Un caso poco “serenissimo”: diario di una chiesa-moschea

santa vergine Nicopeja(Compagnia Jehanne Darc) Prima che il polverone sollevato dal caso “The Mosque” a Venezia si plachi e si depositi sulla miriade di opinioni e polemiche da questo suscitate, e soprattutto prima che quelle coscienze che all’indomani della notizia avevano percepito dentro di sé un qualche stridore, quasi un dolore, si ritrovino, di nuovo immerse nelle nebbia, proviamo ad offrire qualche spunto di riflessione che susciti, tenga viva e feconda la fiamma del discernimento.

Il fatto: si è usata a Venezia una chiesa, quella di Santa Maria in Valverde di proprietà privata ed affittata in occasione della Biennale di Arte 2015, come sede di una installazione artistica: fin qui niente di nuovo, chiese trasformate in sale espositive o in sale da concerto a Venezia non sono una novità. L’installazione in questione consiste in una riproduzione fedele di una moschea fruibile non solo come espressione architettonica, ma udite, udite, secondo un verismo delirante, come vero luogo di culto ed è opera realizzata da certo Christian Buechel, intitolata The Mosque, sponsorizzata in collaborazione con le Comunità Musulmane di Venezia e di Islanda dal padiglione Islanda nell’ambito della Biennale (http://icelandicartcenter.is/blog/icelandic-pavilion-installation-the-mosque-closed-by-police-today/).

Lo spazio utilizzato è soggetto a tutte le relative norme cultuali della religione islamica, che non risparmiano nessun visitatore: sia esso là per la Biennale, o di passaggio, o come amante delle chiese antiche, egli ha, per esempio, l’obbligo di togliersi le scarpe per accedere all’area di preghiera, ossia a quasi tutta l’area della chiesa, eccettuate la piccola striscia all’entrata delimitata da nastro, e la cappella di destra in cui spicca l’Altare Privilegiato; questo ultimo spazio invece è adibito a segreteria sia del comitato islandese che, a giudicare dalla notevole entità di materiale islamico, della comunità musulmana: avvisi e pubblicità in lingua araba affissi, banchetto non autorizzato di vendita di pubblicazioni religiose musulmane anche in lingua italiana, di oggetti sacri tra cui la bussola per la Mecca, di giochi didattici per bimbi Who is Allah, di tappeti da preghiera, distributore abusivo di Mecca Cola, versione araba della occidentale Coca Cola.

Estendendo l’elenco a tutto il complesso architettonico, segnaliamo altri interventi abusivi quali il cosiddetto trono, il lavatoio nell’area del presbiterio per le abluzioni, e poi marmi forati e anche deturpati da malte chimiche, per non parlare dell’esercizio del culto senza autorizzazione.

Si potrebbe continuare, ma a questo punto già sorge spontanea una domanda: come è potuto accadere che nessuna autorità a Venezia, né civile né ecclesiastica, fosse al corrente di questo tipo di operazione irregolare in corso? Ma se persino il delegato patriarcale per i beni culturali ecclesiastici, l’architetto don Gian Matteo Caputo, ha affermato in una lettera ufficiale che da mesi l’Islanda aveva già fatto richiesta di una chiesa per l’evento, richiesta “prudentemente” negata, lamentando la totale assenza dei membri della comunità musulmana nel corso di tale delicata trattativa, «soprattutto dopo che la Diocesi aveva richiesto il coinvolgimento di tutti i protagonisti, compresa la Biennale, la Soprintendenza, il Comune, il Paese espositore, soggetti che si ritrovano in conferenza di servizi prima dell’avvio della Biennale anche per aspetti meno rilevanti di questo» (lettera pubblicata su “La Nuova”, “Gazzettino” e “Corriere Veneto”).

Allora che pensare? Non è l’opera di Buechel in “collaborazione” con ben due comunità musulmane, quella di Venezia e di Islanda? Forse piuttosto che monitorare l’evoluzione del progetto, si è preferito sperare che qualche provvidenziale acqua alta avrebbe sommerso l’iniziativa islamico-islandese, preservando così, col gesto dello struzzo, il capo di ognuno. Ma la pentola senza coperchio di questa sconcertante operazione è andata in ebollizione a poche ore dall’inaugurazione della Biennale, ad opera del docente di scienze religiose Prof. Alessandro Tamborini, il quale vedendosi negato l’accesso alla installazione con le proprie calzature, è passato immediatamente all’azione, richiedendo l’intervento delle forze dell’ordine e sporgendo in seguito denuncia per «violazione dei diritti costituzionali dei cittadini italiani e per impianto di luogo di culto non autorizzato», e ci è giunta anche notizia di una sua probabile interrogazione parlamentare.

Nei giorni successivi si sono poi susseguiti interventi di gruppi politici sulla questione moschea (non dimentichiamo le quasi concomitanti elezioni comunali!), di comitati cittadini con diverse iniziative, tra cui quella di boicottare i prodotti islandesi e inviare fax e mail di protesta al console onorario a Venezia. Comunque dopo che per poter effettuare la loro preghiera del venerdì, gli oranti musulmani della sola comunità islandese, a detta dell’imam veneziano, avevano provocatoriamente strappato il divieto comunale di esercitare il culto nella chiesa, già affisso ai pannelli interni, finalmente il Comune dopo tutte le opportune verifiche, ha emesso e reso esecutiva il giorno 22 maggio l’ordinanza di chiusura della struttura alla quale potrebbe seguire la riapertura, se l’Icelandic Art Center perfezionerà la sua opera secondo le normative (salvo eventuale ricorso legale).

Questo sul versante dell’autorità civile e su quello dei laici di buona volontà. Non occorre lo spirito di profezia per intuire che la vicenda è tutt’altro che risolta e tantomeno conclusa. E su quello ecclesiastico? Al primo coraggioso ed incoraggiante deciso NO da parte del Patriarcato apparso a grandi caratteri sui giornali, non ha fatto seguito una azione conseguente e coerente; anzi, vi è stato uno scivolamento verso un “tiepido” (di apocalittica memoria) gioco di schermaglie con i musulmani di Venezia affermando per bocca di don Caputo, nella stessa succitata lettera, che «l’opera appare come una grande forzatura ed una sostanziale strumentalizzazione di tutti i soggetti coinvolti, compresa in primo luogo la comunità musulmana». Ma come? Non è l’opera di Buechel “in collaborazione” con ben due comunità musulmane, quella di Venezia e di Islanda?

Il comunicato continua dicendo che la comunità musulmana «pur partendo da una richiesta legittima, l’esigenza di una moschea a Venezia, si vede offerto un luogo che viene occupato in modo non regolare, per finalità “seconde”, ovvero artistiche, e aggirando di fatto questioni che, invece, sono serie e rilevanti». Offrire un gancio simile agli scaltri musulmani che sanno gestire con assoluta maestria le tecniche psicologiche di distorsione e manipolazione della realtà, è errore madornale, soprattutto considerando da dove è arrivato questo “assist”. E come esemplificazione da manuale, eccone i frutti: Una lezione di civiltà dalla Comunità islamica titola un articolo della “Nuova Venezia” del 17 maggio, che riporta una farneticante nota di Pax Christi di Venezia ‒ Mestre, in cui l’associazione rivolgendosi alla comunità musulmana, ne sottolinea i gesti gratuiti e nobili di pacatezza fraterna e aggiunge: «per questo vogliamo ringraziarla, la sentiamo sorella e rinnoviamo l’impegno comune del dialogo interreligioso e interculturale».

Dal canto suo nello stesso articolo il vicario episcopale don Dino Pistolato afferma che per lui il caso è chiuso, che li dialogo c’era, c’è, e continuerà, che nessuno si è mai arrabbiato, e che la Comunità islamica chiede di andare oltre per non alimentare la propria sofferenza, ed ammettendo in conclusione, bontà sua, che comunque una forzatura giuridico-artistica vi è stata: insomma non ci siamo proprio inventati tutto! L’apoteosi dello stravolgimento dei fatti e del loro significato si deve poi al giudizio del sociologo Bettin riportata nello stesso magistrale articolo: «La Comunità Islamica mi sembra molto ragionevole, migliore dei contestatori, capace di interloquire con la città e di fare dei passi indietro, quindi in sintonia con il Patriarcato nel ragionamento di fondo, ossia il diritto al culto e il diritto ad avere la moschea vera e propria in uno spirito di dialogo, senza forzature». E in conclusione: «La Comunità islamica sta dando un contributo a riportare il confronto su livelli ragionevoli, per uscire dalla mera dimensione di provocazione e riannodare i fili di una richiesta che viene da lontano»

Dove trovare allora la voce del cattolico di buona volontà, in questa gloriosa città di Venezia da sempre consacrata alla Santa Vergine? Due voci limpide, fresche, adamantine, rompono il silenzio. Un sacerdote che celebra la Santa Messa del giorno di Pentecoste a Venezia in riparazione della profanazione della Chiesa di Santa Maria in Valverde. E, a pochi metri dalla stessa chiesa profanata, una invocazione alla Santa Vergine Nicopeja, affissa ad un pannello di legno. È strappata, ma la sua invocazione giunge al Cielo. (Compagnia Jehanne Darc)

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