Spari in tribunale e un mondo perfetto

Claudio-Giardiello-Strage-Milano-(di Tommaso Scandroglio) Claudio Giardiello è entrato nel Palazzo di giustizia di Milano, ha fatto fuoco ed ha ucciso tre persone e ferite altre. I commenti dei media, dei politici, dei magistrati e dell’uomo della strada fanno pensare che la colpa di quanto sia avvenuto debba ricadere quasi quasi più sulle falle del sistema di sicurezza del tribunale che sull’omicida stesso.

Identico ritornello lo abbiamo sentito molto di recente nel caso del disastro aereo della Germanwings. Certo, il copilota Andreas Lubitz era depresso alla pazzia, ma – così si sente ripetere – se chi di dovere avesse vigilato con attenzione, avesse verificato lo stato mentale del pilota, avesse sezionato con perizia la sua psiche, tutto questo non sarebbe accaduto. Stessa musica quando si verifica un disastro naturale: lo smottamento, il terremoto, la slavina, il tornado «potevano essere evitati» dice sempre qualcuno, perché a madre natura ogni tanto potranno saltare i nervi, ma l’uomo ha il dovere e il potere di imbrigliare tali accessi.

In breve pare che i controlli e gli apparati tecnologici di sicurezza possano sventare ogni crimine, contrastare sul nascere ogni gesto di follia, impedire ogni azione malvagia e dominare le forze della natura a bacchetta. È il solito mito illuminista del potere positivista della tecnologia e quindi della divinizzazione dell’uomo. Quel «sarete come dei» del serpente rivolto ad Adamo ed Eva risuona ancora ai nostri giorni. Al pari di Giardiello e Lubitz, è folle anche colui il quale crede che tutto possa essere previsto e tutto possa essere dominato, regolato, temperato. I casi del tribunale di Milano e dell’aereo della Lufthansa precipitato ci fanno capire invece che l’onnipotenza dell’uomo non esiste. Che è utopico pensare ad un mondo perfetto, senza il male, cioè senza omicidi, furti, gesti insani, malattie e sciagure naturali.

È il razionalismo dei lumi che non è mai morto e che si ribella al fatto che questa aiuola chiamata mondo è e rimarrà fino alla fine del tempi una valle di lacrime. Il razionalismo utopico diviene irrazionale perchè tenta di fare guerra al reale, il quale porta in dote l’imprevisto, il casuale, l’imponderabile, l’irrefrenabile. Ma quando l’eccezione tragica sfonda la porta del nostro quotidiano il Grande Fratello della politica, che tutto vede e tutto vuole soggiogare, cerca subito il colpevole, il nemico della tecnocrazia da sbattere in carcere, quel ribelle che è sfuggito al controllo del dio Stato. Perché il mito della sicurezza assoluta esige una società impeccabile, senza sbavatura alcuna.

Ovvio che, anche nel caso della strage al Palazzo di giustizia e del disastro aereo sulle alpi francesi, se ci sono responsabilità qualcuno dovrà pagare e se ragionevolmente si può far qualcosa perché certi fatti accadano sempre più raramente deve essere fatto. Ma tutto questo nella consapevolezza che chi governa deve tendere nel suo operato non a realizzare sulla terra la giustizia perfetta – perché questa si compirà solo dopo la parusia di Nostro Signore – ma come diceva Tommaso D’Aquino ad una “aliquam iustitiam”, cioè ad una certa giustizia, ad una giustizia che realisticamente sarà in ogni caso imperfetta. Ciò nasce dalla consapevolezza che lo stesso uomo è imperfetto e quindi tutto ciò che porta con sé tale grado di imperfezione.

Un folle che uccide a ripetizione e 150 passeggeri che in un colpo solo muoiono di schianto ci ricordano allora la nostra inguaribile precarietà, ci rammentano che davvero «si sta come d’autunno sugli alberi le foglie». La nostra certezza non deve riporsi prima di tutto nelle capacità dell’uomo, bensì in Dio che governa il mondo e che, Unico, può trarre il bene dal male. Più che la sicurezza, che mai è stata una virtù, il cristiano deve vivere la fiducia, cioè la fede, e la speranza, le quali mai deludono e mai falliscono perché riposano su cose certe, trovano il loro fondamento in Dio. Unica nostra sicurezza. (Tommaso Scandroglio)

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