Si restringe l’obiezione di coscienza in Belgio

(di Tommaso Scandroglio) A Diest, in Belgio, la casa di cura cattolica St. Augustinus è stata citata in giudizio dai parenti della signora Mariette Buntjens, una 74enne malata di cancro, perché non ha permesso l’accesso al medico che avrebbe praticato l’eutanasia all’anziana degente. Quest’ultima è stata poi trasportata a casa per essere uccisa.

La causa si sta trascinando da quattro anni e la prossima udienza si terrà ad aprile. L’azione legale persegue lo scopo di ottenere un risarcimento danni per la «sofferenza fisica e mentale» a carico di Mariette Buntjens dato che la donna non è riuscita a morire immediatamente ma è stata costretta a far ritorno a casa, ritorno che è stato poi pressoché subitaneo a dire la verità.

Il caso è tornato sotto i riflettori dei media dopo che l’arcivescovo di Bruxelles, Jozef De Kesel, in occasione di un’intervista ha dichiarato che le istituzioni cattoliche hanno il diritto di rifiutare l’aborto e l’eutanasia. L’obiezione di coscienza è in effetti contemplata dalla legge belga sull’eutanasia, la quale tra l’altro prevede che si possano sopprimere anche i bambini, ma le lobby pro “dolce morte” stanno spingendo affinchè gli operatori possano sì obiettare ma non le strutture ove lavorano. Ma da nessuna parte nella legge belga sull’eutanasia c’è scritto che tutte le cliniche devono comunque provvedere ad uccidere i propri pazienti se ci fosse una richiesta a tal proposito.

Wim Distlemans, presidente della Commissione federale sull’eutanasia ed autorità che è stata personalmente coinvolta in una serie di casi di eutanasia “di confine”, ha dichiarato ai media fiamminghi che «la maggior parte degli ospedali e case di cura nelle Fiandre è ancora di ispirazione cattolica oggigiorno: se il diritto all’eutanasia venisse lì negato, potrebbe rappresentare un problema in futuro». Distlemans ha aggiunto che il St. Augustinus non aveva il diritto di rifiutare l’eutanasia perché la signora Buntjens non era, in senso stretto, una loro paziente, ma una specie di inquilina che aveva affittato una stanza presso di loro. E dunque questa casa di cura, ha chiosato Distlemans, merita di perdere il finanziamento pubblico.

La vicenda però non appare completamente chiara. Sembra infatti che la casa di cura incriminata in un primo tempo abbia acconsentito all’eutanasia e solo all’ultimo abbia fatto un passo indietro. In Belgio ciò non sorprende. Infatti molte cliniche e case di cura sedicenti cattoliche praticano l’eutanasia nel silenzio assordante della gerarchia episcopale. E dunque in Belgio si è assistito in pochi anni ad una parabola che è dolorosamente esemplare: all’inizio, nel 2002, l’eutanasia fu pratica concessa solo per casi pietosi, successivamente le maglie si allargarono così tanto da far ricomprendere nel marzo del 2014 anche i bambini.

Da reato è ora considerato diritto e l’area di immunità prevista dall’obiezione di coscienza si sta restringendo sempre più. Inoltre la pratica è così diffusa che anche le istituzioni cattoliche ormai sono ad essa favorevoli. Un canovaccio che nel passato si è ripetuto nei paesi occidentali per altri temi sensibili quali l’aborto, la contraccezione e il divorzio. (Tommaso Scandroglio)

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