemblato: lo spermatozoo viene da Ted, l’ovocita da un donna “donatrice“ e l’utero da un’altra donna. In questa gestazione a tre, Vendola non c’entra proprio nulla. Eppure rientrato in Italia chiederà l’adozione del bimbo.

La coppia e il pupo attualmente vivono presso la villetta di Ed a Montreal in Canada. Repubblica vuole sdoganare in tutti i modi la pratica dell’utero in affitto tanto che manda uno dei suoi inviati di punta, Francesco Merlo, fino in Canada per intervistare l’ex governatore della Regione Puglia. In ballo infatti c’è una decisione della Cassazione, attesa tra pochi giorni, che potrebbe dare semaforo verde alla stepchild adoption in tutta Italia, fornendo un paradigma di riferimento autorevole per tutti quei tribunali minori che in futuro andranno a pronunciarsi su casi simili.

La narrazione della vicenda di questa maternità surrogata che ne fa Repubblica è da manuale. Vi sono infatti tutti quegli ingredienti mass mediatici studiati a tavolino per far credere al lettore che l’utero in affitto sia pratica lecita. Andiamo ad analizzarne alcuni.

In prima battuta è necessario ammantare l’intera storia con i toni del sentimentalismo più melenso. La vicenda deve essere venduta non come lotta per i diritti civili, bensì come “storia di amore“. Deve essere quindi depoliticizzata. «Guarda che io e Ed non vogliamo fare i testimonial di una battaglia di civiltà. (…) Non permetteremo che il corpo di nostro figlio diventi una bandiera dei diritti civili», spiega Vendola al giornalista. Ecco allora che il racconto si apre con l’immagine suggestiva di una “villetta di mattoni rossiˮ, una “casetta piccolina in Canadà che è piena di grazia italianaˮ, il nido d’ “amoreˮ del duo Nichi ed Ed. «Mi mostrano foto e video della loro strana famiglia – racconta il giornalista – Dimmi se queste non sono immagini benedette dalla grazia – gli chiede Vendola –  Vedo carezze, abbracci, risate, tanti piccoli e banali gesti romantici – riprende Merlo – E intanto, accanto a me, Nichi tende Tobia a Ed che allunga subito le braccia».

E poi altra melassa: «A quattro mani fanno il bagno a Tobia, poi lo cambiano, lo puliscono, gli danno la poppata, lo chiamano con soprannomi da burla, gli cantano la ninna nanna, e ancora: moine, baci, carezze con mani di padre (…) Il bimbo ha gli occhi blu, sorride spesso, l’ho sentito piangere poco». La stessa maternità surrogata deve essere proposta come gesto di amore: «Ospitare la vita è stato per lei un incantesimo d’amore», racconta Vendola riferendosi alla gestante, anche se dietro a questa storia, per ammissione dello stesso Vendola, c’è un giro di denaro non indifferente.

Ogni particolare poi deve sapere di normalità, di domestico. «Mobili di legno chiaro – scrive Merlo descrivendo la casa canadese – profumi buoni, grande pulizia, niente ninnoli, un tavolo trasformato in fasciatoio, due altoparlanti che diffondono musica classica e lirica. (…) In un angolo del giardinetto (Vendola) ha curato l’orto: cipolle, aglio, bieta, sedano, melanzane, fagiolini, cinque tipi di pomodori, misticanza, le lattughe, il bok choy che è un cavolo cinese».

Inoltre tutto deve emanare un profumo di famiglia: ecco quindi raccontare con toni commoventi le storie dei nonni, i genitori di Ed e la dipartita recente della mamma di Vendola. Ma il profumo che esala dalle parole del cronista e dell’intervistato sa di famiglia artificiale. Infatti la coppia si inventa rapporti di parentela inesistenti: «Ed e Nichi chiamano zia la Donatrice; e “la nostra Grande Madreˮ è la Portatrice. Colei che ha venduto l’ovocita è in realtà la madre biologica. Di certo non può essere la zia di Tobia. Ma occorre fin da subito mettere in chiaro per la coppia omosessuale che la maternità non è qualcosa di biologico, ma solo di sociale. E colei che ha affittato l’utero non può vantare rapporti di parentela con il piccolo, tanto meno essere chiamata “madreˮ».

L’intento è quello di proporre una nuova idea di famiglia. Una famiglia allargata. Ecco allora raccontare la vicenda di Thelma, la gestante: i suoi studi, il marito che condivide appieno la scelta della moglie, il fatto che si sentono ancora e si scambiano foto, che usano del latte prodotto da Thelma. Una simil “madreˮ, ma che mamma non è.

Altro ingrediente. L’esterofilia. Il Canada viene raccontato come un paese inclusivo, libero, aperto: una coppia omosessuale ha ospitato il duo Vendola-Testa per più giorni senza fare troppe domande in attesa del parto. L’Italia invece viene dipinta come paese pieno di “pulsioni omofobe e stracattolicesimoˮ.

Infine occorre inserire anche una benedizione dall’alto, rendere sacra questa maternità per conto terzi. «Dio, ha detto Papa Francesco , è la mamma che canta la ninna nanna al bambino» dice Vendola per spiegare che il ruolo della madre è sociale e non fissato una volta per tutte dalla natura. Ed infatti aggiunge: «paternità e maternità sono fatte di esperienze e non di Dna. E chiosa: Anche io come Giuseppe sono padre putativo». Insomma la maternità surrogata avrebbe anche l’imprimatur divino.

Repubblica non ha intervistato Vendola, bensì ha confezionato un efficace spot per l’utero in affitto sfoderando tutto l’armamentario mass mediatico disponibile per persuadere i lettori della bontà di questa pratica che in realtà tratta le donne coinvolte, il bambino e persino i richiedenti come elementi di un rapporto di compravendita – anche nel caso in cui non ci fosse scambio di denaro – dove vi sono i committenti (la coppia richiedente), i fornitori (la donna che fornisce gli ovociti, chiamata significativamente “Donatriceˮ e quella che mette a disposizione l’utero, la “Portatriceˮ) e il prodotto (il bambino). (Tommaso Scandroglio)

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