Sul divorzio breve inizia la valanga laicista e libertaria

Divorzio-breve-se-non-ora-quando(di Danilo Quinto) Su 411 votanti, 30 hanno detto no, 14 si sono astenuti, lo scorso 29 maggio, alla Camera dei Deputati, sulla legge sul cosiddetto divorzio breve. Una valanga laicista e libertaria – conforme al voto espresso nelle recenti elezioni europee – che riduce da 3 anni a 12 mesi la durata del periodo di separazione ininterrotta dei coniugi che legittima la domanda di divorzio, nel caso di separazione giudiziale. Il periodo di separazione sufficiente è ulteriormente ridotto a 6 mesi, nel caso di separazione consensuale. Ora la legge passerà rapidamente al vaglio del Senato.

Questo risultato è il prodotto delle blande posizioni espresse dai deputati che si definiscono cattolici. Non di queste settimane o mesi, ma di questi decenni. Sono riusciti a subire i nefasti effetti di una cultura dominante e da pensiero unico, che ha le sue radici profonde in quel ’68 che ha elevato i diritti a totem e la libertà a desiderio, massacrando la morale naturale. Hanno rinunciato ad opporre alla cultura del mondo, la loro fede e quindi la loro testimonianza di persone, impegnate in politica non per registrare fenomeni sociali o per assecondare le dinamiche umane, ma per difendere il bene comune, che non è una categoria astratta, ma molto concreta, che fa parte, o che dovrebbe far parte, del vissuto di una collettività.

A qualunque schieramento o partito appartenessero, da legislatori non sono stati in grado né di fare approvare una sola legge che tutelasse e promuovesse l’istituto matrimoniale tra un uomo e una donna, riconoscendone il suo ruolo fondamentale – concorrendo anche loro, di fatto, alla piaga della crisi della natalità, che rende questo paese sempre più povero e triste – né di arginare il suo dissolvimento a favore di matrimoni tra persone dello stesso sesso, al quale dovrebbero essere affidati figli, prodotti in laboratorio, da allevare e istruire. Si sono appellati alla disciplina di partito, nel caso dell’approvazione della legge sul divorzio breve, così come faranno per la legge sull’omofobia e sulla transfobia – la prossima, in dirittura d’arrivo – sancendo la loro connivenza con le lobby omosessualiste. Non ha forse ragione Marco Pannella quando sostiene che «i cattolici veri sono con noi»?

In nome di una maggioranza, che vuole affermare i suoi desideri e i suoi interessi, costi quel che costi, si abdica all’affermazione dei principi. Perché il sentiero aperto dalla legge sul divorzio breve è proprio questo. Non si tratta, come ha dichiarato il segretario della Conferenza Episcopale Italiano, Mons. Nunzio Galantino, di «un’accelerazione che può consentire una deriva culturale» né di proclamare che «il matrimonio e la famiglia restano il fondamento della nostra società». Parole al vento.

Il tempo della deriva culturale è già ampiamente superato e forse Galantino ha vissuto in questi anni in un altro paese. Si tratta di riconoscere che matrimonio e famiglia sono dissolti, perché si concorre a dissolvere i principi che li sorreggevano, se anche nella Chiesa c’è chi diffonde – a livello planetario, come fa il Cardinale Kasper – la necessità di aprirsi al mondo per consentire la Comunione ai divorziati risposati.

Non è questo un segno? Perché, d’altra parte, legislatori laici dovrebbero difendere principi che guide spirituali e pastori ritengono ormai superati dalla modernità, che vuole distruggere la famiglia e aprire alle coppie di fatto? La modernità di oggi è quella di Nichi Vendola e del suo compagno, che danno i loro volti alla pubblicità del Gay Pride che si terrà a Roma il 7 giugno, patrocinato dalla Regione Lazio e da Roma Capitale. Che difesa, allora, conviene fare dei principi del diritto naturale, che non portano né voti, né consenso, né lusinghe da parte del mondo? (Danilo Quinto)

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