Sinodo: perché rileggere il Liber Gomorrhianus dopo il  “coming out” del monsignore vaticano

Krysztof Charamsa con il compagno Eduard (Ansa/Del Castillo)

Krysztof Charamsa con il compagno Eduard (Ansa/Del Castillo)

(di Giulio Ginnetti) «Se questo vizio assolutamente ignominioso e abominevole non sarà immediatamente fermato con un pugno di ferro, la spada della collera divina calerà su di noi, portando molti alla rovina», scrive san Pier Damiani nel Liber Gomorrhianus, riferendosi alla sodomia diffusa tra il clero del suo tempo. Queste parole hanno un’impressionante attualità alla luce delle dichiarazioni rilasciate, alla vigilia del Sinodo, al “Corriere della Sera” da monsignor Krzysztof Charamsa, ufficiale della Congregazione per la Dottrina della Fede e segretario aggiunto della Commissione Teologica Internazionale vaticana, oltre che docente alla Pontificia Università Gregoriana e al Pontificio Ateneo Regina Apostolorum.
Il prelato polacco ha dichiarato tra l’altro: “Voglio che la Chiesa e la mia comunità sappiano chi sono: un sacerdote omosessuale, felice e orgoglioso della propria identità. Sono pronto a pagarne le conseguenze, ma è il momento che la Chiesa apra gli occhi di fronte ai gay credenti e capisca che la soluzione che propone loro, l’astinenza totale dalla vita d’amore, è disumana”. La sodomia è stata purtroppo praticata nel corso dei secoli, ma nessun sacerdote, della Curia Romana è mai arrivato a vantarsene pubblicamente e nessuna assemblea di vescovi ha mai messo all’ordine del giorno dei suoi lavori la comprensione e la “misericordia” verso le coppie omosessuali. E’ questa una buona ragione per rileggere le pagine infuocate del Liber Gomorrhianus, ( Edizioni Fiducia (Roma 2015, euro 10,) con un’introduzione di Roberto de Mattei.

Nel suo coming out il teologo vaticano si rivolge esplicitamente ai padri sinodali invitandoli a rivedere le loro posizioni nei confronti dell’ampia comunità LGBT: “(…) vorrei dire al Sinodo che l’amore omosessuale è un amore familiare, che ha bisogno della famiglia. Ogni persona, anche i gay, le lesbiche o i transessuali, porta nel cuore un desiderio di amore e familiarità. Ogni persona ha diritto all’amore e quell’amore deve essere protetto dalla società, dalle leggi. Ma sopratutto deve essere curato dalla Chiesa”.

Charmasa giustifica quindi la liceità del comportamento omosessuale, rivendicando l’esistenza di una presunta natura omosessuale: “(…) una coppia di lesbiche o di omosessuali deve poter dire alla propria Chiesa: noi ci amiamo secondo la nostra natura (…). La Bibbia non parla mai di omosessualità. Parla invece degli atti che io definirei “omogenitali”. Possono essere compiuti anche da persone eterosessuali, come succede in molte prigioni. In questo senso potrebbero essere un momento di infedeltà alla propria natura e quindi un peccato. Quegli stessi atti compiuti da una persona omosessuale esprimono invece la sua natura. Il sodomita biblico non ha niente a che fare con due omosessuali che oggi in Italia si amano e vogliono sposarsi”.

In tale prospettiva, secondo il teologo vaticano, non vi è una natura umana oggettiva ma esisterebbero tante nature quante sono le soggettive tendenze sessuali e in questo senso, stravolgendo a proprio piacimento l’insegnamento cattolico, il peccato non consiste nel tradire la suprema legge naturale ma nel tradire la propria personale natura.

Charmasa dopo aver, come se nulla fosse, reso noto di “avere un compagno che lo aiuta a trasformare le ultime paure nella forza dell’amore”, conclude la sua intervista, sottolineando come “su questi temi la Chiesa sia in ritardo rispetto alle conoscenze che ha raggiunto l’umanità. E’ già successo in passato: ma se si è in ritardo sull’astronomia le conseguenze non sono così pesanti come quando il ritardo riguarda qualcosa che tocca la parte più intima delle persone. La Chiesa deve sapere che non sta raccogliendo la sfida dei tempi”.

Tuttavia, se la società ha mutato il suo giudizio e atteggiamento nei confronti dell’omosessualità nel corso dei secoli, lo stesso non è avvenuto per la Chiesa cattolica in quanto essa è sempre rimasta fedele al suo immutabile Magistero dottrinale. In questo senso, la Chiesa ha incessantemente insegnato che la pratica dell’omosessualità è un abominevole vizio contro natura, che provoca non solo la corruzione spirituale e la dannazione eterna degli individui, ma anche la rovina morale della società, colpita da un germe mortale che avvelena le radici stesse della vita civile. Nel corso dei secoli tale insegnamento è stato trasmesso e confermato interrottamente dalla Sacra Scrittura, dai Padri della Chiesa, dai santi Dottori e dai Pontefici. (di Giulio Ginnetti)

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