Svolta pro-life negli Stati Uniti?

Anti-abortion marchers walk near the Supreme Court during the annual March for Life, Tuesday, Jan. 22, 2008, in Washington. The rally comes 35 years after the Supreme Court ruled that a Texas woman with the pseudonym Jane Roe had a constitutional right to have an abortion. (AP Photo/Haraz N. Ghanbari)

(Tommaso Scandroglio) Donald Trump nell’ottobre del 1999 alla NBC in merito al tema dell’aborto così si espresse: «Io sono molto pro-choice. Odio il concetto di aborto. Lo odio. Odio tutto ciò che rappresenta. Io rabbrividisco quando sento le persone discutere di questo argomento. Eppure sono per la scelta individuale». Poi durante le primarie, nell’agosto del 2015, ha raccontato che «anni fa dei miei amici aspettavano un bambino e quel bambino avrebbe dovuto essere abortito. E invece non è stato abortito. E oggi quel bambino è una superstar assoluta, un bambino grande, davvero grande. E io questo l’ho visto. E ho visto altre cose così. E sono molto, molto orgoglioso di dire che io sono per il diritto alla vita».

Tra febbraio e marzo del 2016 Trump precisa ancor meglio la sua posizione: contro l’aborto, eccetto nel caso in cui sia in pericolo non solo la vita della madre, ma anche la sua salute. Poi sempre a marzo intervenendo in una trasmissione dell’emittente Msnbc aveva affermato che in materia di aborto «ci vorrebbe qualche forma di punizione». Divampate le polemiche Trump precisò: il medico che «pratica l’aborto va ritenuto legalmente responsabile, non la donna, che è la vittima, così come la vita che porta in grembo». Aveva poi aggiunto che auspicava che il Congresso e le Corti federali varassero leggi per vietare l’aborto, in tal modo ogni Stato avrebbe potuto rendere illegali le pratiche abortive.

Passa qualche giorno e alla CBS appare molto più prudente affermando che in materia di aborto dovrebbero decidere i singoli stati, cosa che attualmente non è possibile e quindi – continua Trump – è meglio lasciare il quadro normativo immutato. Poi il suo staff corregge nuovamente il tiro dichiarando che Trump una volta divenuto presidente si batterà perché i singoli stati possano proteggere il nascituro.

A settembre Trump lancia la Pro-life Coalition per combattere il fenomeno dell’aborto. Nel mentre annuncia che, se eletto, nominerà presso la Suprema Corte un giudice pro-life. Successivamente si impegna ad approvare il Pain-Capable Unborn Child Protection Act, una legge che permette di limitare l’accesso all’aborto a seconda dello sviluppo del feto e alla sua capacità di percepire dolore. Segue poi la promessa di eliminare qualsiasi finanziamento alla Planned Parenthood, la più potente organizzazione abortista al mondo. Altro impegno: rendere permanente l’Hyde Amendment, un emendamento che bisogna rinnovare di anno in anno e che vieta di usare soldi pubblici per permettere alle donne di abortire, eccetto nel caso di stupro e di incesto.

In ottobre il futuro presidente degli Stati Uniti scrive poi una lettera ai movimenti pro-life: «Consentitemi di essere chiaro. Io sono per il diritto alla vita. Ho questa posizione pur ammettendo eccezioni in casi di stupro, incesto o quando è a rischio la vita della madre. Non sempre l’ho pensata così. (…) Con il tempo la cultura della vita di questo Paese ha preso a scivolare verso una cultura della morte. La prova forse più decisiva su cui si regge quest’affermazione è che dalla sentenza pronunciata dalla Corte Suprema nel caso Roe v. Wade 43 anni fa a oggi più di 50 milioni di statunitensi non hanno avuto la possibilità di godere delle opportunità che il nostro Paese offre. Non hanno avuto la possibilità di diventare dottori, musicisti, agricoltori, insegnanti, mariti, padri, figli e figlie. Non hanno avuto la possibilità di arricchire la cultura questa nazione o di contribuire con i propri talenti, le proprie esistenze, i propri affetti e le proprie passioni al tessuto di questo Paese. Mancano e ci mancano».

Poi venne l’ultimo dei tre duelli televisivi con Hilary Clinton, abortista convinta. In quell’occasione Trump così andò all’attacco dell’avversaria ricordando l’appoggio di quest’ultima alla pratica nota come “aborto a nascita parzialeˮ: «Se si tiene conto di quello che dice la Clinton, al nono mese di gravidanza si può strappare un bambino dall’utero della madre poco prima della sua nascita. Ora potete dire che questo va bene, Hilary può dire che questo va bene. Ma per me non va bene».

Ed infine ecco l’intervista dell’altro giorno rilasciata alla CBS nel programma 60 minutes. La giornalista Lesley Stahl lo incalza sul tema dell’aborto e delle nomine dei giudici alla Corte Suprema. Trump così risponde: «Quelli che sceglierò saranno pro-vita». La giornalista attacca di nuovo ricordando che è vigente la famigerata sentenza della Corte Suprema Roe vs Wade che legittima l’aborto su tutto il territorio nazionale. Che fine farà? «Per quel che riguarda l’aborto – ribatte il nuovo inquilino della Casa Bianca – se la sentenza venisse rovesciata, la questione tornerebbe agli Stati».

Insomma un Trump ondivago nel tempo sul tema della difesa della vita nascente e, anche quando dice di essere pro-life, non sempre con posizioni condivisibili sul piano morale. Questo atteggiamento liquido è da addebitarsi a calcoli politici tesi a conquistare consensi sul fronte pro-life e nel frattempo a non perderli troppo sul fronte opposto. Però, se lo scenario ultimo disegnato da Trump si realizzasse, i singoli stati potrebbero decidere in autonomia se conservare l’attuale disciplina normativa a favore dell’aborto oppure vietarlo. Ci si augura che il suo vice – Mike Pence – pro-life convinto, aiuti l’amministrazione Trump a costruire programmi a tutela dei nascituri ben al di là dei meri calcoli politici di opportunità. (Tommaso Scandroglio)

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