Un caso aberrante di “maternità surrogata” in Thailandia

Gordon Lake

(di Tommaso Scandroglio) Gordon Lake e il compagno omosessuale Manuel Santos si “sposano” negli Usa. I due poi volano in Thailandia per avere un figlio tramite la maternità surrogata. Lake offre il proprio spermatozoo, una donna thailandese l’ovocita e la connazionale Patidta Kusolsang l’utero.

Al termine di questa catena di montaggio umana, il 15 gennaio 2015 nasce Carmen. Il tutto in barba alla legge thailandese. Infatti questa vieta l’accesso alla maternità surrogata per le coppie omosessuali, prevede che almeno un membro della coppia richiedente sia thailandese e che la donna che presta l’utero abbia dei rapporti di parentela con uno dei due richiedenti. Nessuna di queste tre condizioni è stata rispettata nella vicenda che vede al centro la piccola Carmen, così come assai spesso capita in Thailandia quando di mezzo c’è una richiesta di una gravidanza in conto terzi.

La giovane Kusolsang però si ribella. Non sapeva – lei dichiara – che il bambino portato in grembo per nove mesi sarebbe andato ad una coppia omosessuale. Parte quindi un ricorso: la donna vuole indietro la bambina. La coppia omosessuale risponde chiedendo l’affidamento della minore. Il 26 aprile scorso il Tribunale centrale dei Minori e della Famiglia di Bangkok respinge la richiesta della donna e affida Carmen alla coppia dal momento che – al di là dei divieti posti dalla legge – è dal gennaio 2015 che la piccola sta crescendo a casa di Lake e Manuel e non ha mai visto la donna che l’ha messa al mondo. Insomma la continuità di relazione instauratasi con il padre biologico e il compagno vince sui diritti della Kusolsang, che in senso stretto madre biologica non è.

C’è poi da aggiungere che l’opinione pubblica che ha seguito il caso ha fatto il tifo più per la coppia omosessuale che per la giovane thailandese. Infatti i due, insieme alla figlia Carmen, per seguire da vicino tutta la vicenda giudiziaria si sono dovuti trasferire a Bangkok in un piccolo appartamento. Per far fronte alle spese vive di vitto e alloggio hanno aperto una sottoscrizione pubblica che ha fruttato loro ben 36mila euro. Insomma oltre al danno (morale) anche la beffa. La Thailandia non è nuova a casi simili.

Tempo fa le autorità avevano scoperto che un cittadino giapponese era padre biologico di innumerevoli pargoli.  Nell’agosto del 2014 una coppia di australiani aveva tenuto per sé, di due gemelli avuti tramite utero in affitto, solo un gemello perché l’altro era nato down. Queste vicende mettono in rilievo in modo assai plastico tutte le contraddizioni della pratica dell’utero affitto, pratica che si diffonderà con la stessa velocità con cui si sta diffondendo l’omosessualità, dato che sono le coppie omosessuali le prime interessate a questa particolare tecnica di fecondazione artificiale eterologa.

In primis la reificazione del nascituro. Si tratta il bambino come un prodotto da vendere. E il piccolo rimane un prodotto anche nel caso in cui – più teorico che reale – la maternità surrogata avvenga senza corresponsione di denaro. È infatti sempre contro la dignità del bambino venire al mondo perché qualcuno ha ordinato a qualcun’altra di dargli un bambino. Il figlio ha il diritto nativo di crescere insieme ai genitori biologici e solo nel caso di grave e accertata incapacità di questi è legittimo – per il bene del minore – trovargli un’altra famiglia. Caso assai diverso è invece quello di preordinare la nascita all’alienazione del bambino a favore di una coppia richiedente. Solo la merce può essere ordinata su richiesta. In secondo luogo anche la donna che porta in grembo il bambino è reificata perché il suo corpo viene considerato un mera incubatrice di carne. La maternità surrogata svilisce non solo la dignità del bambino ma anche quella della donna, seppur consenziente. In terzo luogo l’utero in affitto è una bomba collocata nel cuore dell’istituto della famiglia. Essa provoca la distruzione dei legami familiari almeno in due accezioni. Non solo perché il bambino crescerà senza almeno un genitore biologico, minando quindi alla radice la sua identità esistenziale. Ma anche perché – e il caso della piccola Carmen lo comprova – la stessa idea di genitorialità implode su se stessa. Infatti Carmen è al centro di una cooperazione di più persone tutte coinvolte nel processo che parte dal concepimento e arriva alla sua educazione e tutte – più o meno indebitamente – che si fregiano dell’appellativo di “genitore”. Infatti abbiamo il padre biologico Lake che ci mette il seme maschile, una donna thailandese che vende l’ovocita, una terza che porta avanti la gravidanza ed infine il compagno Santos che insieme a Lake curerà la (dis)educazione di Carmen. La famiglia naturale è stata sostituita dalla famiglia assemblata. (Tommaso Scandroglio)

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