Summorum Pontificum. Una speranza per tutta la Chiesa

Il-Motu-Proprio-Summorum-Pontificum-di-S.S.-Benedetto-XVI.-Una-speranza-per-tutta-la-Chiesa(di Cristina Siccardi) Che cosa sono lex orandi e lex credendi se non un patrimonio antico che riceviamo oggi per mantenerlo sempre giovane nella sua eternità? La Tradizione è un retaggio sempre presente, senza età, come lo è Dio. La Tradizione della Chiesa è oro e l’oro non può subire evoluzioni o alterazioni, altrimenti  non sarebbe più se stesso; l’unico procedimento indicato per l’oro è la lucidatura, per ravvivarne il colore e la brillantezza, questo l’unico “sviluppo” nel presente della Tradizione.

Ecco allora che il Cardinale Walter Brandmüller ricorda ai contemporanei le parole del Cardinale John Henry Newman nella sua prefazione al volume Summorum Pontificum di Benedetto XVI. Una speranza per tutta la Chiesa, a cura di Padre Vincenzo Nuara O.P. (Fede & Cultura, pp. 170, € 13.00): «Un vero sviluppo, dunque, può essere descritto come quello che conserva l’insieme degli sviluppi precedenti, coincidendo realmente con essi ed essendo qualcosa al di là di essi. Le aggiunte che vi apporta illuminano, non oscurano, corroborano, non correggono il corpo di pensiero da cui nascono e questa è la sua caratteristica vista in contrasto di una corruzione» (p. 6).

Vera mirabilia della Tradizione della Chiesa è la Santa Messa in Vetus Ordo, quella anteriore alla riforma liturgica post Concilio Vaticano II. In realtà è più corretto chiamarla Santa Messa di sempre poiché, come scrive Madre Francesca dell’Immacolata delle Francescane dell’Immacolata, «se è vero che papa San Pio V promulgò un Messale a seguito del Concilio di Trento, in realtà non fece altro che fissare e circoscrivere sapientemente un rito già in uso a Roma da secoli. Esso risaliva, nei suoi elementi essenziali, almeno a mille anni prima, precisamente a papa San Gregorio Magno. Da quest’ultimo Pontefice viene anche il nome, più corretto ma non esauriente, di rito gregoriano. Non esauriente perché da San Gregorio  Magno (…) il rito risale ai tempi apostolici per riannodarsi infine all’Ultima Cena e al sacrificio cruento di Nostro Signore Gesù Cristo di cui ogni Messa è costante ripresentazione e incruenta attualizzazione» (p. 93).

La Sacra Liturgia non è mai stata e né potrà mai essere, ha affermato Madre Francesca nel suo intervento al terzo Convegno organizzato dall’Associazione Giovani e Tradizione ‒ ora ripreso, insieme ad altri interventi, nel saggio curato da Padre Nuara ‒ l’espressione dei sentimenti che il fedele prova per Dio. «Essa è invece l’adempimento da parte del fedele di un suo dovere nei confronti di Dio, ch’egli deve esprimere conformemente agli stessi insegnamenti divini. È il cosiddetto ius divinum, ossia il diritto di Dio a essere adorato come Egli ha stabilito» (p. 95).

Di fronte alla Santa Messa di sempre l’atteggiamento sia del Sacerdote che del fedele è oggettivamente diverso rispetto alla nuova Liturgia, come ha scritto il Cardinale Ratzinger, oggi Papa emerito: «viene addirittura concepita etsi Deus non daretur: come se in essa non importasse più se Dio c’è e se ci parla e ci ascolta. Ma se nella Liturgia non appare più la comunione della fede, l’unità universale della Chiesa e della sua storia, il mistero del Cristo vivente, dov’è che la Chiesa appare ancora nella sua sostanza spirituale? Allora la comunità celebra solo se stessa, senza che ne valga la pena» (p. 94).

Lo svilimento della Santa Messa è avvenuto anche attraverso la desacralizzazione della lingua utilizzata. Nel suo intervento al Convegno il professor Roberto de Mattei ha dimostrato come il latino non è la lingua anacronistica, che ha accompagnato la Chiesa solo in una determinata epoca storica, ma è la lingua universale e perenne della Chiesa e «in questo senso, malgrado il suo attuale oscuramento, appartiene non solo al passato, ma anche al presente e al futuro della Chiesa stessa. Così la definì Sa Pio X: “La lingua latina a buon diritto viene detta ed è la lingua propria della Chiesa”» (pp. 136-137). (Cristina Siccardi)

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