Gli armeni parlano di genocidio e la Turchia chiama l’islam a raccolta

armeni_bambini_350x211(di Mauro Faverzani) Siamo alle solite… è più o meno il senso del commento diffuso dal Consiglio per la comunità armena di Roma dopo le sconcertanti, dure proteste levate da Erdogan & C. nei giorni scorsi a seguito delle parole di papa Francesco, che ha parlato esplicitamente di «genocidio», il primo del XX secolo, quello perpetrato da un Impero ottomano ormai a pezzi un secolo fa, nel 1915, contro la prima nazione cristiana. Il massacro è stato equiparato dal Pontefice ai peggiori totalitarismi, cioè nazionalsocialismo e stalinismo, in occasione dell’incontro col Patriarca cattolico Nerses Bedros XIX, alla presenza dei due Catholicos Karekin II e Aram I, nonché del Presidente armeno Serz Azati Sargsyan per il conferimento del titolo di Dottore della Chiesa a San Gregorio di Narek, armeno. Tutto questo ha dato estremamente fastidio ad Ankara: il Nunzio, mons. Antonio Lucibello, è stato convocato per esprimergli il «disappunto» e la protesta del governo, l’ambasciatore in Vaticano Mehmet Pacaçi è stato richiamato ed il ministro degli Esteri, Mevlüt Çavuşoǧlu, ha minacciato nuove «misure», definendo le dichiarazioni pontificie «senza fondamento». Poi il Presidente Recep Tayyip Erdogan ha richiesto il Pontefice «di non ripetere questo errore» e ammonito Obama a «non pronunciare quella parola», genocidio. “Ordine” rispettato dal Presidente Usa, che obbediente, tramite la portavoce del Dipartimento di Stato, Marie Harf, si è limitato a parlare di «massacro». Il Parlamento europeo ha sollecitato la Turchia a riconoscere l’evidenza storica ed Erdogan in tutta risposta ha ventilato l’eventualità d’espellere i 100 mila armeni attualmente presenti in Turchia. Insomma, un polverone. Non privo di riflessi legali: il genocidio è reato che non cade in prescrizione e, se riconosciuto, passibile di richiesta di risarcimento danni da parte dei familiari delle vittime.

Stringente ed immediata la replica del Consiglio per la comunità armena, che in un proprio comunicato ha specificato come a far problema, in realtà, non sia solo il ricorso alla parola “tabù”, «se così fosse – specifica – la questione sarebbe stata diplomaticamente e storicamente risolta da un pezzo». I problemi, invece, sono ben altri: come il fatto che per decenni la Turchia prima si sia rifiutata contro ogni evidenza storica di riconoscere la stessa presenza di armeni su un territorio chiamato non a caso fino al 1915 Armenia, distruggendone le tracce (lapidi cimiteriali comprese) e poi abbia attribuito la responsabilità dell’eccidio ad una guerra civile o alla prima guerra mondiale.

A ben poco serve che Ankara si sia dichiarata disponibile ad aprire i propri archivi, poiché la maggior parte dei documenti sarebbe già stata distrutta «da squadre di funzionari dei servizi segreti militari e civili», che fecero «sparire le prove», sulle quali tuttavia «la stessa corte marziale ottomana nel 1919» condannò «la triade dei Giovani Turchi Talaat, Enver e Jemal». In tal senso anche le «condoglianze» espresse da Erdogan sarebbero da leggersi come «ulteriore schiaffo alla memoria» in termini negazionistici, tentando di liquidare i morti come «vittime di guerra» e non come «obiettivo di una carneficina studiata a tavolino per creare la purezza della razza turca in Anatolia».

Da qui la decisione, assunta dalla comunità armena, di proseguire con le proprie iniziative di sensibilizzazione con incontri nelle scuole e conferenze pubbliche. Non è il caso di perdersi nel valzer di cifre di nuovo circolato nei giorni scorsi: chi parla di un milione di morti tra il 1915 ed il 1923, chi di un milione e mezzo – come il Patriarca armeno Karekin II –… senz’altro non furono comunque qualche migliaio, come riduttivisticamente suggerito da Ankara. «Con la caritatevole misericordia del Signore, il nostro popolo, dopo numerose atrocità e privazioni, raddrizzò la propria schiena, portando avanti una nuova vita nelle comunità della Diaspora e sotto l’egida dello Stato ristabilito nella parte orientale dell’Armenia – ha ricordato il Catholicos Karekin II –. Anche oggi la nostra nazione continua ad impegnarsi per il riconoscimento del genocidio degli Armeni e rivendica il diritto alla memoria, alla verità storica».

Dal canto suo, in un’intervista rilasciata all’agenzia “Fides” il patriarca armeno cattolico Nerses Bedros XIX ha respinto al mittente l’accusa rivolta al Pontefice dai turchi di voler, con le sue parole, attaccare, in realtà, l’islam tutto intero, trattandosi di un’«interpretazione fuorviante e strumentalizzante». Questo è un passaggio molto importante, benché pressoché passato inosservato, perché questa di Ankara pare una chiamata alla jihad. Che l’Occidente non dovrebbe sottovalutare. (Mauro Faverzani)

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