Sinodo: errori e pericolose ambiguità Relatio finalis

sinodo41(di Tommaso Scandroglio) Vogliamo porre sotto la lente di ingrandimento alcuni paragrafi del documento finale, puramente consultivo e non deliberativo, del Sinodo sulla famiglia. Nel n. 63 della Relatio si legge: «Conformemente al carattere personale e umanamente completo dell’amore coniugale, la giusta strada per la pianificazione familiare è quella di un dialogo consensuale tra gli sposi, del rispetto dei tempi e della considerazione della dignità del partner».

Vi sono alcune note stonate in questo periodo. Innanzitutto «pianificazione familiare» è espressione semmai cara al Fondo delle Nazioni unite per la Popolazione, non certo al Magistero. È questione prima di senso che linguistica. «Pianificazione familiare» è formula coniata da alcuni organismi internazionali per sdoganare contraccezione e aborto ed assume il principio che siano i coniugi i signori della vita (e della morte) dei propri figli. Figli che vengono visti come merce di cui programmare il marketing strategico. La regolazione della natalità rimanda invece alle regole fisiologiche che governano il ciclo della donna, quindi al rispetto delle leggi di natura.

Desta poi stupore l’uso del termine «partner» a posto di “coniuge”. Il primo è confacente ai conviventi non sposati, ma i rapporti sessuali a cui implicitamente fa cenno il n. 63 della Relatio sono leciti solo all’interno del matrimonio. Quindi non partner, bensì coniuge era il lemma corretto da usare. Ma lo snodo concettuale che è più problematico in questo numero della Relatio è quello che fa riferimento ai criteri da seguire per realizzare una «pianificazione familiare» lecita sul piano morale. Questi sono rappresentati dal «dialogo consensuale tra gli sposi», dal «rispetto dei tempi» e dalla «considerazione della dignità del partner».

L’impostazione è assai equivoca se non errata. Per il Magistero la questione della regolazione delle nascite si inserisce nella considerazione che il matrimonio deve essere sempre aperto alla vita.

Solo per seri motivi si possono distanziare le nascite, tramite il rispetto dei periodi infecondi (HV, n. 16 e Familiaris consortio n. 32), questo nel rispetto del principio di ordine morale che predica di non compiere mai il male, ma che legittima l’astensione a volte da un bene per un bene maggiore. Quindi erra chi dice: «Tocca ai coniugi scegliere quanti figli avere». Corretto invece dire: «Bisogna essere sempre aperti alla vita, eccetto in alcuni casi».

Il principio quindi non è quello della pianificazione familiare, ma della paternità e maternità responsabile. Paternità e maternità responsabili che certamente si costruiscono anche – come indica la Relatio – attraverso il dialogo e il rispetto della dignità dei coniugi. Ma – e qui sta il punto – l’osservanza di questi elementi non legittima l’astensione dei rapporti nei periodi fecondi. In altre parole non basta aver preso la decisione, dopo sereno confronto e dialogo, di non avere figli per un po’ di tempo perché sia lecito astenersi dai rapporti coniugali.

Non si capisce poi come l’aprirsi alla vita possa essere contrario alla dignità dei coniugi, a meno che – ma qui la Relatio tace – tale apertura nel modo in cui si esplica sia contraria a questa dignità (ad esempio ricorrendo alla violenza). Rimane poi alquanto criptico il riferimento al «rispetto dei tempi». Tale riferimento sarebbe corretto se si alludesse ai periodi infecondi oppure al rispetto dei tempi/condizioni psicologiche e fisiologiche dei coniugi. Ad esempio, un motivo serio per distanziare le nascite potrebbe essere l’insorgenza di una grave patologia in uno dei due sposi oppure una profonda immaturità psicologica e/o affettiva. Insomma questo numero della Relatio oscilla tra l’errore e la pericolosa ambiguità. (Tommaso Scandroglio)

 

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