Si può sopprimere una vita per fini eugenetici

bambino

(di Tommaso Scandroglio) Bryan è nato a Parma nella notte di Natale. Un Gesù bambino però senza gambe (dal ginocchio in giù). Le ostetriche lo hanno coperto subito, non facendolo vedere alla madre né al padre per evitare loro uno shock immediato. Alla fine però i medici dell’Ospedale maggiore di Parma sono stati costretti a rivelare ai genitori la grave menomazione di cui era affetto Bryan.

Papà e mamma hanno allora deciso di denunciare l’ospedale e hanno chiesto di essere risarciti dei danni morali per aver avuto un figlio non perfetto e perché, se lo avessero saputo prima, forse avrebbero abortito. Insomma chiedono i danni perché non sono riusciti ad uccidere il proprio figlio. I media si stanno scervellando su come è stato possibile non accorgersi che il bambino non aveva le gambe con tutte le ecografie a cui si deve sottoporre una mamma oggigiorno.

Cosa non ha funzionato in quel rastrellamento pre parto che assicura bimbi perfetti alla nascita perché gli altri vengono soppressi con l’aborto? Cosa nella macchina ben oliata dell’aborto si è inceppato? Ed ecco paginate per incastrare il colpevole: è colpa dell’ospedale di Parma? Dell’Asl? Del ginecologo personale della signora? A fronte di queste domande, noi possiamo solo dire che siamo felici che Bryan sia venuto al mondo, anche se privo di gambe. Ci dispiace ovviamente di questa sua menomazione, ma nulla rispetto a quella menomazione morale che ha spinto il legislatore a varare la 194. Ci dispiace anche per i genitori di Bryan i quali dovranno dirgli prima o poi –che lo preferivano morto piuttosto che vivo ma senza gambe.

La vicenda di Parma conferma una certa lettura dell’articolato della 194, esegesi ormai praticata solo in alcuni ristretti circoli di giuristi che amano chiamare le cose con il loro nome. In primo luogo la storia di Bryan attesta che si può legittimamente abortire per fini eugenetici. Tanti si arrampicano sugli specchi dicendo che è legittimo l’aborto solo per tutelare la salute della donna. Ma – aggiungiamo noi – se la sua salute psicofisica è minacciata dal pensiero che il figlio sarà disabile, ecco che la disabilità diventa il motivo fondante, cioè principale, per abortire. Si tratta di cause prime e cause seconde.

In secondo luogo l’aborto non è una esimente del reato di omicidio ma vero e proprio diritto. Lo ha detto chiaro e tondo la Cassazione lo scorso 23 dicembre allorché si è pronunciata su un caso simile: nasce un bambino down e i genitori chiedono il risarcimento danni. Per i giudici quella disabilità «genera un vero e proprio diritto all’autodeterminazione della gestante di optare per l’interruzione della gravidanza». Altro che illecito da non punire, stato di necessità e casi limiti.

L’aborto è una pretesa soggettiva tutelata giuridicamente. In terzo luogo il risarcimento danni sta a significare che solo il figlio voluto e sano è un bene giuridico, gli altri sono danni da risarcire: la loro esistenza è un vulnus giuridico. Da ciò consegue che il danno da nascita indesiderata – che si perpetua nel tempo dato che il bebè continua a vivere – a rigore si potrebbe eliminare solo sopprimendo il neonato. Nulla di illogico: se puoi ucciderlo quando è dentro il ventre materno perché non è lecito farlo anche quando è fuori di esso? All’errore dei medici si può ancora “porre rimedio”.

Infine c’è da sottolineare che la rilevanza giuridica del tema “aborto” non riguarda il bene vita, ma le procedure diagnostiche relative alla disciplina del consenso informato. Evapora quindi il profilo penale e al suo posto si inserisce quello procedurale. L’aborto diventa materia simile all’abuso edilizio: una casa è abusiva perché non ha ottenuto tutti i controlli del caso. In modo analogo potremmo concludere che centrale nella questione “aborto” non è il bambino, ma il protocollo clinico a garanzia dell’autodeterminazione della donna, il rispetto di tutte le regole indicate dalla legge. (Tommaso Scandroglio)

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