Un equivoco “si alla famiglia”

Manifesto del “Sì alla famiglia”(di Elisabetta Frezza e Patrizia Fermani) Sarà per l’adottato schema minimalista dei “sì” e dei “no”, sarà per il linguaggio approssimativo con riguardo alla materia giuridica toccata, di certo il Manifesto del “Sì alla famiglia” presentato a Torino il 1 dicembre scorso da Alleanza Cattolica sembra sortire un risultato che potrebbe tradire le stesse intenzioni degli estensori. Il pensiero e i propositi che vi sono sottesi, infatti, non di rado risultano non troppo chiari, quando non apertamente contraddittori.

In una prospettiva ideale volta irenicamente più a dimostrare la non ostilità verso modelli di comportamento contrari a quelli proposti dalla famiglia, che non a sostenere positivamente le ragioni naturali, logiche, sociali, etiche e religiose di questa, tutta l’attenzione viene concentrata sul rispetto, l’accoglienza e la tutela giuridica delle persone omosessuali. A questo sono dedicati con forza i primi tre “sì” del Manifesto. Ma qui il problema non è solo di coerenza espositiva, è purtroppo di sostanza.

D’altra parte, il dovere del rispetto per le persone non appare essere in discussione in una società che, in nome della tolleranza, tollera, al contrario, una sovraesposizione del fenomeno omosessuale non consentita ad altri (basti pensare alle manifestazioni oscene che accompagnano certe sfilate pubbliche delle organizzazioni de quibus). Si passa quindi ad auspicare la punizione severa di violenza, minaccia, insulti alle persone omosessuali e alla eliminazione di “ingiuste discriminazioni”; entrando illico et immediate nella prospettiva del disegno di legge Scalfarotto, sciaguratamente già approvato alla Camera.

Gli estensori non dovrebbero ignorare che il diritto penale presuppone un sistema di valori ritenuti dall’ordinamento meritevoli di una tutela rafforzata, quella penale appunto, e che essa viene accordata oggettivamente, cioè indipendentemente dal soggetto in capo al quale un bene giuridicamente protetto viene leso. E questo per una imprescindibile esigenza di oggettività della tutela e della sua concreta applicazione.

Il nostro diritto penale punisce in ragione del bene leso e non delle qualità del soggetto passivo, tranne i casi in cui dette qualità rappresentino esse stesse un bene superiore (per esempio il valore religioso incarnato nel ministro del culto), o vi siano oggettive esigenze di particolare tutela dei soggetti strutturalmente più deboli (come minori, incapaci psichici). Al di fuori di questi limiti, la tutela accordata agli omosessuali in quanto tali, come vorrebbe proprio il manifesto, significherebbe che l’ordinamento riconosce l’omosessualità come valore oggettivo, meritevole di essere elevato a bene giuridico penalmente tutelato. E a questo punto si aprirebbe la paradossale possibilità, per un numero indefinito di titolari di altrettanti  interessi particolari, di rivendicare uguale tutela. Insomma, viene curiosamente caldeggiato proprio quanto si pretende di introdurre con il disegno Scalfarotto.

Anche l’accenno alle supposte discriminazioni sembra riecheggiare quella parità di trattamento invocata dal disegno e che è già garantita a tutti cittadini dalla Costituzione; e risulta oltremodo pretestuoso in un paese che vede omosessuali dichiarati ricoprire anche alte cariche politiche e amministrative. Sempreché con “discriminazione” non si voglia arrivare al paradosso di sindacare quelle scelte individuali che nella vita di relazione sono garantite a tutti in ossequio alle libertà fondamentali.

Le perplessità non diminuiscono di fronte alla proclamata contrarietà al reato di opinione escogitato dal ddl Scalfarotto con il divieto di propagandare idee fondate sull’omofobia. Infatti poco prima, assimilando il motivo omofobico  ai “motivi abietti” che possono aggravare un qualsiasi reato, viene auspicata quella punizione degli atteggiamenti interiori che è fortunatamente estranea al nostro ordinamento e che confligge appunto con la difesa della libertà di opinione. Proporre come aggravante l’avversione personale nei confronti della omosessualità, cioè il motivo omofobico, significa penalizzare quella libertà di pensiero che si dice di voler difendere, attraverso il più pericoloso dei mezzi di vessazione: l’indagine sul pensiero. Che è, e deve rimanere, preclusa a chicchessia, e che solo i più efferati regimi totalitari hanno conosciuto e conoscono.

Dopodiché non si manca di auspicare “campagne di prevenzione e repressione” contro il bullismo nelle scuole ai danni di omosessuali, immigrati e cristiani. A parte il linguaggio, che da irenicamente ecumenico si fa all’improvviso degno di una burocrazia poliziesca, la enfatizzazione di quella che sembra diventata la piaga sociale per eccellenza non si vede perché non estendere il piano poliziesco di cui sopra ad altre categorie di malcapitati, quali i ciccioni, i miopi, i troppo bassi o troppo alti, e via dicendo. Tutti quelli che da che mondo e mondo sperimentano, senza troppi isterismi, che la vita ci mette sempre alla prova.

Di slancio viene abbracciata subito dopo l’educazione all’affettività, dove l’improprietà di un termine abusato dalle burocrazie nazionali ed estere non merita commenti. Ma essa, di qualunque cosa si tratti, “non deve ridursi alla semplice iniziazione sessuale”. Si è costretti a rileggere nella speranza di avere capito male. Invece è proprio chiarissimo: si dà per scontato che si debba procedere alla iniziazione sessuale! E c’è da augurarsi che si tratti solo di un maldestro uso della lingua e che esso non nasconda l’ossequio alle famigerate direttive dell’OMS che dovrebbero sconvolgere i sonni di ogni uomo di buona volontà. Il Manifesto che sembra presentarsi come il baluardo della famiglia finalmente arriva, in fondo al paragrafo, sul “matrimonio omosessuale”, a parlare degli incentivi economici e pratici da offrire ad essa.

Un po’ poco per quella che si presenta come la nuova Carta Fondamentale della famiglia e dei suoi valori irripetibili. Più in là, ribadita la contrarietà alla introduzione del matrimonio omosessuale, si concede che anche il riconoscimento giuridico delle relative coppie di fatto è da evitare perché altrove ha fatto da battistrada al matrimonio. Ora: questa è a sua volta una ragione politica, una constatazione significativa, ma le ragioni sostanziali non vengono minimamente tentate. E queste sono, anche sul piano di stretto diritto, che lo Stato, che incarna una collettività, deve accordare la propria tutela ad interessi rilevanti per la collettività che rappresenta e che di ogni intervento statale deve sopportare anche il peso. Ci sono, poi, le ragioni di ordine etico, che puntano sulla stabilità e compattezza degli assetti sociali, sulla tutela dei figli e sullo indebolimento dello istituto famigliare. Queste, tuttavia, non sono ragioni che toccano la sensibilità e la riflessione degli estensori del Manifesto. Sibillino appare poco dopo il riferimento alla accoglienza nelle scuole di bambini qualunque sia stata “la scelta dei loro genitori”. Di che scelte e di che “genitori” si tratta? Un manifesto richiede chiarezza di contenuti, ma anche di riferimenti…

Infine, si nega la possibilità di adozione per le coppie omosessuali, ma quasi a smussare la perentorietà di una tale presa di posizione, che evidentemente viene ritenuta troppo impegnativa, si concede che queste coppie “possano desiderare di adottare un bambino e credere sinceramente di poter essere buoni genitori”. Dunque è assodato che i componenti di una coppia di conviventi omosessuali possano essere qualificati come “genitori”, almeno potenziali. Insomma, per essere genitori basta formare una coppia e credersi per ciò stesso potenzialmente genitori. Resta il fatto che, se si voleva mandare un messaggio forte sulla famiglia e sulla sua unicità e insostituibilità, il bersaglio, per ragioni imperscrutabili, è stato mancato. Non si può invece negare che se ne sia centrato in pieno qualcun altro, magari anche di segno opposto.

(di Elisabetta Frezza e Patrizia Fermani)

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