Testimonianza storica della santità della vita umana

march for life 2013(di  Mauro Faverzani) Un successo, come noto, l’ultima Marcia per la Vita, svoltasi a Washington. Un successo quantitativo e qualitativo. 500 mila persone vi hanno aderito – tra cui molte famiglie e molti giovani, cattolici e non ‒ e lo hanno fatto con convinzione, sfidando anche le intemperie, il freddo rigido e la neve, pur di affermare il proprio “sì” alla vita ed il proprio “no” all’aborto. Ma c’è un’altra considerazione, che ora val la pena compiere, all’indomani dell’evento ovvero riconoscere l’importanza di quanto accaduto. Si è trattato di un poderoso smacco per la Presidenza Obama, appiattita su posizioni spinte a favore della contraccezione e dell’aborto, al punto da cercare d’impedire addirittura l’obiezione di coscienza. Ed è stato un segnale forte, più forte di molte altre pur lodevoli iniziative finora attuate in ogni parte del mondo.

Dunque, marciare per la vita non solo si può, ma si deve. Non si tratta tanto e solo di levar la bandierina pro-life, bensì serve, concretamente, per incarnare i Valori, i Principi non negoziabili nella società di oggi, nella nostra quotidianità, nelle famiglie, ovunque.

Significativo, in tal senso, il sostegno dato alla Marcia per la Vita di Washington da Papa Benedetto XVI, che si è unito a quanti vi hanno aderito, pregando «affinché i leader politici proteggano i bambini non nati e promuovano una cultura della vita». Ciò che ha spinto il Card. Sean O’Malley ad affermare a chiare lettere: «Benedetto XVI è con noi». Ma altrettanto significative sono state anche le parole del Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, l’Arcivescovo Ignacio Carrasco de Paula, che, intervistato dalla CNA, ha dichiarato senza mezzi termini che «le marce per la vita dal concepimento alla morta naturale» non sono solo «un importante punto di riferimento storico per i cattolici» in quanto testimonianza storica della santità della vita umana, ma sono «molto importanti per il mondo intero. La Chiesa sostiene le marce in tutto il mondo, perché coloro che vi partecipano sono parte della stessa Chiesa. L’aborto non aiuta le donne proprio nel momento in cui è maggiormente necessario un aiuto, ma al contrario diventa una fonte di sofferenza interiore. Siamo stati creati da Dio per essere felici e l’aborto è proprio l’opposto».

Parole molto chiare, indubbiamente. Negli Stati Uniti la Marcia per la Vita è stata organizzata un anno dopo la legalizzazione dell’aborto su scala nazionale da parte della Corte Suprema con il caso Roe vs Wade: sono trascorsi 40 anni dal varo di quella normativa, avvenuto nel 1973 e già costato la vita a 55 milioni di bambini innocenti ovvero ad un sesto dell’attuale popolazione statunitense. Di fronte a questa ecatombe vien spontaneo chiedersi: che fare? «Sfido ognuno di voi – ha affermato Jeanne Monhan, portavoce della Marcia di Washington ‒ in modo particolare i giovani a pensare nel vostro cuore come Dio voglia impiegare ciascuno di voi per porre rapidamente fine a quell’abuso dei diritti umani, che è l’aborto».

Per questo, l’incoraggiamento giunto dal Sommo Pontefice, dall’Arcivescovo Carrasco de Paula, dal Card. O’Malley, da ciascuno di coloro che hanno partecipato all’imponente manifestazione di Washington, non è semplicemente di sprone ai tanti, che già hanno aderito e che ancora aderiranno alla terza edizione della Marcia nazionale per la Vita, prevista a Roma il prossimo 12 maggio. Ma è anche la conferma importante di un impegno, ch’è più di un gesto. Un impegno non solo dimostrativo, bensì concreto e tangibile. Per far sapere al mondo intero quanto di più vero vi sia nel cuore dell’uomo ovvero l’amore per la vita. Cuore, che cammina coi piedi, che si mostra nei volti, che prega con la bocca di quanti, ancora una volta, saranno a Roma per ribadire il proprio fermo, convinto, gioioso “sì” alla vita. (Mauro Faverzani)

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